Il referendum all’Ilva

Venerdì tredici settembre è arrivato il risultato: il referendum annuncia alla cittadinanza che su quasi undicimila operai più di seimila sono a favore dell’Ilva e dei suoi nuovi proprietari che ne garantiscono la produzione. Trecentonovantadue i contrari.
Probabilmente gli stessi che con coraggio e determinazione erano presenti il sei settembre al sit-in
Non c’è più tempo, organizzato da alcune associazioni ambientaliste, tra cui Peacelink e Genitori tarantini, in piazza della Vittoria a Taranto. Io c’ero e con me tutta la tensione del momento scatenatasi poco prima che arrivassi, contro la deputata De Giorgi, simbolo del governo che ha firmato l’accordo, sebbene in campagna elettorale avesse promesso la chiusura e la riconversione. Tanti i voti di Taranto e provincia, ma anche di tutta
la Puglia, che attraverso la scelta elettorale avrebbe voluto vedere realizzato il desiderio di poter conciliare il lavoro con la salute. Tante le testimonianze di genitori che hanno visto ammalarsi e morire i propri figli, o di chi, lavorando in ospedale è stanco di depositare corpi esanimi “sul quel marmo”. Molti gli interventi che ricordano anche le altre fonti inquinanti presenti sul territorio e parallelamente la possibilità di avere un altro tipo di economia e un altro tipo di sviluppo; molte pure le voci che mettono in guardia dal fidarsi anche di questo accordo, perché la fabbrica prima o poi verrà smantellata e venduta pezzo per pezzo, e quelle che ricordano che i veri operai tarantini
sono poche migliaia rispetto a coloro che poi ritornano nei loro paesi e magari hanno anche un doppio lavoro. Egoismo sciocco e miope perché l’aria non s’impacchetta, le falde si contaminano incontrollate, e gli incidenti sul lavoro riguardano tutti.
Tre ore delle ventiquattro totali del sit-in ho vissuto vedendo persone parlare, intervenendo io stessa, per protestare e anche cantare attraverso parodie di canzoni famose la rabbia e la delusione nel costatare che si continua con la vecchia politica che addirittura garantisce l’immunità penale per chi inquina e produce morte, oltre che acciaio nel più grande stabilimento d’Europa. Perché nella Ruhr la riconversione è stata possibile? Perché anche in Alsazia-Lorena?
Tutta la vita sarò con quei trecentonovantadue che hanno capito che c’è un tempo per tutto, un tempo per costruire e un tempo per demolire, è ora non c’è più tempo: “I bambini e le bambine di Taranto vogliono vivere!”

 

Articolo di Virginia Mariani

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Docente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.

 

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