Pina Bausch. Quando avere i piedi troppo lunghi fa la differenza

All’età di dodici anni portava il 41 di piede e ne soffriva molto, ma fu in grado di trasformare un’imperfezione nell’armonia della danza, arte che rivoluzionò completamente: lei era Pina Bausch, coreografa tedesca nata a Solingen il 27 maggio 1940 e morta il 30 giugno di dieci anni fa.
Ebbe un’infanzia e un’adolescenza piuttosto difficili: fu costretta a lavorare nel piccolo ristorante del padre, ma sognava le luci del palcoscenico e amava la danza però dovette accontentarsi di piccoli ruoli nel teatro di Solingen e non poteva permettersi quei corsi di danza o di ballo che avrebbe voluto frequentare.
Nel 1955 ci fu la prima svolta della sua vita. Philippine (Pina è una contrazione del suo nome originale), passa la selezione ed entra nella Folkwang Hochschule di Essen diretta da un seguace della danza espressionista di Rudolf von Laban, artista versatile e poliedrico, che considerava la danza come una forma primaria e privilegiata dell’espressione umana. Per lui comprendere il movimento significava comprendere se stessi e per farlo dedicò tutta la sua vita alla descrizione del movimento, unendo i principi della danza a quelli della matematica e delle geometria. Qui la giovane ballerina apprese come descrivere, visualizzare, interpretare e documentare il movimento umano come linguaggio codificato e comprese come danza e teatro fossero intimamente connessi influenzando gli sviluppi futuri della sua esperienza artistica.
Le innegabili doti della Bausch le consentirono in seguito di ottenere una borsa di studio alla prestigiosa Julliard School of Music di New York dove studiò con quegli artisti che avrebbero trasformato la danza in una forma d’arte moderna: Antony Tudor, indimenticabile coreografo dell’American Ballet Theatre; José Limòn, ballerino di origine messicana che teorizzò una delle tecniche di preparazione per ballerini ancora oggi molto diffusa e che da lui prende il nome; Paul Taylor, un altro coreografo di fama mondiale che diede importanza all’elemento spirituale nella danza.
Dopo aver conseguito il diploma, la Bausch entrò nella Dance Company e successivamente ottenne una scrittura prima al New American Ballet e poi al Metropolitan Opera Ballet. Nel 1962 decise di tornare in Germania prima ricoprendo il ruolo di ballerina solista al Falkwang Ballet e poi divenendone coreografa nel 1968 per poi raggiungere la vetta di direttrice della Compagnia Balletto di Wuppertal. Fu ricoprendo questo ruolo di prestigio che rivoluzionò l’arte del balletto con il suo “teatro-danza”; la Bausch comprese infatti che era necessaria una trasformazione della danza affinché si facesse interprete della realtà moderna e per farlo fuse il movimento espressivo del corpo, così come l’aveva appreso da Rudolf von Laban, con il gesto teatrale e l’uso della parola. In questa evoluzione artistica della danza moderna, il ballerino si muoveva e viveva la scena vestendo gli abiti della quotidianità e facendo cose insolite fra cui legarsi anche fisicamente agli oggetti della scena. In Cafè Müller, una delle prime sperimentazioni di teatro-danza, la Bausch fece interagire i ballerini con delle sedie, un’innovazione che avrebbe fatto scuola.
Gli ambienti conservatori del balletto europeo gridarono allo scandalo e Pina Bausch venne tacciata di volgarità e di cattivo gusto, ma arrivò anche la consacrazione della sua arte alla fine degli anni ’80 con Two cigarettes in the dark (1984), Victor (1986) e Ahnen (1987).
Dopo la Germania, il teatro-danza conquistò anche l’Italia con gli spettacoli messi in scena a Roma e Palermo e la Bausch intrattenne anche un rapporto privilegiato con la Biennale e la Fenice di Venezia. Era stata già notata però da un grande del cinema italiano, Federico Fellini, che la scritturò per un cameo del suo E la nave va dove la coreografa interpretò la granduchessa cieca. Di lei, Fellini disse: “Timida, composta, diafana, vestita di scuro, c’era Pina Bausch. Una monaca col gelato, una santa sui pattini a rotelle, un volto da regina in esilio, da fondatrice di un ordine religioso, da giudice di un tribunale metafisico che all’improvviso ti strizza l’occhio”. E forse non ci sarebbe immagine più corretta per definirla se non quella di un’austera rappresentante di un nuovo ordine religioso che però ti strappa un sorriso perché nelle sue opere c’è sempre forte l’ambivalenza tra un mondo onirico che viene però percepito come reale e la centralità del dolore e del male di vivere vissuto poi con un certo humor.
Dopo aver incantato anche Pedro Almodovar che le rese omaggio in Parla con lei, iniziò a collaborare anche con un altro regista americano, Wim Wenders, con il quale lanciò un progetto cinematografico pionieristico in 3D sul teatro-danza che non riuscì a portare a termine a causa della fulminea morte all’età di 68 anni, per quello che dissero le agenzie di stampa: diagnosi di cancro e morte in soli cinque giorni. Se sia andata veramente così oppure la Bausch sapesse del male e avesse deciso di non parlarne e di non curarsene non è dato sapere. Certo è che lei segnò un “prima” e un “dopo” nella danza e a noi piace ricordarla con le sue parole che racchiudono il modo tutto suo di essere donna ed artista eclettica ed appassionata: “Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disarmati, non si sa più cosa fare. A questo punto comincia la danza, e per motivi del tutto diversi dalla vanità. Non per dimostrare che i danzatori sanno fare qualcosa che uno spettatore non sa fare. Si deve trovare un linguaggio con parole, con immagini, atmosfere che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre”.
E allora come direbbe lei: “Dance, dance, otherwise we are lost”.

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

 

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