Sarah Amiri, donna di punta negli Emirati Arabi Uniti

Intervista di Jean-François Haït, pubblicata sul numero 565 (giugno-luglio 2019) della rivista francese di astronomia Ciel & Espace.

Libera traduzione di Ovidio Scarpulla e Nadia Boaretto.

 Responsabile scientifica della missione marziana Hope degli Emirati Arabi Uniti (UAE) e ministra per le Scienze Avanzate, Sarah Amiri vuole ispirare la gioventù del Medio Oriente e sogna una nuova età dell’oro delle scienze arabe.

“Possiamo andare a esplorare Marte con costi non troppo elevati? Ha 36 ore per rispondere”. Sarah Amiri ricorderà a lungo la telefonata del Primo Ministro degli EAU, un giorno di novembre 2013, mentre il Paese celebrava il lancio del suo primo satellite, DubaiSat

All’epoca lei era ancora “la prima donna ingegnera e la dipendente n. 22” in seno a una minuscola struttura che diventerà il Centro Spaziale Mohammed Bin Rashid (MBRSC) (1) a Dubai. La giovane informatica non sapeva molto di spazio né di scienza. 

Oggi, ad appena trentadue anni, è la responsabile scientifica della missione Hope (2), che decollerà a luglio 2020 a bordo di un razzo giapponese H2A per immettersi in orbita marziana al fine di studiarne l’atmosfera. E due anni fa è stata nominata anche Ministra dello Stato per le Scienze Avanzate. Una carriera folgorante che avrebbe fatto gonfiare di superbia più di un ego. 

Ma non il suo. A Parigi, nel campus di Jussieu dove è ospite per una riunione scientifica presso il Laboratoire de Météorologie Dynamique (LMD), Sarah ha l’aria di una studentessa al cospetto degli esperti e stagionati ricercatori americani e francesi, ma senza ombra d’imbarazzo: lei porta sulle spalle gran parte del peso di una missione simbolo.

Se tutto andrà come previsto, Hope arriverà in orbita marziana durante il primo trimestre 2021, alla vigilia del 50° anniversario della fondazione degli Emirati Arabi Uniti, una piccola federazione di circa dieci milioni di abitanti, lavoratori stranieri per oltre l’80%.

Hope sarà dunque un’operazione di immagine? Ma no, per niente. Come Sarah Amiri racconta, “Il giorno della famosa telefonata, il capo progetto, il responsabile tecnico del satellite e io siamo rimasti chiusi in ufficio a navigare su internet almeno fino a mezzanotte per fare il punto sulle ricerche scientifiche delle missioni marziane. In seguito, abbiamo riunito degli scienziati internazionali per cercare insieme ciò che poteva completare le conoscenze già acquisite”.

Di fatto la missione Hope, pur non essendo del calibro delle cugine americane o europee, si posiziona in una nicchia scientifica poco esplorata, riferibile al quesito tuttora aperto: come e perché Marte ha perso la sua atmosfera? Diversamente dalle missioni precedenti, Hope si collocherà su un’orbita equatoriale ellittica molto elevata (tra 22.000 e 44.000 km), avendo così una visione globale e permanente di tutto il pianeta, un po’ come i satelliti meteorologici.

Un partenariato necessario

Ma avere un obiettivo scientifico non è sufficiente. Come muoversi, in un Paese dal know-how spaziale embrionale e privo di ricercatori in planetologia?

“Si trattava di avviare un partenariato internazionale fin dal primo giorno”, afferma Sarah. “Ma non volevamo lavorare né con agenzie spaziali né con industrie. Noi cercavamo un partenariato in campo scientifico”.

