Pillole di storia. La Rivoluzione russa. L’economia sovietica: il comunismo di guerra, la NEP e i piani quinquennali

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Subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre viene imposto il comunismo di guerra, che prevede una serie di drastiche misure come la nazionalizzazione delle banche e delle industrie espropriandole agli ex padroni, il totale divieto di qualunque forma di commercio privato e l’istituzione di fattorie collettive la cui produzione è stabilita e controllata direttamente dallo Stato; rientra nel comunismo di guerra anche il decreto chiamato «dittatura alimentare», norma che sottrae alle famiglie contadine tutto il grano prodotto salvo quel minimo che il Partito giudica indispensabile alla stretta sopravvivenza. Questa politica economica si rivela disastrosa e causa alcuni milioni di morti di fame e tradisce le promesse leniniste che nell’aprile del 1917 parlavano di dare la terra ai contadini.

La Russia si ritrova isolata a livello internazionale (nessuno Stato capitalista riconosce gli esiti della Rivoluzione) e in preda alla miseria più che sotto lo Zar. È evidente che spremere le campagne non è una buona soluzione, anche perché con i contadini contro (che in Russia sono tantissimi) il governo rischia di crollare. Ma a fare marcia indietro si rischia di mostrare una debolezza che è meglio tenere nascosta. Occorre quindi un cambio di regime graduale e discreto.

Il cambiamento avviene nel 1922 con l’introduzione della NEP, la Nuova Politica Economica: rimangono statali le industrie, le banche, il commercio estero e la distribuzione di medicinali, ma viene permesso entro certi limiti il piccolo commercio privato di prodotti artigianali e di una minima parte della produzione agricola. Ma la NEP non risolve nessun problema e sembra un passo indietro: è tornato il libero mercato ma al tempo stesso è rimasta la povertà.

I dirigenti del Partito hanno antipatia per le campagne, popolate da anarchici, socialisti rivoluzionari, cristiani cattolici e ortodossi e contadini poveri e antibolscevichi. Inoltre il ceto agricolo costituisce un ostacolo per la massiccia industrializzazione che Stalin vuole usare per fare dell’URSS una potenza mondiale militare ed economica. Nel 1928 viene varato il primo piano quinquennale. Da questo momento in poi l’Unione Sovietica segue un’economia pianificata: ogni settore lavora sotto il rigido controllo statale ed è vietata qualsiasi forma di iniziativa privata. La forza trainante del Paese ora è l’industria pesante e le campagne si limitano a fornire sussistenza alle fabbriche urbane. I piccoli commercianti creati dalla NEP rischiano di arricchirsi e diventare controrivoluzionari, motivo per cui la loro categoria va eliminata. La terra viene di nuovo forzatamente collettivizzata cancellando definitivamente i sogni che avevano portato alla Rivoluzione del 1917. Nel 1932 il governo aumenta le quantità di grano dovuto allo Stato dai contadini, i quali si difendono nascondendo parte del raccolto e fingendo furti, atto punito con la pena di morte. Davanti al rifiuto dei contadini di cedere il grano il governo sottrae loro tutte le riserve alimentari, incluse quelle destinate alla sopravvivenza. Il mito secondo cui «i comunisti mangiano i bambini» deriva proprio dal fatto che per disperazione ci si ciba dei corpi delle persone morte per fame, che in questi anni in Russia superano i sei milioni. Nel 1933, contemporaneamente a questi fatti, lo Stato vende all’estero diciotto milioni di quintali di grano per sostenere l’industrializzazione. Quando nel 1929 scoppia la crisi del sistema liberista americano e si diffonde rapidamente in Europa, l’Unione Sovietica non viene colpita in quanto esterna al sistema liberista, ma la fame della popolazione sovietica supera di gran lunga quella sofferta negli USA o in Germania.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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