Le donne e il Grand Tour

Con il termine Grand Tour si intende il viaggio di istruzione dei rampolli degli strati medio-alti della società europea, che aveva come fine la formazione dei giovani gentiluomini attraverso la conoscenza diretta di cultura, lingua e costumi dei luoghi visitati e, grazie al superamento di pericoli e fatiche, assumeva anche il valore di “viaggio iniziatico”. Il termine tour, invece di travel o voyage, non è casuale e sta a indicare un lungo giro, con partenza e arrivo nello stesso luogo, che, pur attraversando Paesi diversi dell’Europa continentale, ha come meta privilegiata e irrinunciabile l’Italia in quanto culla della civiltà umanistica, museo all’aperto, luogo di bellezze ambientali dalle caratteristiche climatiche così gradevoli e diverse da quelle dei Paesi d’origine dei viaggiatori d’oltralpe.

L’epoca d’oro del Grand Tour è il Settecento, anche se già nel secolo precedente si era diffusa tra i giovani aristocratici l’usanza di fare il giro d’Europa a coronamento del proprio percorso educativo. Ma il “secolo dei lumi”, con la sua sete di conoscenza, è anche il secolo del viaggio e della letteratura di viaggio, in cui i viaggiatori aumentano di numero e si diversificano per appartenenza sociale. Il numero degli accompagnatori del “granturista” cresce a seconda delle sue disponibilità finanziarie fino a comprendere, oltre al personale di servizio, medico, pittore e musicista. In questa comunità viaggiante, che trascorre lontano dal luogo d’origine un periodo variabile tra alcuni mesi e un paio di anni, cominciano a comparire anche le donne.

Ma esiste un Grand Tour al femminile?

Se ci si attiene alla definizione data poco sopra, la risposta è no. Il Grand Tour è un “rito maschile”. Le donne partecipano in qualità di accompagnatrici in quanto mogli o figlie. Solo nell’800 faranno la loro comparsa le viaggiatrici solitarie. In ogni caso la percentuale di donne “granturiste”, seppur all’interno di un gruppo familiare, non è indifferente in quanto si aggira tra il 15% – 20% del totale dei viaggiatori.

Viaggiare con le signore o è insopportabile o è di una dolcezza celeste. Non c’è via di mezzo. Ce ne sono che non si muovono, non si prendono cura di niente. Insistono sul caffè una volta l’ora, hanno da ridire sulle stanze, sul luogo, sul letto. Si portano mezza dozzina di bagagli. […] Tuttavia esse possono sovrintendere a come si fanno i bagagli e come si cura la biancheria. Fanno più facilmente conoscenza con i locandieri o affittuari, perciò c’è meno rischio di essere truffati; anche il modo di cucinare migliora sensibilmente perché le cuoche hanno paura delle signore. In questo modo esse proteggono il gruppo da varie seccature, avendo più libertà di criticare, ma anche più capacità di ripacificare. (Schlözer)

In questo caso sono le parole di un illuminista tedesco, viaggiatore e teorico del viaggio, a testimoniare la presenza delle donne come compagne di avventura.

Nel Settecento, viaggiare diventa più agevole e così anche le donne cominciano a farlo. Ma le difficoltà rimangono tante: la scomodità dei viaggi in carrozza, la promiscuità, i pericoli, le condizioni atmosferiche sfavorevoli… E, oltre ai disagi, per le donne un ostacolo ulteriore è costituito dal pregiudizio di una cultura secolare che le vuole relegate in un ruolo statico contrapposto alla mobilità attribuita al genere maschile; contrapposizione ben rappresentata dalla coppia mitologica Penelope e Ulisse. Ciononostante, nel Settecento anche le donne si mettono in viaggio. Lo fanno per motivi diversi: accompagnano qualche parente maschile della famiglia o seguono il marito in missione di lavoro all’estero; anche la salute giustifica il viaggio e non solo verso le località termali ma anche verso luoghi dai climi più miti, come nel caso dell’Italia.