Lo troveranno al LASP (Laboratory for Atmospheric and Space Physics) dell’Università del Colorado, a Boulder, in particolare nel rapporto con Bruce Jakosky, veterano delle missioni marziane alle quali partecipa fin dalle pionieristiche sonde Viking (1975). Il centro possiede sia le competenze scientifiche che quelle tecniche, già ben collaudate nella costruzione di veicoli spaziali. Anche lo Space Science Lab dell’Università della California a Berkeley è coinvolto. Nell’aprile 2014 il team degli Emirati sbarca negli Stati Uniti. “Avevamo tutti meno di trent’anni, venivamo da un Paese che nessuno sa trovare sulla carta geografica, e volevamo una missione su Marte… Ci domandavamo, scherzando: ci prenderanno sul serio?” ironizza Sarah.

Cento giorni per montare il progetto

“In effetti erano tutti giovanissimi, ma già molto maturi”, conferma Bruce Jakosky. Al team rimanevano tuttavia da risolvere alcuni punti chiave, per esempio come produrre uno studio di fattibilità in 100 giorni. Sarah Amiri sorride: “Da noi funziona così: bisogna essere veloci ed efficienti. Più tardi, nominata ministra, ebbi a disposizione i soliti 100 giorni per elaborare la mia strategia politica”.

La sonda e la sua strumentazione scientifica sono state costruite negli Stati Uniti, mentre il laboratorio francese LMD ha coadiuvato per l’aspetto di modellizzazione dell’atmosfera marziana. Ma l’équipe del progetto è al 100% degli Emirati e il satellite sarà inviato al MBRSC per i test finali, prima di partire per il Giappone. Quanto alla spesa da stanziare, l’obiettivo annunciato è di fare altrettanto bene, se non meglio, della missione indiana Mangalyaan, lanciata nel 2013 e coronata dal successo, che era costata “soltanto” 74 milioni di dollari, rispetto alle missioni marziane americane, 10 volte più onerose.

“Sarah è riuscita a fare da interfaccia tra gli ingegneri e il mondo. È cresciuta in questo difficile ruolo”, spiega Bruce Jakosky.

Eppure non proviene da una famiglia di scienziati — non ne esistevano proprio in questo giovane Paese trasformatosi a partire dagli anni ‘60 grazie ai proventi del petrolio. “Mio padre parla del tempo in cui non avevano nemmeno l’acqua corrente. Non era diplomato, ma è riuscito a imparare l’inglese nel Regno Unito. Mia madre ha studiato letteratura araba e due delle mie zie hanno un dottorato. Le ricchezze petrolifere sono state investite nell’istruzione”.

Il sistema scolastico degli Emirati è gratuito fino agli studi superiori, anche in caso di post-dottorato. “Da noi come minimo si deve avere una laurea”, dice Sarah divertita.

Penuria di astronomi

Fin dalla giovinezza Sarah aveva nutrito una passione per l’esplorazione dell’Universo. All’inizio del 2017 tenne una conferenza TED (Technology Entertainment Design) a Dubai: “Guardando immagini delle galassie, con i buchi neri, le stelle, i pianeti… ho capito che si tratta di equazioni matematiche e ho deciso di studiarle. Ma non c’era niente di disponibile nel mio Paese”. Fu così che scelse come materia di studi l’informatica. Ottenne un master all’Università Americana di Sharjah, che le offrì un primo approccio internazionale.

Una volta divenuta responsabile di Hope si trovò di fronte al dilemma su come formare un’équipe di scienziati in un Paese che ne annovera pochissimi. “Abbiamo lanciato un’offerta all’interno del MBRSC per individuare eventuali ingegneri che accettassero di essere «riprogrammati» come scienziati. L’idea non era di trasformarli in ricercatori, ma di dare loro la comprensione delle problematiche della ricerca. Abbiamo imparato molto in due anni. Era una vera sfida, molto ardua per me che non potevo prevedere cosa aspettarmi”.

Sarah apprende su twitter della sua nomina

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“È una lavoratrice instancabile, che pone domande pertinenti e conosce molto bene i protocolli”, evidenzia François Forget, direttore della ricerca nei laboratori parigini LMD. “È aperta alle critiche, comprende i problemi e li risolve. Tutte caratteristiche di una leader”, aggiunge Bruce Jakosky.

