Una partigiana a Sassoferrato

Quando Nicia Pagnani che ha scritto con me questo articolo e a cui va il merito di aver scavato per cercare indizi, parole e ricordi ci ha parlato di Maria Rossini, né io né le altre colleghe dell’Osservatorio di Genere conoscevamo a fondo la storia di questa donna. Ne aveva scritto Marco Severini nel Dizionario biografico delle marchigiane (L. Pupilli, M. Severini, 2018, p. 222), tratteggiando, con il rigore che si confà a una voce biografica di un dizionario, i passaggi che hanno caratterizzato la vita di Maria: dalla nascita ad Arcevia, in provincia di Ancona, il 2 febbraio 1906, al trasferimento a Cabernardi, Sassoferrato, al seguito del padre assunto nella miniera d zolfo, dall’impiego da postina al coinvolgimento nella lotta partigiana, fino alla morte il 21 aprile 1995.

Ma è stato grazie a Nicia Pagnani e al suo entusiasmo che Maria Rossini per noi dell’Osservatorio di Genere ha smesso i panni di una donna figlia del suo tempo che, come tante altre in quegli anni, a soli quattordici anni inizia a contribuire al bilancio familiare con il suo stipendio da portalettere e lotta per sopravvivere in un territorio apparentemente ostile, tra montagne e strade impervie, tra contadini e minatori, per assumere i tratti di una donna dalla personalità complessa, capace di scelte assolutamente rivoluzionarie per i suoi tempi.

Una donna, Maria, che nonostante abbia frequentato solo fino alla terza elementare, legge, si informa, capisce ciò che accade intorno a lei, si fa delle idee e sa chiaramente da che parte stare.

Non si sposa Maria, ma nel 1942, in piena guerra, decide riuscendoci di adottare un bambino, Giovanni, trovato al brefotrofio della vicina Fabriano. L’arrivo del piccolo Giovanni arricchisce la vita di Maria e del padre della donna, unico altro membro della famiglia Rossini, vedovo dal ’39, di cui lei si prende cura.

Un carattere riservato il suo, eppure chi la conosce non può che stimare questa donna indipendente, disponibile ad aiutare chi ha bisogno, che svolge il suo lavoro con competenza e passione.

La vita personale e quella professionale di Maria si intrecciano alle vicende della guerra. Ma, come abbiamo già detto, legge, si informa, capisce, ha delle idee e decide da che parte stare: si unisce alla lotta partigiana e lo fa ancora una volta con coraggio e senza compromessi in una zona, quella tra Arcevia e Cabernardi, due versanti opposti del Monte Sant’Angelo, tristemente nota come il luogo di una delle stragi nazifasciste più efferate compiute nelle Marche.

Ruggero Giacomini nel suo Una donna sul monte, libro curato da Avaro Rossi ed edito da Affinità Elettive nel 2002, ricostruisce questa vicenda e lo fa con gli strumenti dello storico: documenti e fonti di prima mano e inedite attraverso cui lo studioso intreccia i fili della storia  quella con la S maiuscola, quella del conflitto, della lotta partigiana sulle montagne, i Sibillini, dell’antifascismo e della presenza tedesca in Italia con la microstoria, la storia appunto di Maria Rossini, un tassello di un mosaico più grande e complesso ma necessario a comprendere cause e conseguenze, dolori e vittorie, coraggio e torture e tutto ciò che ha caratterizzato quel periodo storico.

Un lavoro importante quello di Ruggero Giacomini perché ricostruisce l’eccidio avvenuto nella notte tra il 4 e il 5 maggio 1944 sul Monte Sant’Angelo, quando circa duemila soldati tedeschi, appoggiati da mezzi corazzati, avanzarono a raggiera su Arcevia circondando la zona e, con mortai, carri armati e lanciafiamme colpiscono tutto ciò che incontrano in un raggio di venti-trenta chilometri: soltanto pochi partigiani riescono a rompere l’accerchiamento e a mettersi in salvo, la maggior parte di essi perde la vita nel combattimento in questo eccidio compiuto, come già accennato, con incredibile efferatezza. Gli obiettivi del rastrellamento tedesco sono precisi: annientare la presenza partigiana nella zona, ristabilire l’autorità fascista sul territorio e catturare il maggior numero possibile di uomini validi per i campi lavoro in Germania (Giacomini, 2002, p. 89). Ci si potrebbe chiedere il perché di questo incredibile dispiegamento di forze. La ragione, secondo lo studioso, è duplice: da una parte c’è la miniera, che rifornisce con regolarità e in quantità importanti l’industria tedesca, tenuta sotto stretta sorveglianza dai nazifascisti ma costantemente attaccata e sabotata dai partigiani (p. 25) e dall’altra ci sono i partigiani, che sul monte Sant’Angelo si muovono con grande libertà perché conoscono molto bene il “collinone” che è la loro base e che hanno occupato sin dall’autunno del 1943 (p. 39). Il bilancio delle vittime è incerto – scrive ancora Giacomini nel volume edito nel 2008 sempre da Affinità Elettive e intitolato Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944 (p. 251) – tanto che i caduti variano a seconda delle ricostruzioni da 37 a 63: sulla lapide posta a ricordo dei caduti sono indicati 37 morti, di cui 4 rimasti senza nome, tre citati solo con il nome con cui erano noti e sette della famiglia Mazzarini che ospitava il distaccamento partigiano nella propria casa colonica. Tra questi trova la morte anche la piccola Palmina di soli 6 anni. Un eccidio, quindi, costellato da punti oscuri, da memorie non coincidenti, che nel bel libro di Giacomini viene ricostruito ricorrendo ad un’ampia documentazione inedita ma anche attraverso lo sguardo di Maria Rossini, staffetta partigiana, postina di Cabernardi, prezioso collegamento tra le formazioni partigiane della zona.

