Musiciste africane

La musica in Africa riveste un ruolo fondamentale ed è la manifestazione artistica che maggiormente unisce un continente così variegato e multiforme; qui la musica non viene appresa ma vissuta nella quotidianità, è un vero e proprio linguaggio utilizzato fin dai tempi antichi per scandire i ritmi della vita tribale, delle cerimonie e dei riti di passaggio; in epoca coloniale veniva anche impiegata per veicolare le informazioni durante la segregazione degli schiavi: utilizzando i tamburi, che con il loro “tam tam”, davano vita a un alfabeto codificato.  

Ancora oggi gli strumenti tradizionali vengono suonati con uno stile “parlante” attraverso un’improvvisazione comunicativa legata al contesto locale e temporale. 

Ogni popolo ha le proprie armonie, i propri ritmi e strumenti musicali e i testi delle canzoni parlano spesso di leggende e tradizioni differenti in base alle diverse etnie. 

Nell’antichità, la casta dei griots (cantastorie) era la depositaria della tradizione orale e il loro mestiere era quello di cantare e recitare le lodi dei sovrani e tramandare le glorie dell’impero del Mali. Il mestiere si è tramandato attraverso le generazioni e i più famosi musicisti dell’Africa Occidentale appartengono oggi alle più importanti e antiche famiglie di griots. Questa tradizione è comune a tutti quegli Stati che hanno vissuto le medesime vicissitudini storiche: Mali, Senegal, Gambia, Guinea, Mauritania e Burkina Faso. 

Con la rotta degli schiavi le originarie sonorità africane sono state esportate in America e dalla contaminazione sono nati nuovi generi musicali come il blues, le cui radici affondano in Africa. 

Gli strumenti musicali ancora oggi utilizzati sono fatti di materiali locali: legno e pelli di animali per i tamburi, conchiglie, argilla, zucche e metallo per gli altri strumenti come, ad esempio, gli idiofoni a pizzico (lamellofoni) di cui fa parte la mbira.  

Ogni popolo ha più di uno strumento tradizionale e possiede una musica legata al genere maschile e una legata a quello femminile e strumenti riservati esclusivamente all’uno o all’altro genere: ad esempio in Mauritania gli uomini suonano il tidinit un liuto a quattro corde e le donne l’ardin una specie di kora

Questa differenziazione nell’utilizzo degli strumenti corrisponde a una diversificazione dei ruoli legati al genere all’interno delle società stesse, ed essa deve essere analizzata proprio in virtù della specificità di tali ruoli.  

Lo studio delle società africane tradizionali ci rivela come esse avessero una forte consapevolezza di quanto potenti fossero i suoni e di come, anche attraverso la gestione di essi, si definissero le ripartizioni di compiti e soprattutto di poteri.  

Le donne che in Africa hanno contribuito a emancipare il ruolo femminile in ambito artistico musicale sono riuscite ad avere anche un peso politico e un ruolo attivo all’interno delle società di appartenenza. Queste donne hanno protestato contro la dittatura presente nei loro Paesi, contro le violazioni dei diritti e hanno denunciato ciò che avveniva nelle loro comunità o nei campi profughi dove, alcune di loro, erano state rinchiuse. Sono donne che hanno avuto il coraggio di prendere in mano la loro vita e di trasformarla in musica: di questo dovremmo rendergliene merito.  

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Foto. Stella Rambisai Chiweshe 

Stella Rambisai Chiweshe (Zimbabwe) è la prima artista donna a guadagnarsi il prestigio in un genere musicale dominato dagli uomini, la mbira music, musica tradizionale dello Zimbabwe. Stella è tra le pochissime donne dello Zimbabwe e di tutta l’Africa meridionale a ricoprire, da più di 35 anni, un ruolo fondamentale nella musica tradizionale. Inizia a suonare la mbira ai tempi dei colonizzatori inglesi. All’epoca, questo strumento era bandito poiché gli venivano attribuiti dei poteri magici, il suo possesso veniva punito con l’incarcerazione. La mbira veniva suonata in cerimonie segrete. Attraverso il suo suono i defunti tornano a comunicare con i vivi.  

Stella ha pubblicato più di 20 singoli di mbira music, tra i quali Kasahwa, disco d’oro nel 1975. Dopo la nascita del moderno Zimbabwe indipendente, è entrata a far parte della National Dance Company of Zimbabwe, in cui ha assunto il ruolo di principale solista di mbira; ha inoltre creato l’unione dei musicisti dello Zimbabwe e nel 1993 è fondatrice del Mother Earth Trust Network of Female Artists

Manou N’Guessan Gallo (Costa d’Avorio) è una bassista – sebbene suoni anche la chitarra, il flauto e le percussioni – della Costa d’Avorio, nata a Divo, una località centro-occidentale della Costa d’Avorio, dove vivono i Djiboi. Cresciuta dalla nonna, sin dalla giovanissima età di dodici anni, ossessionata dal ritmo, ha iniziato a calcare i palcoscenici dell’Africa affidandosi al suo mentore, Marcellin Yassè.  Attiva in un gruppo denominato Woya, diventato alla fine degli anni 80 molto popolare in tutta l’Africa Occidentale, ha poi continuato la sua carriera da solista. Tra il 1993 e il 1996 è stata anche attrice teatrale. Nel 1997, per la prima volta in Europa, raggiunge Bruxelles. Incide il primo album con la musicista belga di origine congolese Zap Mama nel 1999 (A Ma Zone), mentre il suo primo solo è del 2003 (Dida) a cui seguiranno nel 2007 Manou Gallo e nel 2010 Lowlin. Dal 2003 tiene concerti nei principali festival europei, mentre nel 2005 sbarca per la prima volta negli Stati Uniti. Mette insieme le tradizioni africane con il blues, il funky e il soul, ricavandone un genere e un timbro del tutto originali. Canta in lingua dida, francese e inglese. Nominata nel 2009 quale migliore musicista della Costa d’Avorio, è stata inserita tra i primi dieci bassisti africani che influenzano la musica nel mondo. 

