Oriana Fallaci. Una vita per gli altri

«Sarai un uomo o una donna? Vorrei che tu fossi una donna. Vorrei che tu provassi un giorno ciò che provo io: non sono affatto d’accordo con la mia mamma la quale pensa che nascere donna sia una disgrazia. La mia mamma, quando è molto infelice, sospira: Ah, se fossi nata uomo! Lo so: il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio» (Fallaci, 1975).

Così Oriana Fallaci, scrittrice e giornalista italiana, fa rivolgere la protagonista di Lettera a un bambino mai nato al figlio che porta in grembo. L’opera è, come da titolo, una lunga lettera, un monologo costruito intorno al millenario quesito: è giusto mettere al mondo un figlio? Ma non è solo questo. È un romanzo dove buona parte di quello che viene narrato è realtà (come quasi sempre accade nelle opere fallacesche), una realtà che involve non solo il vissuto personale dell’autrice ma anche, forse soprattutto, il periodo storico. Infatti, il testo è stato pubblicato per la prima volta nel 1975, nel pieno del dibattito pubblico sull’aborto. Tuttavia, il romanzo (caso raro nelle opere e nella vita di Fallaci) non racchiude alcuna forte presa di posizione che, comunque, arriverà successivamente alla pubblicazione dell’opera, quando Fallaci sostenne di volere l’aborto non per se stessa ma “per chi lo vuole […] per offrire una scelta, una scelta di libertà” (Fallaci, 1976). È, a tutti gli effetti, un romanzo sul dubbio. Un’opera in cui una donna, oltre a tentare di dare risposta al quesito di cui sopra, tenta di liberare altre donne dalla costruzione sociale (allora ancora molto forte) della maternità come dovere.

Ma Oriana Fallaci non è sempre stata consapevole del suo essere donna. Nata nel 1929, trascorse la sua adolescenza nell’inverno dell’Europa e di quel periodo assorbì anche l’inutilità delle distinzioni di genere. Infatti, la drammaticità della guerra aveva stravolto l’ordine sociale che fino ad allora aveva imperato, aveva trascinato lontano dal focolare le donne e le aveva occupate nelle fabbriche carenti di forza lavoro. È proprio a quel periodo drammatico che si potrebbe far risalire la scintilla che avrebbe incendiato la voglia di emancipazione femminile. Quella scintilla che diventò una vera e propria fiamma già nel dopoguerra, con le problematiche relative alla rioccupazione degli uomini che avevano prestato servizio militare, e continuò ad ardere costantemente negli anni successivi (in particolare nei movimenti sessantottini), con maggiore o minore intensità, fino ad oggi. Oriana Fallaci, figlia di un noto antifascista, impiegò gli anni della Seconda guerra mondiale come staffetta. Muovendosi sulla sua bicicletta fra le vie e viuzze di Firenze (che, spesso, venivano sbriciolate alle sue spalle dai bombardamenti), portando giornali clandestini, munizioni, armi. Nasce in quel periodo la sua venerazione per la verità, negli anni in cui consegnava giornali per far sì che la verità arrivasse agli altri. Quegli altri che saranno sempre una costante per lei, siano personificati nelle donne per le quali combatterà, nelle minoranze alle quali darà voce o nelle culture delle quali si farà difensore. Nel periodo della guerra (e della liberazione poi) la questione femminile non l’ha ancora minimamente sfiorata. D’altronde era, a tutti gli effetti, un soldato e poco importava se donna o uomo, l’importante era fare il proprio dovere.

Al termine della guerra, Fallaci viene congedata dall’esercito con la qualifica di “soldato semplice”. Pochi anni dopo si presenta alla redazione di un giornale locale (Il Mattino dell’Italia centrale). Ha i calzini larghi che scivolano sui polpacci nonostante gli sforzi per tenerli su, i suoi capelli sono arruffati. Non sa scrivere a macchina, si presenta con dei fogli scritti a mano ma ha carattere, quella passione irriverente che l’accompagnerà per tutta la vita. Il direttore, colpito dal contrasto di quello sguardo violento su quella ragazza all’apparenza così fragile, decide di darle un’occasione e la piazza davanti ad una macchina da scrivere fino alla sera.

