Questo articolo è il primo di una serie sull’urbanistica femminista a Barcellona, che rappresenta un caso molto interessante di come una postura e uno sguardo femminista possano essere applicati a vari ambiti della vita urbana e del vivere insieme, a partire dall’osservazione di come le persone abitano la città, quali sono le discriminazioni (dirette o strutturali, fatte di micro e macro aggressioni) che subiscono, come si svolge la vita quotidiana e come darle la priorità nella costruzione, rigenerazione e (ri)organizzazione della città. Questo viene fatto a partire dall’assunto che alcune attività sono realmente fondamentali per la vita e la sua riproduzione e tra queste il ruolo centrale è forse quello delle attività di cura, che pure, grazie a un’organizzazione patriarcale che vede queste attività appannaggio dei nuclei famigliari e delle donne in particolare e che quindi le considera una questione privata, trovano all’interno dell’urbanistica uno spazio residuale. Anche a Barcellona, come in altri luoghi, la città pubblica e pianificata ha dato spazio più alla sfera del lavoro produttivo che a quella del lavoro domestico, e alla mobilità automobilistica più spazio, in termini anche fisici, rispetto alla mobilità con i mezzi di trasporto pubblico e pedonale o ciclabile.
In questo primo articolo si parlerà delle genealogie, di come, cioè, il lavoro di alcuni gruppi di donne abbia preparato il campo per l’approvazione e la realizzazione delle politiche pubbliche urbane femministe, che hanno caratterizzato l’organizzazione cittadina negli ultimi anni.
Come in molte città che hanno fatto un grande lavoro per l’inclusione dello sguardo femminista nella propria progettazione e pianificazione urbana, anche per Barcellona è possibile collocare l’inizio del processo nell’attivismo femminista e, in questo caso, si devono nominare le I Jornades Catalanes de la Dona (Prime giornate catalane delle donne, 1976). In questo momento di incontro, si sono riunite circa tremila persone, soprattutto donne, da tutta la Spagna e movimenti urbani, così come di gruppi femminili delle organizzazioni di abitanti della Catalogna. Tra gli interventi programmati uno era su Le donne e il quartiere. L’intervento articolava il rapporto tra le donne e l’ambiente urbano, sottolineando come le donne fossero quelle più colpite dalle cattive condizioni dei quartieri, in quanto vi trascorrevano più tempo e vi svolgevano più lavori e commissioni. A queste giornate sono seguite pubblicazioni e congressi, tra cui la sezione La donna nei quartieri della rivista Rivendicazione Femminista, uscita tra il 1976 e il 1979. La sezione aveva l’obiettivo di far conoscere fedelmente le condizioni in cui vivono centinaia di migliaia di donne nei quartieri, visto che in quella realtà quotidiana si forma e si manifesta più fortemente l’oppressione della donna, nei suoi caratteri violenti o sottilmente discriminatori (Pineda, 1976).
Negli anni Ottanta sono state organizzate le I Giornate delle femministe indipendenti a Barcellona, in cui Anna Bofill ha proposto la conferenza Donna e Architettura sul differente sguardo che le donne hanno sull’ambiente urbano e sulla stretta relazione tra il patriarcato e la struttura delle nostre città.
Nel 1994 è stato creato il Consiglio delle donne di Barcellona, un organo consultivo dell’amministrazione comunale che ha l’obiettivo di creare uno spazio di discussione sulle condizioni della vita delle donne e su altri argomenti considerati importanti della politica cittadina. Questo può essere considerato un primo passo per l’emersione di un punto di vista di genere nell’amministrazione comunale, anche se la composizione rappresentativa di un gruppo di donne può sembrare limitante da un punto di vista intersezionale.
