Caterina. La virtù meravigliosa di trovare tempo per tutto e tutti 

Cinquecentodieci anni fa, il 28 del mese di maggio, moriva a Firenze Caterina Sforza, amata figlia del duca lombardo Gian Galeazzo, signora di Imola e contessa di Forlì. 

Ci sono molte figure femminile nei primi anni della vita di Caterina Sforza. 
Prima di tutto Lucrezia Landriani, sua madre, che l’ha avuta da una relazione con Galeazzo Maria Sforza; poi la nonna Bianca Maria Visconti che si prende cura di lei, la segue amorevolmente e la educa ai doveri e agli onori del suo ruolo. Infine Bona di Savoia, la moglie del padre, che la accoglie all’età di cinque anni mostrandosi gentile e amorevole. Con lei resterà un rapporto affettuoso per tutta la vita. 
Nonostante sia una figlia illegittima, riceve un’educazione accurata e Caterina si rivela un’allieva interessata, desiderosa di conoscere e comprendere e dotata di grande memoria; studia la lingua latina e conosce i classici, si appassiona alle scienze, soprattutto la botanica e la chimica. Al contrario delle altre ragazze, Caterina subisce il fascino dei combattimenti e delle armi che impara a usare forse ereditando il gusto dal padre e dalla nonna Bianca Maria. 
Malgrado Galeazzo sia un uomo dispotico e prepotente, con lei sembra premuroso e attento, alla sua morte Caterina proverà un profondo dolore. Certo, lui la considera una pedina da manovrare per creare alleanze dinastiche favorevoli ai suoi progetti politici, ma questo accade in tutte le famiglie del tempo. Caterina è conscia del suo ruolo e si dimostra, a tempo debito, ubbidiente e decisa nell’accettare il proprio destino; non si dimostrerà, però, passivo strumento nelle mani altrui, anzi saprà essere protagonista di tante vicende storiche e politiche. 
Uno dei primi avvenimenti pubblici a cui partecipa è il viaggio a Firenze compiuto nel 1471 insieme al padre Galeazzo e a Bona di Savoia per visitare la famiglia Medici. La corte milanese si muove con gran pompa: carri rivestiti con tessuti d’oro e d’argento, moltissimi cavalli riccamente bardati, 100 uomini armati, 500 fanti, 50 staffieri vestiti di seta e argento, 500 coppie di cani e moltissimi falconi e sparvieri per la caccia; con la famiglia ducale, inoltre, un lungo seguito di aristocratici e cortigiani. Nonostante lo sfarzo mostrato dalla corte milanese, la famiglia Medici sa dare il meglio di sé. Accoglie gli ospiti con il suo tesoro di opere e oggetti preziosi e raffinati, dimostrando uno stile e una cultura che non ha pari; anche la città è coinvolta e sono allestiti tre spettacoli di carattere religioso, ciascuno in una importante chiesa: l’Annunciazione a San Felice in Piazza, l’Ascensione in Santa Maria del Carmine, la Pentecoste in Santo Spirito; per le rappresentazioni delle prime due vengono utilizzate delle macchine (ingegni) il cui progetti sono attribuiti da Vasari a Filippo Brunelleschi. Se ospiti e invitati restano colpiti dall’eleganza di quelle giornate, è probabile che ugualmente la piccola Caterina sia affascinata da quanto visto a Firenze e nella corte medicea; d’altra parte anche lei vive in una corte immersa nel clima umanista, conosce artisti e letterati che frequentano e animano il ducato di Milano. La città e la famiglia toscana, che conosce in questa occasione, torneranno nella sua vita di donna anche se lei, ancora bambina, questo non può ancora saperlo. 
Alcuni anni dopo Caterina viene data in sposa a Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV; il contratto di fidanzamento è firmato nel 1473, il matrimonio celebrato per procura a Milano ma solo nel 1477, quando Caterina raggiunge “un’età conveniente”, si unisce al marito. 
È giovane e bella. Le vengono attribuiti molti ritratti, ma la critica è più concorde nel rintracciare le sue sembianze nel quadroLa dama dei gelsominidi Lorenzo di Credi, dipinto presumibilmente tra il 1485 e il 1490. L’opera raffigura una giovane donna dai capelli biondi con alle spalle un doppio scenario: sulla destra colline e rocce dietro a uno specchio d’acqua, sulla sinistra una costruzione turrita che si specchia in un fiume. La fanciulla ha tra le dita affusolate delle mani alcuni gelsomini, forse da associare agli interessi di Caterina per la botanica, la chimica e i rimedi naturali sia nella cosmesi che in medicina. In un suo recente studio la storica dell’arte Magdalena Soest ha proposto una suggestiva ipotesi sulla base di una certa somiglianza fra questo quadro e i ritratti di Leonardo:La dama dei gelsominidi Lorenzo di Credi raffigurerebbe la contessa Sforza da giovane, mentre laGiocondaleonardesca sarebbe un successivo suo ritratto in età più matura. 
