Donne antifasciste nel carcere di Perugia. Parte seconda

Dopo l’istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato del 1927 arrivarono nel carcere di Perugia delle operaie specializzate nel settore tessile, tutte comuniste. Già si conoscevano tra loro perché avevano condiviso un’importante stagione di lotte nel Biellese.
Nella provincia di Biella il partito fascista aveva qualche difficoltà. L’adesione degli industriali lanieri al partito era all’epoca solo formale, d’altra parte il “sindacato” fascista non riusciva a canalizzare il malcontento degli operai per le indiscriminate riduzioni delle paghe e dei posti di lavoro. La Cgil era stata sciolta. Si era creato così il terreno per l’affermazione del partito comunista che aveva dei punti di forza nel Biellese e si vantava di avere molte donne iscritte.

Furono i comunisti e le comuniste a guidare le lotte operaie e, come è comprensibile, si scatenò contro di loro una feroce repressione.
Tra le comuniste biellesi la prima a essere arrestata nel 1927 fu Giorgina Rossetti, che prima fu inviata a Trani e arrivò a Perugia cinque anni dopo.
Nel 1928 arrivarono Francesca Corona, condannata a 4 anni e 6 mesi, quindi Anna Pavignano con una condanna di 6 anni.

Iside Viana fu condannata nel 1929 a 4 anni e infine nel 1930 fu arrestata Ergenite Gili che fu condannata a 10 anni e 6 mesi.
Erano tutte donne di grande statura civile, molto determinate e coraggiose. Meriterebbe che si conoscessero tutte le loro storie, ma ora, tra tutte, ho scelto di raccontarne due, Giorgina Rossetti e Iside Viana non perché “migliori” della altre, ma perché rappresentano due modi diversi di vivere l’esperienza carceraria.

Giorgina Rossetti fu arrestata il 30 gennaio 1927 insieme al fidanzato Marino Graziano. Avevano entrambi 22 anni non compiuti e furono entrambi condannati a 18 anni di reclusione. La stampa dell’epoca li definì «i due amanti comunisti di Biella», «i fidanzati sovversivi». La colpa? L’allestimento di una tipografia che stampava volantini e giornaletti clandestini.
Giorgina proveniva da una famiglia di contadini poveri di Mongrando, in provincia di Biella, ed era andata a lavorare in fabbrica a 13 anni. Fu arrestata un lunedì mattina mentre si recava al lavoro. Il maresciallo e i tre agenti responsabili del suo arresto ricevettero un premio rispettivamente di 200 e 100 lire ciascuno. Al momento del suo arresto Giorgina venne descritta come una sovversiva, incolta ma pericolosa. Fu sempre giudicata, mai per sé stessa, ma in rapporto al fidanzato, prima come sua istigatrice, poi come plagiata da lui.
Si legge nella sentenza: «Essa era attiva cooperatrice di lui, avendolo perfino trascinato a partecipare della vita e del movimento sovversivo: in quanto il fidanzato è di buona famiglia […] risultò che la Giorgina seguì l’esempio dei famigliari, di principi sovversivi. […] era sempre alla testa di qualsiasi dimostrazione proletaria e continuò sempre a esplicare attività sovversiva».
Fu la prima politica ad arrivare nel carcere di Trani.
Dopo la visita medica le fecero indossare l’uniforme, un abito lungo a righe, sì proprio a righe come nell’iconografia classica del carcere, ma la divisa non prevedeva le mutande. E lei iniziò una protesta coinvolgendo anche le detenute comuni. Scrissero anche al ministero e alla fine, dopo diversi mesi, le ottennero.
È un episodio di storia “piccina”, ma emblematico e del carcere e di come Giorgina si prepara ad affrontare i 18 anni di reclusione che l’attendono.
A Trani vive in buoni rapporti con le detenute comuni che le fanno molta pena, condivide con loro quel poco che ha, un po’ di olio, un po’ di questo, un po’ di quello, anche se è proibito. «Io non riuscivo a mangiare se non glielo davo». Fa la vita che fanno le altre, dorme con loro, lavora con loro, va in chiesa con loro, così può uscire dalla cella e cantare, cosa che a lei piace moltissimo. Questo finché non arrivano le altre politiche.
