San Gimignano. Scuola di musica Il Pentagramma

Una scuola di musica: non poteva esserci sede più appropriata per la presentazione del libro di Stefano Cencetti La musica che c’è. Un libro sulla “poetica musicale”.
Un libro di cui non si può fare una presentazione in prosa (come, un tempo, ci chiedevano di fare nei compiti di italiano) bensì rispondere con la parte poetica che è in ognuna/o di noi. Ed è questa parte che la sua lettura ha richiamato e sollecitato in me, quella dell’anima. Ma come recita una poesia di Wisława Szymborska: «L’anima la si ha ogni tanto», come dire: l’anima non sempre c’è.
Mentre “la musica c’è”, sempre! Nel respiro della vita, nel chiacchiericcio o nel dialogo più intimo, nel vento delle parole sussurrate o urlate, nel gesto che prosegue il sentimento accennato, nel ricordo che affiora e diventa “adesso”.
La musica che di-segna il nostro “Essere nel Tempo”. Tempo esistenziale, tempo musicale. Ne rimarrà traccia nello spartito che compone la nostra vita?
Quella composizione che ci rende unici e che si forma nella relazione con l’altra/o. Sia esso persona, albero, sasso, universo.

L’autore a Cellole

Dice il filosofo Friedrich Schlegel:
«Fra tutti i suoni
Che riempiono il fantasioso sogno terrestre
Corre una melodia segreta
Per colui che presta orecchio».
L’autore presta orecchio e “sente” la musica della vita.
«Tutto arriva per chi sa ascoltare» dice infine…

La musica della vita, per dare vita alla musica. Quella che l’autore del libro compone, con le note che diventano parole. E ogni pezzo è un brano musicale, che prende vita al via della bacchetta che dirige il movimento. Dove ci conduce? Tra le pieghe di un discorso, tra i fili di una storia, nelle risonanze di un colore, nell’istante eterno di un silenzio, nella dolcezza di un ricordo, nelle rughe di un volto caro, nel gesto di una mano, nell’assenza di un “non dato”.
«Tutte le parole della musica sono legate alla fisiologia e all’espressione umana: il respiro, la frase, la pulsazione… la musica siamo noi, non c’è niente di più vicino agli esseri umani». (Dice il pittore nel brano Finibus terrae).
Così, appesa, in punta di piedi, sul varco della porta aperta del racconto, ascolto le note che provengono dall’interno della stanza: mastico l’aria (musicale) e sono dentro.
Perché è lì, proprio lì dentro, che Stefano mi conduce. A “sentire” con un sesto senso, (quello di cui ci parla il film Interstellar) quindi con l’orecchio del cuore. Il cuore rock, come la canzone che ha composto per i bambini di una scuola dell’infanzia che si ascoltavano a vicenda, con l’orecchio appoggiato sul petto, nell’ascolto dell’altro.

«E non lasciare andare un giorno/per ritrovar te stesso» (canta Baglioni nell’omaggio a lui dedicato).
E io sono proprio lì, dentro me stessa… dopo un tempo infinito. E la gioia trabocca e travolge. Perché è lì, in quella pienezza dell’essere, che voglio essere. A percepire l’invisibile che si di-spiega se ascoltato.

Il tempo… i minuti, i giorni, i mesi, gli anni. l tempo del metronomo non si accorda con il tempo vissuto, quello della vita, quello che si consuma nell’attesa, quello sospeso nello stupore o contratto nella paura… quello estatico dell’amore.
Il tempo delle note. Quanto durano le note? Un tempo infinito per le artefici del Gioco. Solo chi è fuori del tempo può «costruire minuti col Didò».
«Sì, perché il senso è qui, oggi,/è qui, ora, perché/la vita/è/Adesso».

“Adesso” è il “tempo” del libro.
Non è forse questo il suono del paradosso?
Tutto suona (nel libro)… fino al silenzio.
I brani si fanno sempre più brevi, concisi, per farci arrivare, come in una composizione musicale, alla fine, alla conclusione, lasciando che le vibrazioni risuonino nell’aria e dentro di noi…
Oppure vogliono dirci che la musica è nell’assenza del suono come il famoso kōan: «Qual è il suono “di una mano sola”?»

Iscrizione a Pieve di Santa Maria Assunta a Cellole

Ed è tempo di concludere. È tempo, quindi, dei saluti. Quelli di:
Cellole

«Abbiamo scelto di sedere là dove una volta erano i rovi.
Le more, allora, erano grandi come cucchiai. Abbiamo convenuto che almeno qualcuno avrebbero dovuto lasciarlo.
Le pietre sono comode, e custodiscono episodi di una gioventù dedita a crescere
noi stessi facendo crescere gli altri con Erminia mia.
Ne sanno, di cose, le pietre. Ma sono discrete. Ecco.
Non è che non parlino, i sassi. Al contrario. È che sono affidabili, sanno tenere i segreti, e conoscono alla perfezione il momento giusto per restituirli. Trent’anni con i folli. L’amigdala funziona, ha sempre funzionato, la prima parola che usa è quella. Bam! Centro, al primo colpo. Ho sempre ammirato questa sua capacità di fare fuoco in maniera inesorabile. Un colpo solo, secco, preciso. I fronzoli sono per chi non sa tirare. (Qual è il suono della parola esatta?)
Il cielo è senza misura, la vista copre un tempo enorme, tanto da fare il miracolo di essere qui, lì, allora. Eppure, la vita è adesso.
Ed è tempo, quindi, dei saluti.
Accanto a noi, in sottofondo, un leggero festante alleluia di quasi primavera».

E allora: che cosa lascia in me il libro La musica che c’è?
Una domanda, quella del poeta Bukowski: «Se il mondo finisse domani, tu che cosa faresti?»
Lascerei la musica (…) accesa.

Stefano Cencetti
La musica che c’è
Robin, Torino 2022
pp. 127

In copertina: Pieve di Cellole.

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Articolo di Paola Malacarne

Psicologa clinica e di comunità, ex docente e coordinatrice di scuola dell’infanzia, attualmente sono Presidente della commissione Pari Opportunità del Comune di San Casciano e membro del direttivo di Tf. Coniugando ruoli e interessi (tanti!) e qualche competenza (pittura, cinema, teatro, questioni e parità di genere) conduco e realizzo percorsi formativi, progetti, eventi… mentre cammino e penso alle Donne che fanno libere le strade da percorrere.

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