Catherine Griffiths Court, un’intitolazione londinese alla suffragetta dei chiodi

Il 6 Febbraio 1918 il Representation of the People Bill divenne legge e nel Regno Unito le donne coniugate sopra i 30 anni ottennero il diritto di voto, dopo più di 50 anni di lotte e scontri sanguinosi, di campagne, proteste e torture. Sono passati esattamente cento anni da quel giorno e molti hanno dimenticato le Suffragette. Spesso in Italia parliamo del suffragio universale in modo sbagliato, come di qualcosa di scontato, garantito dalla clemenza del governo. Dimentichiamo, o meglio, cancelliamo così le storie di innumerevoli donne pronte a tutto, donne che hanno combattuto per guadagnare il diritto di essere considerate cittadine a tutti gli effetti. Questo traguardo è stato raggiunto grazie alle battaglie di due gruppi di donne, che possiamo distinguere approssimativamente in “suffragiste” e “suffragette”.

Vengono considerate “suffragiste” le appartenenti al gruppo Nuwss (National union of women suffrage societies), fondato da Millicent Fawcett nel 1897, che utilizzava metodi pacifici e costituzionali, come petizioni, dibattiti ed incontri pubblici. Invece le militanti “suffragette”, ispirate dal motto “Deeds not Words” e capitanate da Emmeline Pankhurst e dalle sue figlie Christabel e Sylvia, si unirono nel gruppo Wspu (Women’s social and political union) e, esasperate dalla lentezza del dibattito pubblico, decisero di ricorrere anche a metodi più violenti. Le leaders delle suffragette intendevano limitarsi ad attaccare la proprietà privata, ed inizialmente le militanti hanno infatti commesso atti di vandalismo, dando fuoco a edifici e distruggendo vetrine di negozi o cassette delle poste. Successivamente le tensioni si inasprirono: documentazioni testimoniano che molte suffragette hanno, infatti, molestato politici e lanciato pietre alla polizia. Emily Davidson morì scagliandosi addosso al cavallo cavalcato dal Re durante l’Epsom Derby nel 1913, Mary Lindsay attaccò Lord Weardale con una frusta per cavalli, confondendolo con il primo ministro Asquith ed infine una bomba su un treno diretto a Blackpool ferì gravemente un guardiano del convoglio. Il governo rispose con altrettanta durezza: molte attiviste furono arrestate e chiuse in prigione, dove intrapresero scioperi della fame e vennero alimentate a forza e picchiate.

Il voto, quindi, non è stato concesso alle donne: le donne hanno ottenuto il voto. C’è una grande differenza. La storia di Catherine Griffiths, suffragetta agguerrita, ne è un esempio.

Catherine Griffiths, figlia di un minatore del Glamorgan (Galles), nacque nel 1885. Lavorò come infermiera e fu per tutta la vita un’ardente sostenitrice del partito Labour. Griffiths partecipò attivamente al movimento per il suffragio femminile, girando per Londra con mattoni nascosti nelle maniche del cappotto per frantumare finestre e vetrine di negozi. È diventata famosa per il suo tentativo di fare irruzione nella House of Commons e attaccare chiodi alla sedia del Primo Ministro Lloyd George. ‘I wanted to make him seat up’ (‘Volevo raddrizzarlo’ o ‘volevo che prestasse attenzione’) commentò, quando venne imprigionata. Dopo aver ottenuto il diritto di voto, dal 1937 al 1965 Griffiths si dedicò alla questione dell’emancipazione femminile e alla tutela della working class in veste di consigliera comunale e, successivamente, dal 1960 al 1961, come sindaca di Finsbury. Nel 1988, all’età di 102 anni, Catherine Griffiths partecipò a una manifestazione volta a introdurre un maggiore numero di donne nel Parlamento inglese. Oggi viene commemorata attraverso la “Catherine Griffiths Court” a Islington (Clerkenwell), a lei dedicata.

La vita di Catherine Griffiths è stata una testimonianza dell’enorme sforzo collettivo, reale e spesso violento che ha permesso alle donne di ottenere il diritto di voto, quel diritto che oggi possiamo esercitare proprio grazie a donne come le suffragette. Per questo motivo le loro storie non devono essere dimenticate, ma, al contrario, celebrate e tramandate.

 

Articolo di Carlotta Moro

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Carlotta Moro vive in Gran Bretagna, dove si è laureata in Lettere a pieni voti con una tesi su Elena Ferrante.  Ha lavorato presso una libreria antiquaria e con la Feminist Library di Londra e sogna di diventare giornalista per occuparsi di questioni di genere, politica, cultura e libri scritti da donne.

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