Le politiche vengono allora messe tutte insieme, separate dalle comuni, non lavorano, non vanno in chiesa, ma parlano di politica.
Studiano. Giorgina sa giusto scrivere la sua firma e Camilla Ravera le fa scuola. Deve imparare a scrivere bene, altrimenti non ha modo di rimanere in contatto col fidanzato. Il regolamento prevede che si possano scrivere solo due lettere al mese e solo tra parenti, perciò Marino e Giorgina decidono di sposarsi.
Lui è nel carcere di Fossombrone, lei nel carcere di Trani. Per avere tutte le carte li fanno aspettare tre anni, ma intanto già possono cominciare a scriversi. Arriva il giorno del matrimonio, matrimonio civile nonostante le pressioni delle suore. «Il vestito era quello del carcere, la Ravera mi ha dato un fazzoletto di lino, piegato a triangolo, così che faceva punta».
L’unico lusso.
Continua la corrispondenza tra marito e moglie. Le lettere vengono tutte aperte e lette prima di essere consegnate a chi è in carcere. È il 1932 quando la polizia carceraria censura una lettera indirizzata a Giorgina dal marito con questa motivazione: «La moglie del Graziano è donna di cultura inferiore […] e non mi sembra, per conseguenza, all’altezza di comprendere lettere a contenuto abbastanza elevato, come quelle del Graziano Marino. Si ha motivo di ritenere che detta lettera, sebbene in apparenza è indirizzata alla di lui moglie – Rossetti Giorgina – in realtà sia indirizzata alla condannata politica Ravera Camilla».
Da qui la perquisizione delle celle e delle detenute politiche che, Ravera compresa, furono spogliate e sottoposte a una visita molto intima. In conclusione, nel settembre dello stesso anno Giorgina Rossetti viene trasferita nel carcere di Perugia per «evitare tentativi, da parte del Graziano, di corrispondere con la Ravera, pel tramite della propria moglie».
Le compagne di Perugia ricordano Rossetti come quella che ha vissuto il carcere senza eroismi e c’è anche chi la critica per essersi sposata.
In effetti le prime carcerate comuniste erano molto intransigenti, come imponeva il partito. Sentivano il dovere di controllarsi e, nel caso, accusarsi a vicenda. Ritenevano di dover dimostrare la propria fede politica esibendo costantemente un atteggiamento di contrapposizione e di sfida nei confronti dell’autorità. In conclusione, per dimostrare la propria appartenenza, tenevano comportamenti al limite dell’autolesionismo.
Una contrapposizione fine a sé stessa non è nelle corde di Rossetti. Leggiamo nella testimonianza rilasciata a Laura Mariani (in Quelle dell’idea, De Donato 1982): «Loro erano delle gran brave compagne, erano fidate tutto quanto. Ma erano… […] erano un po’ esaltate. Poi loro pensavano che avevano solo due o tre anni, ma io ne avevo diciotto davanti. […]Se in prigione non sei resistente muori». Giorgina rimase comunque sempre di «idee sovversive», pertanto rifiutò di associarsi alla domanda di grazia presentata dalla madre; risultò «di buona condotta morale, [ma] di cattiva condotta politica» pertanto non le fu concessa la libertà condizionale. Poté però usufruire (cfr. Archivio di Stato di Perugia) di quei benefici concessi generalmente e cioè: cinque anni di condono nel 1932 per l’amnistia del decennale e due anni di condono nel 1934 per la nascita di Maria Pia di Savoia. Il 2 aprile 1937 lasciò il carcere di Perugia per l’indulto concesso in seguito alla nascita del principe Vittorio Emanuele e fu mandata al confino a Vercelli, quindi le fu concesso di raggiungere il marito al confino alle Tremiti.
Incinta del primo figlio, per sopraggiunti problemi di salute, fu mandata a Biella. Nonostante il suo antifascismo e la sua fede politica poté partecipare solo marginalmente alla lotta di Liberazione perché oppressa dalla miseria e dal peso della famiglia: due piccoli e i suoceri a carico. Non poté fare altro che tornare in fabbrica. Il regime le aveva ormai rubato gli anni migliori, gli anni dell’entusiasmo e delle speranze.

