Quanta forza serve per sentirsi forte?

Pubblichiamo il racconto, senza titolo, scritto da Asia Bruni, studente della Terza O del Liceo Statale Maffeo Vegio di Lodi, che ha conseguito il Primo Premio per le Classi Terze al Concorso Sulle vie della parità, X Edizione, Sezione B, Narrazioni. Tema proposto: “Superare gli stereotipi di genere”.

Il nome del protagonista è stato aggiunto da noi; l’autrice infatti non ha osato esprimerlo, così come non ha voluto azzardare un titolo. Il suo lavoro però dimostra una lucida consapevolezza degli stereotipi maschili e della loro genesi, consapevolezza non così diffusa, dal momento che non sono molti i racconti che hanno saputo cogliere il senso dell’incipit n. 2, di Antonio Bortoluzzi:
«Durante i lunghi esercizi il ragazzo osservava la propria immagine riflessa allo specchio e vedeva i muscoli abbastanza gonfi delle braccia, delle gambe e del torace: niente da dire, c’era della forza nel suo corpo. Le goccioline di sudore scivolavano leggere e disegnavano direzioni, incroci, sovrapposizioni sulla pelle. Stava diventando massiccio. Il problema era che non sapeva quanta forza servisse per sentirsi forte, così forte da non avere più paura».

Asia è stata seguita dalla docente di lettere Elena Zaini, supportata dalla docente Monica Rossi, referente Tf dell’Istituto.

Su questo racconto la giuria ha espresso il seguente, lusinghiero giudizio: «Il racconto coglie in pieno il senso dell’incipit e la tematica del concorso. La forma è corretta e fluida; ottima l’originalità, con un protagonista antieroe che dà ampio respiro al significato di “stereotipo”».