Negli anni successivi, Fallaci si muove fra cronaca e costume. Nel 1958 esce il suo primo libro, I sette peccati di Hollywood, sistematizzazione del reportage Hollywood attraverso il buco della serratura realizzato nella “città della perdizione” per L’Europeo. Segue un periodo di forte depressione dovuto ad un amore non ricambiato. Alla fine del 1959, mentre è ancora soggetta agli strascichi della perturbazione emotiva, riceve dal direttore de L’Europeo la proposta di un viaggio alla scoperta della condizione delle donne nel mondo. Sulle prime è titubante, non ama scrivere sulle donne o sui problemi che riguardano le donne, la cosa la mette a disagio. Ritiene che «le donne non siano una fauna speciale e non capisce per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico» (Fallaci, 1961). Promette al direttore di pensarci su. Una sera, dopo una discussione con una sua amica attrice (la cui identità è sempre rimasta un’incognita) comprende qualcosa di fondamentale. Oriana realizza che «i problemi degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto d’essere donne» (Fallaci, 1961). Contatta dunque il direttore ed accetta di partire per “il giro del mondo in trenta giorni”. Inizia la sua personale guerra in favore delle donne.

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Pakistan, India, Indonesia, Cina, Giappone, Hawaii, Stati Uniti, queste le tappe del reportage. In Pakistan, prima tappa, avviene il primo contatto traumatico con l’Islam. L’impressione di Fallaci è quella di essere «l’unica donna sopravvissuta ad un diluvio universale dove siano affogate tutte le donne del mondo» (Fallaci, 1961). In Pakistan si imbatte in un corteo matrimoniale. «La folla porta in processione una persona nascosta sotto chili di tessuto rosso […]. Chi è? Domanda Oriana. Niente, una donna, le rispondono. Scandalizzata da quelle parole, chiede di poterla incontrare. Gli invitati l’accontentano […] e scoprono la sposa» (De Stefano, 2013). Il suo volto è il volto di una bimba, «olivastro, pesantemente truccato, e così acerbo che sembrava una bimba truccata da donna per giocare alle signore. Ha quattordici anni […] e le sue palpebre sono chiuse, spalmate di polvere argentea. Tra le ciglia lunghe scende quieta una lacrima» (Fallaci, 1961). La bambina è stata al liceo e capisce l’inglese. Oriana cerca dunque di consolarla dicendole che non c’è ragione di piangere perché ha visto lo sposo, è bello e ha un’aria gentile. «Non è vero. Lo sposo è un uomo viscido che ha già cercato di portarsi in camera quella giornalista occidentale» (De Stefano, 2013) ma Oriana vuole alleviare, almeno per qualche secondo, il dolore di quella sposa bambina. Davanti a quella bimba, che chiama “il pacco rosso”, nascono le sue prime perplessità verso l’Islam che identifica come una prigione che si «estende dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano» (Ibid).

Nelle tappe successive Oriana incontra le donne indiane e rimane colpita dai loro progressi, in Malesia incontra le matriarche che vivono nella giungla e usano gli uomini solo per riprodursi, tornando indietro dal confine con la Cina vede un’anziana cinese con i piedi fasciati. «La osserva inorridita mentre saltella sui suoi moncherini, come un uccello ferito» (De Stefano, 2013). La donna le racconta di questa vecchia usanza cinese secondo la quale, per risultare più attraenti, bisognava avere i piedi molto piccoli. In Giappone rimane colpita dalla rapidissima ripresa del paese e dal nuovo e centrale ruolo che alle donne viene assegnato all’interno della società postbellica. «Le donne, in Giappone, sono le sole che hanno vinto la guerra» (Fallaci, 1961). In ultimo, alle Hawaii trova una società molto libera e aperta, una hawaiana le spiega i movimenti della hula e Fallaci riparte con qualche bulbo di fiore esotico da riportare al padre. È durante questo reportage, il primo sulla condizione femminile al mondo, che Fallaci prende consapevolezza di essere donna. Da quel viaggio in poi non apparirà più in pubblico senza un filo di eye-liner e le sue unghie laccate di rosso, cui non rinuncerà neanche in Vietnam.

Nel 1962 Fallaci pubblica Penelope alla guerra. La svolta femminista è percepibile dalla trama che potrebbe essere riassunta in estrema sintesi in: una donna forte e un uomo debole. Segue il ritorno a Hollywood con interviste che segnano la storia di questa tecnica giornalistica, poi la Luna con i reportage da Houston e il Vietnam. Fallaci diviene la prima donna italiana a rivestire il ruolo di corrispondente di guerra. In Vietnam torna alla guerra per raccontarla agli altri, si immerge nel dolore per spiegare quanto questo sia assurdo e, spesso, del tutto inutile. Si spinge nelle zone più pericolose, batte compulsivamente a macchina mentre piovono bombe, vuole raccontare ogni singolo dettaglio. Fa lunghe interviste ai soldati e inizia la stesura di quello che sarebbe poi diventato un libro (Niente e così sia del 1969). In Vietnam Fallaci incontra anche un compagno in François Pelou, direttore dell’Agence France Presse di Saigon. La relazione fra i due va avanti per diversi anni, non di rado Fallaci fa regali a François. È uno dei tanti modi per dimostrare il suo disinteresse per la costruzione sociale dominante. Un giorno si presenta a lui con un autoveicolo in regalo. François è imbarazzato, non riesce a capire se deve provare imbarazzo per il fatto di essere uomo o semplice gratitudine (De Stefano, 2013).