Più tragica di tutte si può definire la vicenda di Iside Viana.
Iside era nata a Candelo, provincia di Vercelli, da famiglia di idee socialiste. Il padre, muratore, era stato anche sindaco del paese. Non aveva avuto un’educazione religiosa, per il paese i Viana erano “miscredenti”. Dopo la quinta elementare fu mandata a imparare il mestiere di sarta.
Dopo la scissione di Livorno, il fratello Luigi fu tra i fondatori del partito comunista nel Biellese. Anche Iside aderì al Pci ed entrò in clandestinità. Dopo un primo periodo di attività politica a Biella, Iside si trasferì a Genova dove lavorò come dattilografa presso la federazione giovanile. Qui un’operazione di polizia travolse l’organizzazione del partito. Ci furono 400 arresti. Iside riuscì a fuggire a Milano, ma fu catturata il 14 gennaio 1928 insieme a molti altri militanti in seguito alla scoperta della sede della federazione giovanile.
Fu deferita al Tribunale speciale e, dopo un anno di detenzione preventiva, fu condannata a quattro anni di reclusione da scontare nel carcere di Perugia, dove arrivò il 5 marzo 1929. Non abbiamo la sentenza di condanna, non si trova. Il fascicolo che la riguarda all’Archivio centrale di Roma è povero di documenti. Conosciamo il suo comportamento durante il processo tramite The Worker, organo del Workers Party of America, l’organizzazione del Partito comunista degli Stati Uniti, del 6 aprile 1929: «La fine quasi certa del carcere […] non l’ha fatta mai tremare un istante. […] essa risponde fiera e sorridente a chi le domanda di confessare la sua colpa: «Sì [sono] comunista, ho lavorato e lottato sempre nel Partito comunista, non ho da pentirmi di nulla per quello che ho fatto; soltanto rimpiango di non aver potuto fare di più per la causa dei proletari italiani».
È un’Iside molto determinata quella del processo e anche durante la detenzione preventiva ha un atteggiamento positivo che si va piano piano spegnendo, finché arriva a Perugia in crisi e già malata. Non è semplice per una donna essere comunista in un carcere fascista, non è semplice per una comunista in carcere dare costantemente prova di padronanza di sé, evitare tutti quegli atteggiamenti che possono screditare il partito, fare aperta professione di ateismo, cogliere tutte le occasioni possibili per fare propaganda quando il tuo stesso partito non ti informa di quello che succede fuori dal carcere.
Camilla Ravera a questo proposito scrive in una sua relazione che fa recapitare clandestinamente a Togliatti: «Ho constatato che compagne per il fatto che per anni non sanno più nulla del P. pensano che tutto sia finito, o quasi, e facilmente si abbandonano a demoralizzazioni o recriminazioni e giudizi ingiusti e dannosi». In effetti il partito lasciò sole queste donne, mentre con i compagni reclusi trovò sempre il modo di comunicare. Forse non se ne curò un po’ perché numericamente le donne erano inferiori agli uomini, un po’ per una innegabile cultura maschilista e infine perché queste donne, tranne Camilla Ravera, non rivestivano all’interno del partito ruoli apicali. E allora Iside è assalita da dubbi, si chiede se valeva la pena dedicare la vita e sacrificarsi per un ideale che visto dalle mura del carcere sembra così lontano. Comincia anche a sentirsi in colpa per stare lontano dalla famiglia in un momento di estrema difficoltà, con il padre morto per un incidente sul lavoro e il fratello perseguitato.
Non aveva avuto un’educazione religiosa, eppure in carcere si dichiara credente, così dicono le compagne. Non sappiamo con certezza se sia vero, potrebbe essere una forzatura delle suore che gestiscono il carcere e cercano con tutti i mezzi di forzare le detenute verso la professione religiosa, ma la fede potrebbe anche esserle sembrato un porto a cui approdare in un momento di grande crisi esistenziale. Bastò questo per raffreddare il comportamento delle compagne nei suoi confronti, ma sarà un episodio particolare a determinare la rottura definitiva tra Iside e le amiche di un tempo, quelle che la conoscevano da sempre; un episodio che sfocerà nella tragedia finale.
Il partito imponeva di non partecipare alla messa che per il regolamento del carcere era obbligatoria. Il rifiuto comportava la cella d’isolamento, che non tutte le detenute alla lunga erano in condizioni fisiche di sopportare. Alla fine il partito consentì la presenza alla messa, purché non partecipata.
Una domenica, durante la messa, il prete cominciò a inveire contro l’Unione Sovietica. Le comuniste si alzarono e uscirono dalla chiesa dichiarando che non vi avrebbero più messo piede. Tutte tranne Iside e Anita Pusterla. Erano entrambe malate e non se la sentivano più di sopportare la segregazione in cella d’isolamento. Iside e Anita non finirono in punizione come le altre, ma furono bollate dalle compagne come traditrici.
In seguito Anita fece di nuovo professione di ateismo giustificando il gesto compiuto come un momento di debolezza dovuto alle sue condizioni di salute. Iside, invece, aveva ormai fatto la seconda scelta della sua vita: la prima era stata di entrare in clandestinità, la seconda di ribellarsi alle imposizioni del suo stesso partito, perciò non cambiò idea, non cercò di giustificare, come Anita, l’azione di quel giorno. E così restò sola, l’abbandonò anche la volontà di reagire alla malattia, le sue condizioni peggiorarono.
Sulle sue ultime ore abbiamo la testimonianza di una compagna di cui non si riporta il nome e che non era neanche presente, ma che riferisce il racconto di suor Ignazia. Le suore mandano a chiamare le compagne: «Guardate se volete vedere la vostra compagna; è in fin di vita». E loro dice: «Oh, beh sì, facciamo che andare». E dopo quando sono andate là, l’hanno vista che lei stava per morire e allora si son messe a sputare.
Era il 22 novembre 1931. Questa storia per anni è stata dimenticata, si deve alle ricerche fatte da Laura Mariani se è tornata alla luce. È sempre importante ricordare, abbiamo il dovere di non cancellare la memoria degli errori fatti nel passato solo perché oggi li riteniamo imbarazzanti. Dobbiamo cercare non di giustificare ma di capire, nessuna delle detenute protagoniste di questo fatto agì in mala fede, tutte erano convinte che era loro dovere comportarsi in quel modo.
Questo tragico episodio oggi è storia e ci offre tanti spunti di riflessione. Oggi, a Candelo, suo paese d’origine, c’è via Iside Viana.
Un gruppo folk italiano, i Gang, le ha dedicato un brano Iside. E ancora: Iside è la protagonista dello spettacolo teatrale Iside e le altre, di Elide Saur, da un’idea di Elisa Malvestito.

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Articolo di Paola Spinelli

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Ex insegnante, ex magra, ex sindacalista, vive a Perugia alle prese con quattro gatti e i suoi innumerevoli hobby, ma è in grado di stare bene anche senza fare niente.

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