A questo si sono accompagnate le prime iniziative sui tempi della città, come accadeva anche in altre parti d’Europa: i Paesi scandinavi innanzitutto, ma anche la Francia, la Germania e l’Italia (con la Legge che prevedeva i Piani dei tempi e degli orari). Il programma Barcelona Bonanit (Barcellona buonanotte), rivolto alle persone giovani, poneva al centro l’equità di accesso alle opportunità urbane e alla cultura: le prime realizzazioni hanno riguardato la rimodulazione degli orari delle biblioteche e del trasporto pubblico, l’organizzazione più equa e accessibile dei percorsi, la riduzione della rumorosità delle operazioni notturne di carico e scarico e un cambiamento graduale degli orari dei mercati. Soprattutto è stato creato il Nust, l’ufficio Nuevos Usos Sociales del Tiempo (Nuovi usi sociali del tempo), che, oltre a questo programma, ha realizzato alcune iniziative pilota, in seguito diventate strutturali, per il decentramento dei servizi municipali e una maggiore flessibilità oraria degli uffici e dei servizi per l’infanzia, come gli asili e le scuole, e allo stesso tempo, una maggiore flessibilità oraria per i/le proprie dipendenti, allo scopo di facilitare il loro lavoro di cura, in una politica di conciliazione. Come in altre città europee, la politica dei tempi ha portato alla creazione di Banche del tempo, un luogo di scambio gratuito del tempo e creazione di comunità.
L’anno dopo, il 1995, ha visto la pubblicazione della Guia de dones de Barcelona (Guida delle donne di Barcellona), di Isabel Segura Soriano, da parte del Comune. La guida racconta le tracce delle donne nella città, a partire dall’epoca romana fino all’epoca contemporanea, rendendo così possibile — mediante l’attraversamento di spazi vissuti e spazi proibiti — leggere la storia urbana da un’altra prospettiva, vedendo quello che è stato nascosto dai monumenti, ai margini della storia tradizionale. Non è necessario, in una rivista che fa della storia e della memoria femminile il centro del suo operato, che si sottolinei l’importanza di riscoprire queste narrazioni in uno spazio urbano, per farle diventare memoria pubblica. Tuttavia, anche in questo caso si può rintracciare quel diritto di apparizione (per come è tematizzato da Judith Butler in L’alleanza dei Corpi), che può portare a un cambiamento del discorso pubblico e di conseguenza degli obiettivi delle politiche.
L’apparizione delle donne e della loro relazione con l’urbano nella scena pubblica è stata ovunque un passaggio importante: a Vienna è stata la mostra A chi appartiene lo spazio pubblico?, in altri luoghi sono state le pratiche delle passeggiate e dei cortei, del mettere i corpi nello spazio, a fare emergere e dare forza alle istanze di vivibilità anche in chiave di genere.
Chiudiamo l’articolo con la fine degli anni Novanta e l’inizio di un nuovo corso di riflessione, che si è concentrato sull’organizzazione e la modifica dello spazio. Nel 1998, Anna Bofill Levy, Rosa Maria Dumenjo Martí e Isabel Segura Soriano realizzano il progetto Donne e Città, finanziato con fondi europei e della Fundació Maria Aurèlia Capmany, che aveva l’obiettivo di integrare le necessità e i desideri delle donne nella pianificazione urbana. Gli esiti sono raccolti nel libro Libro blanco. Las mujeres y la ciudad (Libro Bianco. Le donne e la città) e nel Manual de Recomendaciones para la concepción de los aglomerados urbanos desde la perspectiva de género (Manuale di raccomandazioni per la concezione di agglomerati urbani dalla prospettiva di genere), che conteneva alcune indicazioni di politiche di trasformazione urbana per le città catalane. Queste sono state recepite in parte nel 2004 nella Legge per il miglioramento di quartieri, aree urbane e insediamenti che richiedono un’attenzione speciale, conosciuta come Legge dei Quartieri, una legge che prevede, al punto 6 (da cui il nome del famoso Collectiu Punt6), che la rigenerazione urbana deve avere tra gli obiettivi l’equità di genere nell’uso dello spazio urbano e delle attrezzature pubbliche.
In copertina: manifestazione femminista a Barcellona.
Fonte: commons.wikimedia.org. Autore Aniolo.
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Articolo di Chiara Belingardi

Ricercatrice in urbanistica, è docente e organizzatrice del Master Città di Genere. Metodi e tecniche di pianificazione e progettazione urbana e territoriale dell’Università di Firenze. È autrice con Zaida Muxì e Flavia Pesce delle Linee Guida per Progetti inclusivi dal Punto di vista di Genere (2022) e con Daniela Poli e Stefania Ragozino di Prospettive Femministe sulla Città (CNR, 2025).