Nel 1968 assiste alle rivolte studentesche. Non le interessano quelle portate avanti dai giovani borghesi (specialmente in alcune università italiane). Guarda con amarezza ai «vandalismi degli studenti borghesi che osano invocare Che Guevara e poi vivono in case con l’aria condizionata, che a scuola ci vanno col fuoristrada di papà e che al night club vanno con la camicia di seta» (Fallaci, 1969). Le interessano i veri lottatori, quelli che combattono in preda alla disperazione, quelli che combattono per un’ingiustizia (fra questi, certamente, anche le donne). Prova sulla sua pelle cosa significhi. Il 2 ottobre 1968 è in piazza delle Tre Culture a Città del Messico circondata dall’esercito mentre alcuni studenti stavano manifestando contro le imminenti e costosissime olimpiadi. È una carneficina nella quale la Fallaci resta gravemente ferita.

Ma sono gli anni Settanta, così ricchi di mutamenti, che spingono maggiormente la Fallaci ad immergersi nella questione femminile. È durante interviste di questo periodo che si esprime in favore della libertà sessuale delle donne, lei che, escluse rare eccezioni, non aveva mai permesso ad un uomo di dormire al suo fianco. Nel 1973 Oriana conosce Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca. In lui trova l’uomo che aveva sempre cercato in tutti quelli che le erano capitati davanti, in lui trova l’eroe ribelle, «l’incatalogabile pianta che nasce per portare scompiglio nel bosco e quindi va sradicata, estirpata» (Fallaci, 1979). L’incontro fra i due è l’unione, non semplice, di due particelle che si uniscono per diventare altro, in un processo di metamorfosi reciproca. Due particelle, si badi bene, poste sullo stesso livello, in altre parole nessuna delle due predominante rispetto all’altra.

Due anni dopo esce Lettera ad un bambino mai nato. Le femministe più radicali criticano apertamente la Fallaci, «quella ha l’utero nel cervello» dicono. Alcune, probabilmente senza mai aver letto il libro, la definiscono “sporca-maschilista”, “maiale-maschilista” (Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, 2001). Fallaci di tutta risposta le definì «parassite che per tentare di emergere hanno avuto bisogno di un uomo che le tenesse per mano» (Fallaci, ibidem). Come detto in apertura, l’opera è un romanzo sul dubbio. Infatti, nel testo, tutt’altro che chiara è la posizione della Fallaci sull’aborto. Posizione che verrà chiarita successivamente anche parlando di altre (allora) scottanti tematiche come, per esempio, gli anticoncezionali: «Io sono per la pillola (di cui non ho bisogno) per le stesse ragioni per cui sono per l’aborto (di cui non ho bisogno) ed ero per il divorzio (di cui non avevo bisogno). E cioè perché la pillola possa essere usata da chi ne ha bisogno» (Fallaci, 1977). Ancora «Non capisco perché un anticoncezionale complichi i rapporti sessuali. Semmai li semplifica, li rende più liberi e gioiosi. Non capisco inoltre perché soltanto le donne debbano prendere la pillola. […] Anche gli uomini dovrebbero avere la loro pillola. E dovrebbero essere educati ad usarla. Agli uomini la natura risparmia il trauma dell’aborto, la fatica della gravidanza, la sofferenza del parto. Non vedo perché gli sia risparmiata anche la noia di una pillolina. Se non esiste, che la si inventi» (Fallaci, 1977)