Terminata la serie di esercizi, Loris si avviò verso gli spogliatoi per farsi una doccia. Quell’anno era diventato un uomo, lo sentiva, c’era qualcosa di diverso in lui. L’infanzia, l’adolescenza e tutte le ruvide età di mezzo gli erano alle spalle, non era più lo stesso. Aveva la sensazione di essere mutato, rinato: il tempo degli scherni, del disagio e della solitudine era terminato; ora era consapevole di essere un vero uomo e proprio come un vero uomo pensava.
In realtà, quello che gli altri non sapevano era che lui aveva ancora paura. Cercava di nasconderlo, di non darlo a vedere, ma la paura era rimasta e lo paralizzava e annichiliva e lo stringeva dolorosamente nella sua gelida morsa. I veri uomini non avevano paura e lui lo sapeva. Mille dubbi lo tormentavano e questo lo faceva sentire una sorta di copia difettosa, che aspettava solamente che qualcuno lo scoprisse e inevitabilmente lo riconsegnasse al venditore.
Gli uomini dovevano essere forti, sicuri, affidabili, invincibili ed era grazie a loro se il mondo andava avanti con il giusto ordine. L’uomo era potenza, sicurezza, virilità. Per questo Loris andava in palestra, per lavorare sui suoi limiti, la sua determinazione, la sua resistenza. Sempre più forte, sempre più degno di ammirazione e rispetto. Ma sarebbe mai stato così? Del resto doveva ricordarselo, lui era sbagliato, un difetto di serie.
I suoi amici – da quell’anno aveva iniziato ad averne qualcuno – sembravano avere ogni mese, se non addirittura ogni settimana, una ragazza diversa, che, quando uscivano in gruppo, ridacchiava divertita alle loro battute, si stringeva a loro e sorrideva con gli occhi al piacere della loro compagnia.
Lui invece non veniva notato e per quanto si sforzasse non riusciva a capire perché: non era meno attraente degli altri e aveva anche una macchina, ma sicuramente c’era qualcosa che non funzionava in lui, un ingranaggio rotto da qualche parte.
L’acqua bollente della doccia gli correva lungo il corpo e accompagnava i suoi pensieri, lasciandogli segni rossi sulla pelle.
Quella sera incontrò i suoi amici nel solito locale. Dopo qualche giro di alcolici lo invitarono fuori a fumare un paio di canne. Aveva sempre retto male le droghe, ma fermarsi prima degli altri era inaccettabile, lui non era debole. Così si era abituato e aveva sviluppato sempre più autocontrollo. Stava diventando forte, lo sapeva.
Mentre era perso nei suoi pensieri, uno dei suoi amici, in seguito non avrebbe ricordato chi, volle presentargli una ragazza. Si ritrovò a passeggiare da solo con lei nel parcheggio e in sua compagnia, forse anche grazie all’alcool, la conversazione veniva naturale. Era spontaneo aprirsi e aveva tanto bisogno di farlo. Non le raccontò di tutto, certo, alcune cose non le avrebbe dette a nessuno, ma gli fece bene. Lei ascoltava attenta, teneva gli occhi fissi nei suoi, non lo giudicava e lo confortava con parole gentili e prendendogli la mano.
Poi Loris cedette. Scoppiò in un pianto dirotto, le lacrime sgorgavano come sangue da una ferita appena riaperta. Si strinse a lei. Cosa aveva fatto? Ormai era troppo tardi per tornare indietro.
Tornò a casa frastornato, si erano dati appuntamento per la sera successiva, nello stesso posto. Come aveva permesso che accadesse una cosa del genere? Si era reso incredibilmente ridicolo, un bambino piagnucolone. E lui era un uomo, no?
Quella sera tornarono a parlare nel parcheggio. “Vieni. Ti faccio vedere la mia macchina” le disse lui. Faceva freddo ed entrarono. Seduti sui sedili, rimasero ancora a chiacchierare, ricreando l’atmosfera sognante della notte precedente. Poi, all’improvviso, lui la baciò rapidamente sulle labbra. Avvertì un solletico elettrizzante propagarsi in tutto il corpo. Si sentiva apprezzato, desiderato, valido.
“Per favore, no”. Non le era piaciuto? Com’era possibile? Loris ci riprovò, ma lei si scostò bruscamente. Si sentiva ferito, mortificato, umiliato. Si era presa gioco di lui? Era deluso, ancora una volta. “Dài, almeno un bacio, cosa ti costa?”. Le appoggiò una mano sulla coscia e, quando lei cercò di aprire la portiera, lui la bloccò svelto con la sicura. Perché lo aveva fatto? Non lo sapeva. Quello che sapeva era che lei avrebbe cambiato idea. “Ti piacerà” continuava a dirle.
La ragazza piangeva, in silenzio, teneva gli occhi chiusi e non reagiva. Lui non si era mai sentito così potente. Aveva il controllo, era lui a decidere. E in fondo a lei piaceva, no? Doveva essere così. Era accecato dalla rabbia e si sentiva vivo, mentre il sangue gli pulsava caldo nelle vene e il cuore gli impazzava nel petto. Era così che si sentivano gli altri quando a scuola lo ridicolizzavano, seviziavano, gli facevano scherzi talmente crudeli che sembrava impossibile fossero stati concepiti dalla mente di un bambino? Era così che si sentiva suo padre quando riaffermava la sua autorità in casa, lasciando lividi bluastri come monito?
Quando ebbe finito la lasciò andare. Lei scappò tremante, inciampando, come un cerbiatto ferito che fugge dal cacciatore.
Eppure ora Loris non si sentiva poi così forte. Qualcosa dentro di lui si era spezzato. Guardando la ragazza zoppicare singhiozzante si ricordò del bambino che era stato e vide il mostro che era diventato. Il cerchio si era chiuso, come voleva, ma era un cerchio di dolore e di strazio, violenza che genera violenza, ferite taglienti.
Il ragazzo osservava la propria immagine riflessa allo specchio. C’era forza nel suo corpo, lo sapeva. Il problema era che non sapeva quanta forza servisse per sentirsi forte, così forte da non farsi più paura.
In copertina: da sinistra, Asia Bruni, Kamar Zohri e Vittoria Oppizzi della classe 3 O, con la docente Elena Zaini. Foto di Maria Chiara Pulcini.

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Articolo di Loretta Junck

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Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.)

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