Se alla ricerca di Giacomini va riconosciuto quindi il merito di aver restituito, con rigore scientifico, visibilità a uno degli episodi più significativi della Resistenza nella provincia di Ancona e nelle Marche e di conseguenza anche alla figura di Maria Rossini, che rischiava di essere una delle tante protagoniste della lotta partigiana che la storia non ricorda più, c’è anche chi non ha mai smesso di prodigarsi per rendere onore al valore di questa donna. Giovanni, il figlio di Maria, è un tesoro prezioso se si vuole capire meglio, chi è stata la madre.

È lui infatti che, grazie a Nicia Pagnani che lo ha rintracciato e contattato, ci racconta l’umanità di Maria e la profondità dei valori che la spinsero a lottare prima contro il fascismo e poi al fianco degli operai e dei contadini. È lui che ci racconta, con un sorriso divertito pieno di affetto e gratitudine, di come quella donna senza marito lo trovò al brefotrofio e lo volle con sé a tutti i costi divenendo madre prima ancora che la legge le riconoscesse sulla carta quel ruolo. È lui Giovanni, che nonostante i suoi 80 anni, ci racconta, con gli occhi del bambino che fu, di come sua madre fosse rimasta molto legata al paese natio, Arcevia, anche nella lotta partigiana, collaborando con i partigiani del Sant’Angelo. Collaborazione questa che le costerà l’arresto. È lui che ci racconta, questa volta con un’ombra nello sguardo, di come il comandante del distaccamento di Cabernardi si fosse insospettito per l’attività e per i movimenti della postina, grande camminatrice e conoscitrice esperta del territorio per via del suo lavoro. È lui che ci racconta, con la paura e la preoccupazione che probabilmente lo presero all’epoca, di come la madre cadde nella trappola che le era stata tesa. È lui che ci parla degli interrogatori in cui sua madre dimostra grande maestria e sangue freddo, riuscendo sempre a uscire dall’angolo, anche quando le vengono poste domande per cui mantenere la calma diventa difficile. Autocontrollo e forza purtroppo non bastano a salvarla dal carcere, accusata di sospetta intesa con i partigiani. Con dolore e angoscia, Giovanni ci apre le porte su quello che fu senza dubbio un momento difficile, la detenzione, ma anche le violenze e le sevizie di cui la madre peraltro non hai mai parlato se non con persone fidatissime, specchio anche del suo carattere fiero e schivo, ma anche, probabilmente, segno di quanto profondamente quella vicenda l’avesse segnata nel fisico e nello spirito. È sempre lui, il figlio di Maria Rossini, che ci accompagna nel dopoguerra, quando Maria torna a essere la postina continuando il suo lavoro con la dedizione di sempre, ma esprime anche la sua volontà di impegno sociale, con una militanza attiva nel Partito Comunista Italiano, divenendo capo della cellula Pci di Cabernardi e affrontando da protagonista gli anni della ricostruzione. Quelli sono gli anni delle lotte sindacali innescate dall’esaurimento precoce della miniera, spinta fino alla massima attività già dagli anni ’30 per via delle politiche autarchiche promosse dal regime fascista, del licenziamento di circa metà degli operai e del conseguente svuotamento del paese.

Oggi sappiamo che non c’era più zolfo da estrarre, ma questa era una realtà difficile da accettare dai tanti minatori e dalle loro famiglie che in quella miniera avevano investito la vita, e che comunque non si sono mai visti negare il sostegno e l’aiuto di Maria.

Ella vive ancora a lungo, sempre stimata e rispettata dai suoi compaesani, assidua lettrice dell’Unità e coerente ai valori della Resistenza di cui era stata protagonista fino alla morte, che la coglie a Sassoferrato il 21 aprile 1995, a 89 anni.

A Maria, staffetta partigiana, madre nubile infaticabile e sempre presente, militante comunista, postina di Cabernardi, l’Anpi di Sassoferrato ha chiesto venga intitolata la sala conferenze della Biblioteca comunale della città. L’Osservatorio di Genere con il patrocinio della Commissione pari opportunità per gli uomini e le donne della Regione Marche ha deciso non solo di affiancare l’Anpi nella richiesta di intitolazione della sala ma ha inserito a pieno titolo Maria, una donna straordinaria nella sua normalità, tra le #leviedelledonnemarchigiane proponendola tra le figure femminili citate nella seconda edizione del Concorso didattico Sulle vie della parità nelle Marche, sezione locale del concorso nazionale indetto da Toponomastica femminile chiamato Sulle vie della parità.

Maria Rossini, così come Rosina Frulla e Radia Fontanoni a Pesaro, Tina Lorenzoni a Macerata, Bianca e Lelia Sarti all’Apiro, Ines e Cesira Seracchiani di Matelica, Egidia Coccia ad Ascoli Piceno e tante altre, ha combattuto per ciò in cui credeva, per la libertà, per acquistare la pienezza di tutti i diritti, compresa l’uguaglianza di diritti e di opportunità tra uomini e donne, con assoluta naturalezza e spontaneità, ritenendo di fare semplicemente il suo dovere di cittadina.

A Maria Rossini, partigiana in città, e a tutte le donne che non smettono mai di leggere, informarsi, farsi delle idee, scegliere da che parte stare e che ci stanno, nonostante tutto!

 

Articolo di Silvia Casilio

OFNSIrlfSilvia Casilio, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università di Macerata e attualmente collabora con l’Università di Teramo. È autrice di saggi sull’Italia repubblicana e dal 2009 collabora con l’associazione culturale Osservatorio di genere.

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