In una delle prime biografie su Caterina, Pier Desiderio Pasolini racconta: “Era in lei (scrivono i contemporanei) una virtù meravigliosa per trovare tempo per tutto e per tutti. Nonostante le cure della famiglia, dei figlioli, della corte, della politica, trovava modo di leggere molto, e pare che più che altro leggesse libri storici e divoti”. E ancora: “Caterina è l’ideale della virago cantata dal Boiardo, dall’Ariosto e dai poeti romanzeschi. Caterina è l’ultimo, ma forse il perfetto tipo dell’eroina cavalleresca del medioevo. Essa è grande nella storia non già per aver iniziato tempi nuovi, ma per avervi spiccato come figura antica”. 
Una figura degna di vivere tra le pagine dei grandi poemi cavallereschi: come scrive Joyce de Vries nelCaterina Sforza and the art of appearancesil termine virago mette in evidenza i tratti duplici del personaggio, quelli femminili e quelli maschili che si alternano nel corso della vita. 
Come moglie si mostra figura rispettabile, elegante e colta: commissiona opere, fa realizzare architetture, colleziona oggetti preziosi; a Roma, pur ancora molto giovane, è un personaggio di spicco nella corte di Sisto IV. Raffinata come è, frequenta artisti, letterati, musicisti e si trova al centro della considerazione anche del pontefice; partecipa a cerimonie pubbliche, ricevimenti, visite diplomatiche, nei territori romagnoli contribuisce a trasformare il volto dei centri urbani rafforzando la rocca di Imola, costruendo edifici difensivi, palazzi e ville secondo il gusto elegante del Rinascimento. A Milano, quando torna per mantenere vivi i legami familiari e politici con la famiglia d’origine, ha modo, presumibilmente, di conoscere e seguire i lavori e le ricerche, anche scientifiche, di Leonardo. La passione per le scienze la accompagna lungo tutta la vita e, nonostante i grandi impegni politici e militari che deve affrontare, non abbandona i suoi studi e i suoi interessi riuscendo negli anni a raggiungere un’esperienza e una conoscenza tali da potersi confrontare con medici e scienziati del tempo. 
Ben diversa è, invece, l’immagine che ci tramanda la storia al momento della morte di Sisto IV, nell’estate del 1484, quando tumulti popolari e disordini terrorizzano Roma. Le biografie ricordano una Caterina audace e determinata nel raggiungere Castel Sant’Angelo e rivendicare il ruolo di governatore del marito Girolamo; la sua è la difesa estrema del potere che sembra vacillare e, a capo di un contingente di soldati, si dimostra capace di resistere dodici giorni prima di arrendersi. 
Gli stessi tratti ardimentosi li mostra alla morte di Girolamo Riario, ucciso in una congiura il 14 aprile 1488: in pochi giorni riesce a passare dalla condizione di prigioniera a signora dei territori di Forlì e Imola. Il 30 dello stesso mese diventa reggente di quest’area della Romagna per conto del figlio Ottaviano, ancora troppo piccolo per poter esercitare il potere, e si trasforma ancora una volta proponendo di sé una doppia immagine, quella di vedova fedele e di reggente determinata. Vendica la morte del marito mettendo in prigione chiunque abbia appoggiato la congiura contro di lui, distrugge le abitazioni delle famiglie contrarie al suo potere e distribuisce i loro beni fra la popolazione povera. Dopo la vendetta Caterina, che ha le terre di Imola e Forlì sotto il suo diretto controllo, può dedicarsi alla politica e al governo non solo stabilendo alleanze strategiche, ma prendendo decisioni per il suo Stato: rivede il sistema fiscale, riduce o elimina alcuni dazi, controlla le spese, si dedica all’approvvigionamento delle truppe militari e al loro addestramento. Per la sicurezza dei suoi territori, situati in una posizione di passaggio obbligato fra il Nord e il Sud Italia, sa che gli apparati militari hanno una funzione strategica, anche se Caterina sceglie di rimanere neutrale in questo periodo di forti tensioni fra il regno di Napoli e il Ducato di Milano. 
Terribile e indomabile si dimostra in un’altra occasione, quando nel 1495 viene ucciso in un agguato il secondo marito, Giacomo Feo, sposato con nozze segrete per non perdere la tutela del figlio e il controllo del governo. Le punizioni per chi ha tradito sono feroci, secondo le testimonianze storiche addirittura superiori per durezza alle repressioni per la morte di Riario. Caterina Sforza compie scelte e si attribuisce compiti e impegni più di quanto non sia necessario per un uomo e, scrive ancora Joyce de Vries, il suo volto pubblico sembra gestito da lei in modo tale da contrastare la disapprovazione sociale che accompagna le posizioni di comando di una donna. 
La vita di Caterina Sforza ha molte fasi, tutte ugualmente importanti e dense di avvenimenti. 
