Editoriale

Carissime lettrici e carissimi lettori,
i nomi di due adolescenti, di due ragazzine si impongono a noi al momento di iniziare questo n.13 di Vitaminevaganti.com: Noa Pothoven e Annelies Marie, detta Anna Frank (nata il 12 giugno 1929). Da adulte e adulti ci coglie la malinconia, nelle epoche e nelle situazioni diverse nelle quali le due ragazzine sono vissute, di non averle sapute difendere e di averle fatte morire.
Ci dobbiamo sentire responsabili verso di loro. Oggi per Noa, che ha lasciato questo mondo domenica scorsa a 17 anni, e ieri per Anna, morta a 16 anni in un campo di concentramento dopo una segregazione ingiusta per un’adolescente che esige vitalità.
La rabbia è miscelata alle fatali coincidenze sempre presenti nel bene e, come in questo caso, nel male della vita e ci portano a collegare il presente al passato, le esigenze volgari di “voglie” non frenate a scellerate scelte ideologiche di chi si crede e si è creduto padrone di una verità reputata assoluta. Le sorti di entrambe, se ci pensiamo bene, fanno parte di una visione esclusivamente maschile e maschilista del mondo.
Due ragazzine adolescenti che non appartengono più a questo mondo. Tutte e due uccise da una colpa che non concerneva né il loro corpo abusato, né la loro mente. Ci rattrista che noi adulti ora ci fermiamo di più a parlare, per Noa, di eutanasia, persino di religione, della possibilità di dare o permettere la morte per una giovanissima vita devastata dalla sofferenza. Ma parliamo di meno della causa di tutto ciò, dell’abuso che l’ha ripetutamente determinata. Lo stupro, l’abuso e le molestie sessuali sono lo specchio di una società che relega la donna (di qualsiasi età) a oggetto e, come tale, a una situazione subalterna di obbedienza e sottomissione ai bisogni di un altro essere che si reputa “padrone” della mente e del corpo di chi abusa. Sono conseguenze e premessa di sottomissioni domestiche troppo spesso coperte e mascherate da termini “dolcificati” come “angelo del focolare”, “regina della casa” e via vergognosamente dicendo. Lo stupro è usato infatti molto spesso in guerra per sottomettere e soprattutto umiliare un popolo. Noa, con la sua storia e nonostante coraggio dimostrato, ci racconta che si può morire di violenza sessuale. Ci racconta, anche con il suo libro, che ha voluto lasciare come un testamento di dolore, che soprattutto se le vittime di questo terribile tipo di abusi sono giovani, se non come lei praticamente bambine, i segni che rimangono addosso possono, anzi, sono, incancellabili nel corpo e nella mente, che mai possono giudicarsi separabili. Invece, quando le agenzie di stampa hanno battuto la cosiddetta “fake news” della concessione o meno da parte del governo Olandese dell’eutanasia richiesta da questa innocente ragazzina, ci siamo tuffati su questa parola, avidi di innescare conflitti ideologico/religiosi e noncuranti non solo di controllare la veridicità della notizia, ma trascurando l’enorme portata del problema, della causa a monte e, soprattutto di mettere in discussione la capacità o incapacità delle Istituzioni, proprio quelle a cui Noa ha chiesto di concederle la morte, se e fino a che punto siano riuscite ad alleviare e a curare le ferite profondissime scavate nel corpo e nella mente di Noa dalle violenze di coloro che si erano arrogati il misero diritto di sopraffarla. Questo è il nostro dovere.
Anche Anna Frank, che il 12 giugno avrebbe compiuto novanta anni e che festeggeremo qui anche nelle prossime settimane, è vittima innocente di un “più forte” che l’ha sopraffatta e le ha tolto, questa volta direttamente, la possibilità di portare avanti i suoi sedici anni. La sua immagine è diventata icona della Sohah, ma la sua morte non si è fermata e ha trovato strali di odio che le sono arrivati addosso, ora mettendo in dubbio la veridicità del suo Diario ora ponendola come emblema degli sconfitti per dei facinorosi estremisti tifosi di una squadra di calcio.
In questo numero parleremo ampiamente di giovani, di ragazze e ragazzi. Sarà anche questa una coincidenza, stavolta davvero opportuna. Parleremo dei bambini cosiddetti “selavaggi” , di quei cuccioli d’uomo abbandonati o lasciati vivere nella natura tra altri animali (perché comunque al regno animale apparteniamo, seppure con altri linguaggi e altri tipi di evoluzione). I “Mogli” delle giugle di Kipling (quasi tutti maschi, ma anche con qualche presenza di ragazzine) hanno da sempre interessato la scienza, ma solo da poco si è capito che il linguaggio è stato lo scotto pagato per non aver frequentato da subito la “lingua materna”. Ma alle ragazze e ai ragazzi sarà affidato il mondo a venire. E attraverso un articolo esamineremo le prospettive delle ultime generazioni, quelle nate a cavallo del secolo. Dopo una generazione annoiata, demotivata e senza ideologie ne sta arrivando, come una luce ormai vicina, un’altra, la Generazione S che si impegnerà a salvare il pianeta, ecologista e rispettosa delle buone prassi, pronta a raccogliere i frantumi degli specchi rotti di una famiglia andata in pezzi e combattuta tra odi e rancori dai quali vorrebbe uscire, ma per ora riuscendo solo a rimanere ancorata nel passato senza sapersi (o volersi) proiettare nel futuro. Come fanno gli attori, quasi tutti detenuti della casa di reclusione di Rebibbia, di cui ci parla un altro degli articoli che seguono. Uno spettacolo che vede la partecipazione del grande protagonista di Dogman, Marcello Fonte, premiato a Cannes lo scorso anno. A questa Generazione S vogliamo affidare gli Oceani di cui in questa settimana si festeggia la giornata mondiale perché dal mare siamo nate e nati. Il mare che segna il viaggio degli uomini e delle donne, in senso reale e metaforico. Il mare che ci ha trasportato verso terre lontane, ci ha ridato speranze di vita nuova o ci ha inghiottiti per sempre non punendo le sue povere vittime, ma chi li ha spinti a forza in esso da terre martoriate da fame e violenze. A noi l’accoglienza.

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...