Io in montagna non c’ero quasi mai stato, e non è che ora ne sappia molto di più. La mia è sempre stata una famiglia balneare, ma quell’inverno i miei mi permisero, non so nemmeno perché data la loro ansia cronica, di andare una settimana a sciare sull’Altopiano di Asiago con altri sbarbatelli, figli di amici vicentini, che a sentir loro di neve e piste ne masticavano parecchio. Qualcuno mi prestò gli scarponi e gli sci di quelli che usavano negli anni Sessanta, lunghissimi, con certi attacchi granitici che bastava un niente per fracassarsi tutto un assortimento di ossa. Infatti, appena entrati nella pensione Cristallo bella profumata di crauti, che era quasi ora di pranzo, vedemmo per prima cosa una ragazza bionda molto sfastidiata che sbuffava su una poltrona con un fotoromanzo e la gamba destra ingessata appoggiata su una sedia. I miei deglutirono, mi salutarono e salutarono i due figli degli amici vicentini che mi avrebbero fatto da mentori, elargirono raffiche di raccomandazioni e risalirono in macchina. Rientrando dopo averli salutati vidi che il gesso della ragazza bionda era sparso di firme e disegnini, pensai che le avrei scritto volentieri qualcosa anch’io, così, per attaccar bottone, ma lei non sembrava dell’umore giusto.
Con Gianni e Guido mi trovai subito bene. Apprezzai il loro ritmo accomodante, provinciale, così diverso da quello romano, ipermetropolitano e nevrotico già allora, che conoscevo bene e di cui mi sentivo anch’io vittima. Ci conoscevamo poco e cominciammo subito a sondare meglio, già a tavola, i nostri gusti. Apprezzavano anche loro i Rolling Stones, il risotto coi porcini, i jeans a campana e Brigitte Bardot, mentre erano più tiepidi sulla lotta degli studenti a fianco delle masse popolari, che forse nel loro istituto tecnico non si faceva tanto, ma andava bene lo stesso.
Dopo pranzo mi portarono fuori a far “campetto”, ovvero a salire con gli sci paralleli a scaletta e poi a scendere a spazzaneve per un paio di metri, io caddi il giusto e mi rialzai, dapprima con il loro aiuto perché quegli sci inchiodati ai piedi mi rendevano impossibile farlo da solo. «Devi imparare a rialzarti», dissero, così passai il pomeriggio ad annaspare nella neve. Ma funzionò. Il secondo giorno affrontai salite più impervie, discese più lunghe e cadute più cinematografiche, ero stanco morto ma mi divertivo. Il paesaggio innevato dell’Altopiano mi lasciava a bocca aperta, il cielo era diverso dai cieli che conoscevo, il sole scottava più che al mare d’estate e il burrocacao aveva un buon sapore. I miei maestri mi assegnavano i compiti, andavano a buttarsi giù per burroni a perpendicolo e risalivano con lo skilift, che mi attraeva molto («Tu no lo skilift, magari l’anno prossimo»). La sera dopo cena andavamo a spasso per Canove, il termometro segnava quindici sotto zero e io non mi capacitavo di non sentire il bisogno di abbottonarmi l’eskimo. «L’aria qui è secca», spiegavano Gianni e Guido, ma anche il punch bollente al mandarino che ci facevamo al bar aveva la sua importanza, pensavo.
I giorni passavano leggeri e io progredivo. Un pomeriggio dissero che avremmo fatto un giro con gli sci, niente discese, e ci saremmo fatti il vin brulé in mezzo alla neve. Per me era una novità straordinaria. Mettemmo nello zaino di Gianni un po’ di legna trovata qua e là, i fiammiferi, un sacchetto con i chiodi di garofano e il resto, una bottiglia di vino rosso, il cavatappi e un pacchetto di biscotti per la merenda, mettemmo gli sci e partimmo per un sentiero che saliva dolcemente da dietro la pensione. Ci sarebbe voluto un pentolino ma non lo avevamo: fa niente, dissero, beviamo dalla bottiglia. Camminare con quegli sci e quegli attacchi era difficile, ma chiacchieravamo, canticchiavamo Lucio Battisti, ci raccontavamo qualche vicenda sentimentale o che avremmo desiderato essere tale. Dopo un’ora non avevamo fatto molta strada, ma eravamo comunque arrivati nel posto che conoscevano, da cui non si vedevano case ma solo montagne e cielo, e io mi sentivo dentro una grande avventura, di quelle da raccontare. Gianni e Guido furono veloci nell’accendere il fuoco in mezzo alla neve, su roccette annerite che erano già servite altre volte per la stessa cosa, stapparono la bottiglia, ci infilarono le spezie e l’appoggiarono sul focolare. Tirarono fuori dallo zaino i biscotti e aprirono il pacchetto, ci mettemmo ad aspettare che il vino bollisse e con un «crac» come uno sparo la bottiglia esplose. Gianni sbuffò un «Ma va’ in mona» e Guido, dopo un po’, disse «Eh già, con ‘sto freddo, la bottiglia gelata, lo shock termico, e dire che l’avevo anche studiato in fisica, orcocane». Guardammo in silenzio i cocci e la neve arrossata come di sangue. «Dammi un biscotto, va’», disse Guido. Mangiammo in silenzio, poi ci mettemmo a ridere per la nostra stupidera.
Al rientro la ragazza bionda e la sua ingessatura erano partite. L’indomani saremmo partiti anche noi. «Certo però», ci dicemmo prima di andare a dormire, «potevamo almeno chiederle di firmare il gesso».
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Articolo di Mauro Zennaro

Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e qualcos’altro in una blues band.ciali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.