La “terza vita” comincia quando incontra l’ambasciatore della Repubblica di Firenze, Giovanni de’ Medici detto il Popolano, membro di un ramo collaterale della famiglia. Questo terzo matrimonio viene celebrato nel 1497, Caterina ha 34 anni, Giovanni 30, dalla loro unione nasce Ludovico. La loro storia è destinata a durare poco, Giovanni si ammala improvvisamente e a nulla servono le cure e il trasferimento a Santa Maria in Bagno, dove si spera che le acque termali possano avere un effetto benefico. Caterina è al suo capezzale e lo assiste fino alla fine, avvenuta il 14 settembre 1498; dopo la scomparsa decide di mutare in Giovanni il nome del figlio, in memoria del padre. 
Sono momenti difficili per la storia d’Italia e Caterina non può far prevalere il suo dolore sul ruolo politico e militare. Prima si scontra con l’esercito di Venezia che attacca Forlì poi, nel 1499, si prepara ad affrontare le truppe di Luigi XII re di Francia: rinforza le rocche, fa scorte di viveri per sopportare l’assedio, addestra i soldati e fa nuove reclute. La minaccia è davvero fortissima, guida l’esercito francese Cesare Borgia che vuole la Romagna tutta per sé.La più bella, la più audace e fiera, la più gloriosa donna d’Italia, pari se non superiore ai grandi condottieri del suo tempola definisce Cecilia Brogi nel suo libro su Caterina Sforza; e così la descrivono le cronache del tempo che raccontano come, per molti giorni, riesca a contrastare con successo l’assedio dell’esercito francese, cercando di contrattaccare in ogni modo. Cesare Borgia ha la meglio solo il 12 gennaio 1500, dopo aver bombardato per sei giorni consecutivi la Rocca di Ravaldino. “Magnanima impresa” fu definita da Machiavelli la strenua difesa di Caterina Sforza; e ben le calza l’appellativo diTygreche le cronache del tempo le assegnano. 
Caterina, una volta catturata, fa l’abile mossa di dichiararsi prigioniera delle truppe francesi sapendo che una legge in vigore in Francia non consente alle donne di essere trattate come detenute di guerra. Se Cesare Borgia abbia fatto buon viso a cattivo gioco a questo guizzo di furbizia non è del tutto accertato, di fatto la donna viene presa in consegna dai suoi uomini, trattata come un’ospite ma trasferita a Roma. In un primo momento è condotta in Vaticano e alloggiata nel Palazzo del Belvedere; successivamente, incolpata di aver attentato alla vita di papa Borgia, è rinchiusa nelle prigioni di Castel Sant’Angelo. Anche in questo caso non ci sono fonti storiche unanimi, anche se mi piace pensare che l’irriducibile donna sarebbe stata realmente capace di avvelenare il pontefice pur di riconquistare la libertà e i suoi territori. 
Sta di fatto che nella fortezza di Castel Sant’Angelo Caterina rimane per circa un anno, fino all’estate del 1501, liberata grazie all’intervento dell’esercito francese. Riacquistata la libertà è costretta però a firmare un documento di rinuncia a ogni pretesa di governo sui territori di Imola e Forlì. 
Non le rimane che la possibilità di lasciare Roma alla volta di Firenze, dove si trovano i suoi figli e l’unica figlia Bianca. Caterina, che ai tempi in cui Giovanni de’ Medici era ambasciatore, aveva ottenuto la cittadinanza fiorentina, va a vivere nei possedimenti del suo ultimo marito, soprattutto nella Villa di Castello. 
Comincia un’altra fase della sua esistenza, ancora una volta una fase di lotte. In primo luogo contro il cognato per l’affidamento del figlio più piccolo, Giovanni. Al momento dell’arresto il bambino le era stato sottratto ma, una volta riacquistata la libertà, Caterina sfodera tutta la determinazione di madre e dà battaglia legale, vedendo riconosciuti i suoi diritti. Infatti la sua detenzione non è paragonata a quella di un delitto comune e il giudice, nel 1504, le restituisce il piccolo Giovanni, destinato ad azioni “d’arme e audaci imprese” e adare origine alla dinastia granducale della famiglia Medici. 
Mentre difende i suoi legami familiari, Caterina lotta anche per riconquistare i territori sottratti da papa Alessandro VI Borgia, scomparso nel 1503. La sua morte significa la perdita del potere per il figlio Cesare e Caterina comincia a immaginare di poter tornare a governare Imola e Forlì; anche il nuovo papa Giulio II non si oppone. È però il popolo a non volere più il governo della contessa Caterina: ora non le rimane altra possibilità che chiudere definitivamente questa fase della sua esistenza. 
Si dedica unicamente alla sua famiglia, alle relazioni sociali e alle sue passioni scientifiche, alle ricerche chimiche, a quelle cosmetiche e mediche, alla scoperta di rimedi naturali. Di questi suoi interessi ci resta un libro, Experimenti della excellentissima signora Caterina da Forlì,in cui sono racchiuse 471 ricette.  
Nonostante gli interessi per il mondo medico-scientifico, nulla può la sua esperienza contro una forte polmonite che la uccide.  

L’odonomastica italiana la ricorda  con una piazza a Roma e con vie nei centri di Forlì, Forlimpopoli, Imola, Borgo Tossignano e San Mauro Pascoli. 

Articolo di Barbara Belotti

frR-BfKiDopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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