Il femminicidio nella cronaca italiana

Il termine femminicidio indica l’uccisione di una donna «in quanto donna», l’esito estremo di una cultura del possesso che affonda le radici in squilibri di potere antichi e in istituzioni che a lungo li hanno legittimati. Eppure, quando questa violenza arriva sulle pagine dei giornali, la cronaca tende a privatizzare l’accaduto. E poiché le parole non sono mai neutre, la scelta lessicale — i nomi usati, i moventi riportati, le metafore impiegate — è cruciale, perché orienta l’attribuzione di responsabilità e la percezione pubblica.
Nei media italiani i femminicidi diventano spesso «delitti passionali» o tragedie locali. Gli omicidi sono descritti come eventi isolati, il movente collocato nel registro emotivo — gelosia, amore non corrisposto, «raptus» — con un doppio effetto: la deresponsabilizzazione dell’autore, preda di un impulso incontrollabile, e la colpevolizzazione implicita della vittima. La prospettiva femminista interpreta invece la violenza contro le donne come effetto di una disuguaglianza di potere, e individua nel patriarcato e in istituzioni come la famiglia e il matrimonio i substrati che la riproducono come strumento di controllo maschile: non a caso il termine «femminicidio» è stato promosso dai movimenti delle donne proprio per restituire la dimensione socio-culturale del fenomeno e contrastare etichette come «delitto passionale».

Il caso di Elisa Pomarelli, uccisa il 25 agosto 2019 da Massimo Sebastiani, è diventato in questo senso esemplare. A studiarlo sistematicamente sono stati Patrizia Panarese, Carolina Miraglia e Marco Grasso nella ricerca “I delitti passionali del giornalismo italiano”, pubblicata su Problemi dell’informazione nel dicembre 2021. Punto di svolta nel dibattito pubblico fu soprattutto un titolo, quello con cui Il Giornale presentò la vicenda: «Il gigante buono e quell’amore non corrisposto». In poche parole l’assassino veniva trasformato in un personaggio quasi tenero, vittima a sua volta di un sentimento respinto, e l’omicidio in una tragedia sentimentale. La reazione critica fu immediata e diede origine a una vera controversia mediale.
Esaminando 159 articoli pubblicati nell’anno successivo all’omicidio, e combinando l’analisi lessicale e quella del contenuto, le autrici e l’autore fanno emergere i meccanismi ricorrenti di questo racconto. Sui 34 testi che indicano un movente, ben 27 lo descrivono come «raptus», «scatto d’ira» o «corto circuito»: formule che spostano l’attenzione sul momento contingente e allontanano lo sguardo dalle dinamiche di possesso e di dominio. L’autore ne esce così scagionato, in balìa di una follia momentanea, mentre nel lettore affiora la domanda che colpevolizza la vittima: perché non aveva troncato quel rapporto?
C’è un dettaglio linguistico che condensa questo squilibrio: la protagonista è chiamata per nome, «Elisa», mentre l’autore è indicato con il cognome, «Sebastiani», uno schema interpretato come depotenziamento del femminile. Il ritratto di lui è più ricco — l’età, la professione di operaio e tornitore, la forza fisica, persino descrizioni benevole come «gigante buono» — e quando la sua responsabilità diventa indiscussa emergono rappresentazioni doppie: il pentito collaborativo da un lato, il folle o lo schizofrenico dall’altro, categorie che funzionano da attenuanti narrative. La vittima, al contrario, è ridotta a poche informazioni, a volte riferita al corpo o al suo orientamento sessuale, in qualche articolo addirittura suggerito come possibile causa della violenza; e non mancano i pezzi che ne insinuano la corresponsabilità. Nonostante la presenza di articoli critici che richiamano patriarcato e maschilismo, la maggior parte delle cronache non collega il caso a ordini culturali o strutturali: solo tre articoli di cronaca su 73 contengono il termine «femminicidio», mentre il lessico privilegia «omicidio», «uccidere», «delitto».

La parzialità di questo sguardo si fa ancora più evidente quando l’autore della violenza non è italiano. È il meccanismo che Marcello Maneri e Andrea Pogliano, nel saggio “Il racconto mitico delle differenze”, apparso sulla stessa rivista, individuano analizzando venticinque anni di cronaca: un trattamento dicotomico in cui il «background culturale» del responsabile straniero viene richiamato con facilità, il gesto attribuito a retaggi e pratiche «altre», il patriarcato evocato come se fosse una caratteristica esclusiva di società lontane. Questa culturalizzazione selettiva agisce in modo speculare: trasforma il femminicidio in un’eccezione importata quando il colpevole è straniero e lo derubrica a raptus quando è italiano.
Non sorprende, a questo punto, che la parola «femminicidio» compaia tanto di rado nelle cronache. È un’assenza che pesa, perché nominare correttamente un fenomeno è il primo passo per riconoscerlo e per collegarlo a una trama più ampia, fatta di numeri, di ricorrenze, di responsabilità collettive. Che la posta in gioco sia proprio lessicale lo conferma, a distanza di anni, la scelta della Treccani di eleggere «femminicidio» parola dell’anno 2023: segno che il termine ha conquistato uno spazio pubblico prima negato.
Da qui prendono forma le indicazioni più chiare che emergono da queste analisi. Non un elenco di prescrizioni, ma alcune priorità per cambiare la lingua e le pratiche giornalistiche: valorizzare le letture femministe già presenti nella critica — quei pezzi che usano più spesso «donna», «femminicidio», «patriarcale» — pur senza ignorarne le ambiguità residue; ridurre il linguaggio stereotipato e binario che oppone la vittima «buona» a quella «cattiva» e che ne giudica la condotta; evitare le attenuanti psicologiche offerte all’autore, dal raptus alla follia, che ne sminuiscono la portata culturale; e rendere visibile la sua dimensione sociale e numerica, collegando i casi singoli a una sistematicità e usando il termine «femminicidio» con adeguata contestualizzazione. Cambiare le parole, in fondo, significa cambiare lo sguardo: la stampa che ogni giorno sceglie come raccontare la morte di una donna non descrive soltanto la realtà, ma contribuisce a costruirla.

In copertina: foto di Mika Baumeister su Unsplash. Immagine di pubblico dominio. Caricato: 25 novembre 2020.

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Articolo di Veronica Tomaselli

Studente magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, laureata in Lettere Moderne presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ragazza estroversa, a cui piace leggere romanzi e con una grande passione per la scrittura che coltiva fin da piccola. Il sogno di diventare giornalista per dar voce a chi viene relegata/o nell’ombra.

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