La vita è l’attività accademica più importante

Da circa due mesi sto svolgendo ricerca scientifica a Parigi, un periodo previsto dal percorso di dottorato che sto frequentando. È così che ho iniziato a riflettere sul senso di trascorrere del tempo in questa città, con le difficoltà di una lingua che non è la mia, in un’università che non ha mura, libri, colleghe e colleghi, docenti a me familiari. Percorro strade nuove, a volte senza riconoscerle.

Ho casualmente intercettato, proprio qui, un’intervista della sociologa Pinar Selek, le cui parole mi hanno aiutato a fare chiarezza su un percorso che, insieme alle esigenze della ricerca scientifica, mi ha mostrato un “imprevisto”, un “effetto collaterale” cui non avevo pensato all’inizio, tuttavia direttamente incidente sulla mia vita. Quest’estate, all’ombra dell’ultimo sole sulla spiaggia, avevo letto La casa sul Bosforo, il libro di Selek  che mi aveva colpito per la capacità dell’autrice di intrecciare il piano narrativo-romanzato con quello storico-sociale. Di lei non sapevo granché e non conoscevo le vicende giudiziarie che la costringono all’esilio per aver intervistato esponenti del PKK senza farne il nome, neppure sotto tortura. Nell’intervista afferma: La vita è l’attività accademica più importante. Si legge nelle sue biografie che si è occupata della storia del suo Paese, la Turchia, documentando le numerose lotte intestine che la attanagliano; si è interessata ai gruppi emarginati della società, ragazzi di strada, transessuali, creando il “Laboratorio degli Artisti della Strada”; ha condotto la sua ricerca umana, fondando il gruppo Amargi, cooperativa femminile e oggi anche rivista femminista.

Provo a spiegare il senso delle sue parole: le fragilità, i problemi della sua terra e della comunità in cui è nata e cresciuta non sono semplicemente l’oggetto, ma il soggetto della sua ricerca scientifica. Pinar Selek non osserva “solo” la realtà: guarda se stessa e attraverso le sue trasformazioni racconta del suo Paese. Anzi, la sua indagine si fa prima di tutto empirica, cioè fatta di esperienze sul campo, di moti sociali e di questioni che incontra per le strade del suo paese. Il concetto elaborato da Selek mi risuona come indizio: la ricerca scientifica (e i percorsi obbligati che, spesso, essa comporta) non è concepita al di fuori dei significati profondi delle nostre vite, dei cambiamenti possibili.

Così, penso alle relazioni che ho iniziato a tessere, alle passeggiate per raggiungere i luoghi di studio, al frugare tra gli scaffali di una libreria straniera, sconosciuta, ma ben fornita; comincio a indossare lenti nuove, mettermi all’ascolto di una lingua nuova per scoprirne un simbolismo linguistico che non mi aspettavo potesse essere così energico (per fare un esempio che mi fa simpatia: lentiggini, in francese, si dice taches de rousseur, nient’altro che, letteralmente, macchie rosse). E ancora, incontrare persone che hanno storie diverse, che hanno orari diversi dai miei, andare per le strade a cercare quelle questioni, quei movimenti, quelle spinte sociali di uomini e donne di questo mondo, avida nel “trovare” collegamenti. Metonimia, non metafora, direbbe Luisa Muraro, ovvero mantenere un legame con la realtà e da essa trarre qualcosa.

La specificità della metonimia […] sta nel suo formarsi attraverso collegamenti trovati e non inventati. I collegamenti possono essere di qualsiasi tipo purché siano stabiliti non sulla base di un rapporto di puro pensiero ma di un presentarsi a noi come dati. Mentre la metafora scaturisce da una pensata originale, la metonimia si fa strada nell’esperienza vissuta. Grazie alla metafora l’esperienza viene riplasmata in una rappresentazione ideale, con la metonimia invece viene articolata nelle sue parti. (Luisa Muraro, Maglia o uncinetto, Manifestolibri, ed. 2017)

Incrocio questa riflessione con il pensiero di Pinar Selek e imparo che l’attività accademica non può essere chiamata a emulare la realtà, fingendo che ci sia una società del dover essere, in cui pensare e discutere, separata dalla realtà di chi la vive. E una prova di questa ricerca, che da empirica e appassionata può divenire scientifica e argomentata, già mi si mostra: occupandomi di diritto del lavoro, incrocio le innumerevoli e preziose riflessioni di altre donne. Le femministe hanno fornito elementi di profondo cambiamento ai discorsi sui tempi di vita (e di lavoro), di cura e di relazioni; di un agire pratico che si ossigena dai desideri di donne e uomini del nostro tempo e intercetta le questioni reali che si presentano agli occhi della collettività. Ho letto con grande interesse alcuni dei frutti di questa prospettiva e ricerca: per fare un esempio, il Doppio sì (a cura della Libreria delle donne di Milano, 2008), a cui rinvio per gli approfondimenti, propone una riflessione sul rapporto tra maternità e lavoro, rivalutando il bivio tra le due opzioni, orientandosi verso un nuovo modo di concepire il lavoro per entrambi i sessi. Questione affrontata anche in Sottosopra, Immagina che il lavoro (ottobre 2009). Qui le studiose evitano soluzioni miracolose giacché inadeguate nel pretendere di “contenere” l’incontenibile, cioè la complessità della realtà, dei desideri e delle necessità delle persone in carne e ossa. Invece che sugli strumenti, il punto si sposta sul dinamico concetto del “sollevare problemi”, cioè provare ad attraversare i conflitti della conciliazione tra vita e lavoro. Il significato stesso di “conciliazione” è sottoposto a dubbio: chi concilia che cosa? Affinché il lavoro non diventi l’unica vita “immaginata” ma si ricordi che è solo un mezzo, le femministe, nel “primum vivere” propongono la modifica del lavoro, dei lavori, e non l’adattamento delle vite ad un “lavoro” dato come immutabile. Questo concetto è approfondito nel Senso del lavoro (a cura del Comitato pari opportunità dell’Università degli Studi di Verona, Ombre corte, 2014) in cui emerge l’importanza di (ri) tornare alla soggettività nelle pratiche di vita e di lavoro.

Molti di questi testi sono scritti da giuriste che portano avanti il ragionamento giuridico senza lasciare che la loro differenza sessuale soccomba al piano del diritto, quello del dover essere, dei desideri e delle aspirazioni confuse e schiacciate dall’imperativo concettuale del “bisogno” (creato, indotto, reale?). Al contrario è proprio la differenza sessuale a creare concetti; attingendo a piene mani dalla propria esperienza e relazioni, il “partire da sé”, indica il modo di trasformare il lavoro, cosicché anche il “lavoro di ricerca” si muove dentro questa realtà viva e si fa di portata universale.

Queste letture, queste donne, mi accompagnano mentre penso che la ricerca accademica si nutre già dei miei desideri, di ciò che mi circonda e che sento appartenermi profondamente; il suo senso cambia fino a consentirmi di districare i percorsi più difficili e conflittuali. La vita è l’attività accademica più importante: le questioni che sono nella mia ricerca respirano con me

 

Articolo di Gemma Pacella

VeDP-9OONata a Foggia e laureata in Giurisprudenza con una tesi dal titolo “Il linguaggio giuridico sessuato: per la decostruzione di un diritto sessista”. Attualmente svolgo un dottorato di ricerca in Management and Law. Studio il femminismo che nel tempo e nello spazio attraversa la nostra civiltà.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...