La finalità formativa, così importante nell’esperienza del Grand Tour dei giovani rampolli dell’aristocrazia e della borghesia, è assente o è declinata al femminile, cioè limitata all’acquisizione di saperi che riguardano la tenuta della casa, l’economia domestica e l’educazione dei figli. Come scrive Sophie von La Roche nel suo romanzo Il viaggio felice del 1783, in cui racconta la storia di una coppia modello che si mette in viaggio per perfezionare la relazione prima delle nozze, le donne “devono sì osservare qualsiasi virtù fattiva di singole persone e le virtù nazionali di entrambi i sessi, ma preferibilmente quelle del loro proprio sesso per acquisirle … devono informarsi sulle donne che hanno la reputazione di essere le migliori mogli, madri e massaie, per conoscerle e frequentarle”. Eppure, l’obiettivo dell’educazione delle “fanciulle” trova percorsi alternativi per emergere. La stessa La Roche, nella sua rivista Pomona, presenta alle lettrici modelli femminili meritevoli tra cui, per quanto riguarda l’Italia, la scienziata Maria Gaetana Agnesi. E a ben guardare, nascosta dietro le più diverse motivazioni che spingono le donne a partire (la salute, l’educazione e/o l’accompagnamento di qualche parente maschio) risulta evidente la loro volontà di vedere e conoscere mondi nuovi, testimoniata nelle descrizioni scritte che hanno lasciato. Come oggi la documentazione dei nostri viaggi è affidata alla fotografia, allora analogo compito era svolto dalla scrittura: viaggiare senza fissare attraverso le parole quanto si era visto era come non aver viaggiato. E, per le donne del Settecento, la scrittura di viaggio costituiva una doppia trasgressione, in primo luogo perché, oltrepassando il confine delle mura domestiche all’interno delle quali erano tradizionalmente relegate, uscivano dalla loro condizione di staticità, in secondo luogo perché si appropriavano dello strumento della parola, ambito in cui il dominio era prettamente maschile.

La letteratura femminile di viaggio

Dunque anche le viaggiatrici hanno lasciato traccia delle loro esperienze, seppure in misura nettamente inferiore, rispetto a quanto prodotto dai loro colleghi maschi. Ma la conquista della consapevolezza del valore della propria testimonianza è graduale: il grado zero coincide con l’esperienza di viaggio che non lascia traccia scritta; in una prima fase, la scrittura è privata, in forma diaristica o epistolare, e quindi non destinata al pubblico. Successivamente, lettere e diari cominciano a circolare in una cerchia più ampia che trova il suo ambiente naturale nella cultura dei salotti, in cui, nel Settecento, le donne colte giocano un ruolo da vere protagoniste. A questo gruppo appartengono le Turkish Embassy Letters di Lady Mary Wortley Montague, pubblicate postume dall’amica Mary Astell. Solo nell’ultimo quarto del secolo Lady Anna Miller avrà la volontà e il coraggio di pubblicare il suo resoconto di viaggio Letters from Italy, una vera e propria guida con intenti anche critici nei confronti di quei testi sul medesimo argomento, presenti sul mercato e scritti da uomini. È la nascita di una “nuova via”, quel “new pat” che già la Astell aveva colto e apprezzato nelle lettere di Lady Montagu e che l’aveva spinta a pubblicarle, come dice nella sua prefazione al testo:

Confesso di essere abbastanza maliziosa per desiderare che il mondo vedesse a che scopo migliore viaggino le signore rispetto ai signori, e mentre il mondo è pieno fino alla nausea di viaggi maschili, tutti scritti nello stesso tono e farciti con le stesse sciocchezze; una signora ha la capacità di dirigersi su una nuova via e di abbellire un soggetto consunto con una varietà di divertimento fresco ed elegante.

Nei resoconti dei viaggiatori, almeno fino alla prima metà del XVIII secolo, prevale, infatti, uno stile impersonale il cui fine è quello di trasmettere informazioni sulla geografia, l’economia, la storia, l’arte dei luoghi visitati, seguendo lo spirito enciclopedico dell’epoca. Verso la fine del secolo, con l’affermarsi della nuova sensibilità preromantica, l’attenzione dei “granturisti” si sposta dall’informazione oggettiva a un discorso più soggettivo e riflessivo; non descrivono più tanto ciò che vedono quanto i sentimenti che provano. Conseguentemente alla trasformazione dei contenuti cambia anche la struttura formale: non più resoconti o guide, ma libri di viaggio in forma epistolare e diaristica. Proprio questi cambiamenti di gusto facilitano l’affermazione della scrittura femminile di viaggio, dato che il sentimento era considerato un tratto peculiare della natura del “gentil sesso” e che le donne avevano già raggiunto risultati d’eccellenza nell’arte epistolare.

Sul finire del secolo si afferma anche, in modo sempre più esplicito, la finalità educativa del viaggio al femminile e del suo resoconto. Infatti, accanto all’attenzione rivolta alla realtà sociale e alla quotidianità, le viaggiatrici-scrittrici che vogliono veramente educare e emancipare le giovani lettrici inseriscono nei loro travel book i contenuti classici essenziali per una cultura generale non più riservata solo agli uomini.

Articolo di Daniela Fusari

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Daniela Fusari, docente di materie letterarie nella scuola superiore, è nata a Lodi dove vive e insegna. In qualità di archivista, ha curato, il riordino e l’inventario di fondi documentari. Fa parte della Società Storica Lodigiana e ha svolto ricerche di carattere storico in ambito locale e per la valorizzazione dei Beni culturali. Riesce ancora, per sua fortuna, a divertirsi in tutte, o quasi, le cose che fa.

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