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Foto. Chiwoniso Maraire 

Chiwoniso Maraire (Zimbabwe) era figlia d’arte: il padre, Dumisani, era un insegnante e un suonatore di mbira, strumento della tradizione Shona; la madre, Linda, era una cantante e una danzatrice. Nata negli Stati Uniti, tornerà in Zimbabawe a 15 anni. Sin da giovanissima, mostra di possedere un carattere ribelle, che la condurrà a imparare a suonare la mbira, strumento fino ad allora ritenuto solo maschile. Il suo primo gruppo, A Peace of Ebony, lo fonda nella scuola di Harere; successivamente fonda un suo gruppo acustico chiamato Chiwoniso & Vibe Culture; nel 2001 pubblica il primo album: Ancient Voices, che la fa conoscere in tutto il mondo. Dal 2001 al 2004 collabora anche con una band multinazionale di sole donne, chiamata Woman’s Voice.  

Per rimanere fedele alla sua natura di donna ribelle, nel 2007 pubblica un album che si intitola appunto Rebel Woman.  

Chiwoniso non ha mai mancato di protestare contro la dittatura in Zimbabwe e contro la violazione dei diritti attuata dalla polizia di Stato. I suoi testi sono atti di denuncia e di speranza, per un Paese, e forse un mondo, migliore. 

Fadimata Walet Oumar, cantante e suonatrice di tindé, tamburo tuareg riservato alle donne, ha un repertorio  formato dai canti e dalle danze del deserto di Timbuktu, dove è nata e cresciuta. Nel 1995, profuga in Mauritania, ha formato il gruppo Tartit – il primo a portare le tradizioni tuareg nel mondo – che ha al suo attivo tre dischi e centinaia di concerti. Attraverso la musica e il canto, Fadimata si dedica alla sensibilizzazione del suo pubblico sulla ricchezza delle culture del deserto e sulle condizioni difficili dei tuareg. Ma oltre alla musica si dedica da sempre all’attivismo politico per la tutela dei diritti delle donne tuareg. Da quindici anni è presidente dell’associazione Tartit’n’Chetma (in tamasheck, “l’unione delle sorelle”), che lavora su progetti di reinserimento delle donne nella società e di scolarizzazione per i bambini tuareg dei villaggi della sua regione. Conta di aprire delle scuole nei campi profughi per garantire la formazione dei piccoli tuareg nonostante la situazione di estrema precarietà delle loro famiglie. Il gruppo Tartit consta di cinque donne e quattro uomini appartenenti all’etnia Tuareg.  Le componenti si sono incontrate e conosciute in un campo profughi in Burkinia Faso, dove la loro musica divenne un mezzo di sopravvivenza di fronte ai problemi politici economici e sociali che si trovavano d’innanzi. Nel dicembre 1995, pochi mesi dopo la loro formazione, ad opera di Fadimata Walet Oumar, il gruppo fece il concerto di debutto al MASA Trade Fair for African Arts tenutasi a Abidjan in Costa d’Avorio. Nello stesso anno partecipò al Festival delle Voci di Donne, a Liegi. A partire da questo evento cominciò a ottenere una certa visibilità internazionale, contribuendo a diffondere la conoscenza della cultura e della lingua tuareg in tutto il mondo. Nel 1997 i Tartit hanno pubblicato il loro primo album Amazagh, nel 1998 hanno effettuato un tour attraverso l’Europa e nel 2000 nel Nord America. In quello stesso anno esce il loro secondo album Ichichila (2000), seguito da Abacabok (2006). Nel 2006, si uniscono a Afel Bocoum e Habib Koité per formare un collettivo, Deserto Blues. Nel 2010 hanno partecipato alla rassegna Artintown a Torino 

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Foto. Il gruppo Tartit 

 Se volessimo, con un’immagine, raffigurare graficamente tutto ciò che La musica rappresenta nella tradizione africana – l’educazione, la cultura, la coesione sociale, l’etica, la religione, la spiritualità, la memoria collettiva – senza ombra di dubbio potremmo utilizzare il volto di una di queste donne che hanno contribuito a far conoscere il loro Continente al resto del mondo  

In copertina. Fadimata Walet Oumar 

 

Articolo di Arianna Marziali

Foto Arianna Marziali.jpgArianna Marziali, educatrice presso casa famiglia per disabili, studentessa della facoltà di scienze della formazione presso l’Ateneo di Roma Tre, appassionata alle tematiche inerenti i Paesi del Sud del mondo e legata in modo particolare all’Africa sub-sahariana grazie all’appartenenza ad una famiglia “mixte” afroitaliana.

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