Da quando è ministra — “Il Premier non mi ha telefonato per annunciarmelo, l’ho scoperto su Twitter” — Sarah ha meno tempo da dedicare alla missione. “Il mio problema attuale sono le carriere scientifiche negli Emirati, perché non sembrano abbastanza appetibili… per gli uomini!” rivela, ribaltando a sorpresa la questione della rappresentanza femminile nelle scienze come la conosciamo in Occidente. In effetti negli Emirati i corsi di studi superiori constano per quasi 70% di donne (3). Gli uomini appaiono invece attratti dai settori più rapidi della finanza e del management. Tra gli effettivi di Hope, il 40% è composto da donne. E nell’équipe scientifica c’è un solo uomo… Tutti hanno comunque un punto in comune: la giovinezza. È per questo che la missione si chiama Speranza.

“Il mio angolo di mondo è in pieno caos. I giovani, che costituiscono la maggioranza della popolazione, non hanno opportunità di impiego. Alcuni si avvicinano al terrorismo. Bisogna dare una prospettiva alla gioventù, ispirarla con questo tipo di iniziative. E dobbiamo anche preparare l’inevitabile fase post petrolifera. La scelta politica che abbiamo fatto è di orientarci su una economia del know how”, ribadisce Sarah con determinazione.

Dopo i satelliti DubaiSat 1 e 2, concepiti con la Corea del Sud, gli Emirati hanno già costruito in casa il loro primo satellite di osservazione della Terra, Khalifasat, lanciato con successo alla fine del 2018. MBRSC lavora oggi ad una nuova missione, tenuta segreta, ma probabilmente un seguito di Hope. Sarà “Made in Emirates” al 100%? Ancora non si sa. 

Per il momento Sarah Amiri sogna una nuova età dell’oro delle scienze arabe. “Mi rattrista vedere che molte cose in tutti i campi scientifici derivano dal mondo arabo, mentre in seguito non abbiamo più dato contributi al sapere come una volta. Occorre tornare alla tolleranza, ad una religione che non deve essere la scusante per non fare, ma che al contrario conduca ad un dialogo aperto ed alla conoscenza. Tutto cominciò a Baghdad, nella Casa della Sapienza (4), 1200 anni fa… Per Hope, noi lasceremo aperto l’accesso ai dati”. 

E quando le si domanda, con un certo scetticismo, che cosa ne pensa del programma Mars 2117, che ha l’ambizione di costruire una città sul pianeta rosso entro un secolo, come annunciato nel febbraio 2017 da Mohammed Bin Rashid Al-Maktoum, vicepresidente degli UAE ed emiro di Dubai, questa ingegnera, ministra e madre sorride: “La maggiore sfida del nostro Paese e della Terra riguarda l’acqua, il cibo e l’energia. Per Marte, sarà la stessa cosa. Investendo nella ricerca su come vivere nel pianeta Marte, si lavora per la Terra”.

(1) https://mbrsc.ae/en

(2) http://emiratesmarsmission.ae/

(3) Il comitato scientifico del Ministero Scienze Avanzate degli EAU è composto esclusivamente da donne https://images.app.goo.gl/u7FxnSVgiriHjRVg6

(4) Bayt al-ikma, ovvero “Casa della Sapienza”, è il nome dato alla prima e tra le più importanti istituzioni culturali del mondo araboislamico. Nata inizialmente a Baghdad come biblioteca privata del Califfo abbaside Hārūn al-Rashīd, fu grandemente ampliata a partire dall’832 dal figlio e successore al-Maʾmūn che la dotò di un patrimonio librario arricchitosi fino a racchiudere quasi mezzo milione di volumi.

Articolo di Ovidio Scarpulla

OVIDIO SCARPULLA 400x400.jpgDedito all’astronomia, con passione per le letture scientifiche e per la matematica, osservando i tristi riti in atto sulla Terra, mi rivolgo con speranza allo studio del più ampio Universo. I miei miti sono le grandi menti che, nel rispetto dell’ambiente e degli esseri umani, hanno aperto nuove vie, oltrepassando le barriere preconcette.

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