Editoriale

Care lettrici e cari lettori,
entriamo in questo nostro quinto appuntamento con l’equivoca bivalenza della parola corrispondente al nostro Alfabetiere alla lettera “E”: come elasticità. Elastico è chi, o cosa, cede, trasformando il suo assetto iniziale. Ma elastico è anche chi è aperto, chi si “dilata” con la mente, offrendosi ad altre idee, chi non si irrigidisce su una posizione, chiudendosi in uno schema precostituito. Il suo contrario, come è scritto nell’articolo che leggerete, è rigidità, così legata agli stereotipi: in questo caso quelli legati ai “ruoli” di genere, nel fare della vita quotidiana, (l’uomo è forte, la donna è dolce) e del linguaggio (la donna è gracilina, il maschio è un omone). E questo per dare solo degli esempi.
La cronaca di questi giorni ci ha mostrato, nella necessaria casualità degli eventi che si incrociano con i temi qui trattati, la sequela di rigidità e di elasticità presenti e conviventi nella vita del nostro presente. Gli attori sono uomini e donne, ma anche ragazzini e ragazzine. Il teatro sono le nostre città con le loro periferie, spesso abbandonate dalle istituzioni e adoperate dalla politica che si fa, proprio attraverso questo territorio, malamente protagonista.
Un ragazzino, Simone, di quindici anni, con il gesto e il porsi “uguale” dei suoi coetanei insegna che “nessuno va lasciato indietro”. Con il peso e l’immediatezza delle parole, che diventano un macigno, in dialetto, quello che il grande Tullio De Mauro diceva essere il bilinguismo degli italiani, Simone spiega a tutti che “a me nun me sta bene che no” (diventata una sorta di mantra, rimbalzato dai media e dai social) ed evidenzia, accompagnandosi con le mani al modo dei rapper, che si è fatto un’opinione da solo, guardando l’agire dei cinquantenni sotto la sua finestra, che spiazzati cercano di affrontarlo, di ridurlo al silenzio, di fermarlo. “Io parlo di buon senso – risponde Simone con tono da saggio – Se parla di vivere in comune”. In comune con chi è reputato “diverso”, che sia straniero o di etnia rom, un grande messaggio che passa!
Una ragazzetta, cronaca recentissima, un po’ più grande di Simone, geograficamente tanto lontana da quella periferia romana che ha dato i natali al quindicenne di Torre Maura, fa da qualche giorno il giro del web. È ripresa in piedi sul tetto di una macchina, vestita di bianco, con grandi orecchini di colore oro a forma di luna. Ha ventidue anni e studia medicina all’università di Khartoum, capitale del Sudan. Si è meritata il soprannome di Kandaka, il nome della regina nubiana di 3000 anni fa. Lei, così giovane, è stata tra i motori della destituzione di Omar-al-Bashir che ha regnato indiscusso per ben tre decenni. Un vento giovanile che tira nell’aria e ci rende felici, ma soprattutto ci dà la speranza che la Terra Madre avrà guardiane e guardiani che sapranno proteggerla e sapranno curarla, in tutti i sensi, e non distruggerla tra voglie di profitti sfrenati e odio.
Per capire e semmai anche per combattere bisogna innanzitutto conoscere. Tornando a Torre Maura: chi sono, da dove vengono, e che fanno le donne e gli uomini appartenenti alle etnie rom e sinti? Che sappiamo di loro se abbandoniamo gli stereotipi allungando, appunto, l’elastico della conoscenza? Leggendo l’articolo che segue scopriamo un mondo quasi ignorato: docenti universitari, pittrici, cantanti, ballerine, violiniste, burattinai, politiche, ingegnere. Lavoratrici e lavoratori, che vivono tra noi, in modo pacifico, anonimo, se servisse dirlo.
Abbiamo bisogno urgente di donne e uomini di pace che combattano (e non è una contraddizione) perché il mondo sia più giusto. Che abbiano il coraggio di commuoversi chiedendo scusa per una morte che si poteva evitare, come quella alle Murazze di Torino. La commozione e la richiesta di aiuto del giudice della Corte d’appello ha colpito dritto.
Abbiamo bisogno urgente di dare spazio all’altra e all’altro che semmai non ha aperto gli occhi al mondo qui, ma è da noi per collaborare a rendere migliore la nostra parte di terra che abitiamo. Proprio a Torino un corso per giornaliste e giornalisti (vedi articolo) ha discusso e dettato alcune regole sul come parlare dell’universo, più vasto di quello che pensiamo, dell’immigrazione femminile penalizzata due volte: come appartenente al mondo delle donne e come comunità migrante.
Il coraggio, e questa volta (ancora una volta) quello delle donne, ci dice che il mondo si può guardare in modo diverso. Due storie di donne cosiddette anziane, solo per età anagrafica, ci spiegano che la vitalità, la fantasia, la voglia di fare, non si ferma neppure di fronte al compimento dei novantanove anni! Che se si perde un concorso per bidella non ci si abbatte, ma si passa avanti e oggi quella donna, italiana, protagonista di un’altra bella storia qui narrata, laureata in medicina, può dirci tante cose in più, da Boston (anche lei immigrata!) sul complicato mondo del cervello e delle sue malattie. Una passeggiata per le bellezze e le testimonianze storiche di Galtellì, in Sardegna, ci fa scoprire i “luoghi” di Grazia Deledda, che rimane ancora unica donna nei premi Nobel.
La donna e l’uomo hanno bisogno di parità. In tempi di risonanti Convegni sulla famiglia è rincuorante sapere che dall’Europa arrivano al mondo (seppure concretamente agli Stati membri) le linee guida per una parità più “uguale” tra i genitori per l’accudimento e la reciproca presenza nell’educazione dei figli, e in proposito ne parla qui un articolo. Abbiamo bisogno di parità in tutti i luoghi: su un campo di calcio (vedi articolo) ci si può incontrare e non fare la differenza giocando senza accorgersi e includendo, uomini, donne, gay, transessuali, perché si con-vive tutti sotto lo stesso cielo.
Si può fare! Come detta perentorio il titolo del film esaminato questa settimana: un tripudio di fantasia e di messa in gioco del proprio saper fare. Come quel ragazzo di allora, oggi uomo maturo, che ostinato ha voluto imparare, ha finito per far sopravvivere l’arte veneziana delle gondole (vedi articolo) che rischiava di morire per sempre.
Bisogna osare come la ragazza che racconta la sua arte di graffiti, come la protagonista della storia della giovane fioraia catanese, che sembra uscita da un film di Chaplin o da una canzone del Faber.
Non si può dare spazio all’odio e alle divisioni che non comunicano. Mentre chiudiamo questo numero ritorna la notizia che di nuovo è accusato Mimmo Lucano, il sindaco dell’accoglienza, e che ancora altre vite si stanno sprecando, inutilmente, nel Mediterraneo, davanti alle coste di casa nostra. Perché allora, tornando al poeta dovremmo dire con forza insieme a lui: “Verremo ancora alle vostre porte, e busseremo ancora più forte/perché seppure vi sentite assolti/siete lo stesso coinvolti” (quarta puntata su De André).

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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