Il primo maggio 1976 la storia d’amore con il suo personale eroe raggiunge il suo drammatico epilogo. Alekos muore in un (procurato) incidente d’auto. Fallaci passa i successivi tre anni in totale isolamento nel suo casale in Toscana. Deve occuparsi della madre morente e deve scrivere un libro per dare senso alla tragedia. La madre muore otto mesi dopo Alekos, le due creature della sua vita l’hanno abbandonata e nulla sembra più avere senso. La morte della madre viene letta da Fallaci come l’anticipo della propria morte. Quella donna che aveva fatto di tutto per le sue figlie, che aveva rinunciato a tutto e che Oriana desiderava ardentemente e morbosamente “vendicare”. Vendicarla attraverso la sua stessa vita anticonformista per la vita conformista cui era stata, in un qualche modo, costretta a piegarsi. Il casale in Toscana è molto grande, ha tantissime stanze ma Oriana sceglie, per lavorare al suo libro, una piccolissima stanza precedentemente adibita a ripostiglio. C’è lo spazio sufficiente per una scrivania e un paio di scaffali, una piccola finestra dà su un pero che scandisce le stagioni mentre passano i mesi. A lavorazione ultimata si renderà conto che la scelta era stata inconsciamente presa per tentare di provare personalmente ciò che Alekos provò in quella microscopica cella del carcere di Boiati. Un uomo esce nel 1979, è un successo planetario. Fallaci riesce nel suo, non semplice, intento: Alekos è ormai immortale.

Nel settembre del 1979 Oriana è a Teheran per intervistare Ruhollah Khomeini. Non ha timore di quell’uomo che ha conquistato il potere con la promessa di un cambiamento. Non ne ha mai avuto davanti agli uomini potenti della storia. Introduce l’intervista con un lunghissimo incipit in cui si sofferma, fra le altre cose, sulla situazione delle donne. «Se sei donna infatti è peccato mostrare il collo e i capelli perché (chi lo avrebbe mai detto?) il collo e i capelli sono gli attributi femminili da cui un uomo si sente maggiormente adescato. Per coprire quelle vergogne è doveroso portare un foulard a mo’ di soggolo monacale, però meglio il chador cioè il funereo lenzuolo che nasconde l’intero corpo. Lo adoperano tutte, e sembrano sciami di pipistrelli umiliati» (Fallaci, 1979). L’intervista ha inizio, con l’ausilio di un traduttore, parlando di questioni politiche. Khomeini è sfuggevole, non la guarda mai negli occhi, fissa il pavimento nello scorrere delle mirate domande e delle evasive risposte. Fallaci inizia, dunque, ad incalzare sul chador. Khomeini le risponde che non la riguarda, che i loro consumi non la riguardano, che se la veste islamica non le piace non è obbligata a portarla perché è per donne giovani e perbene. Oriana, indignata, getta via il chador e gli chiede «se una donna che ha sempre vissuto senza quei cenci da medioevo gli sembra una vecchiaccia poco perbene» (Fallaci, 1979). L’intervista si interrompe, per riprendere in toni più diplomatici il giorno successivo. Tuttavia, tale episodio segna la riconferma della mal tolleranza fallacesca per il mondo islamico, imperniata sul disgusto per un mondo che fonda se stesso su leggi copiate o ispirate da un libro, il Corano, che considera le donne al pari dei cammelli. L’episodio è anche la riconferma della forza passionale di Fallaci, il gesto è storico. Ancora una volta Oriana non accetta, per se stessa e per le altre donne, di essere messa in minoranza da nessuno, tantomeno dagli uomini. Neanche quando questi fanno gli ayatollah ed hanno una mentalità vecchia di duemila anni.

Nel corso degli anni Ottanta, Oriana torna in guerra, con il contingente italiano in Libano. Ha più di cinquant’anni è ancora alla ricerca di quelle risposte sull’inutilità della guerra. Scorre fra lei e il conflitto una fatale attrazione. È cresciuta fra la guerra, ci è tornata ogni volta che ha potuto, i suoi sentimenti sono calibrati con il dolore all’ennesima potenza. Ormai tutti parlano di lei come “la donna di ferro” del giornalismo italiano.

Agli inizi degli anni Novanta scopre di avere un cancro al seno. Inizia la più complessa e tormentata delle guerre fallacesche. Oriana sceglie l’autoesilo a New York (città eletta come base operativa già da diversi anni). Si impone un ferreo silenzio per lavorare all’ultimo dei suoi libri, il più complicato. Un romanzo che narra le vicende della famiglia Fallaci dal 1700 fino al 1944 (il testo viene pubblicato postumo ed incompleto con il titolo Un cappello pieno di ciliege, volutamente senza “i”). È il suo modo di tirare le somme, la sua personale dedica alla madre ed al padre. Sa che il tempo le sfugge. Interrompe la stesura del testo nel 2001, a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle. Il lungo articolo comparso, su esplicita richiesta dell’allora direttore, sul Corriere della Sera il 29 settembre 2001 (La rabbia e l’orgoglio) è la sistematizzazione di un pensiero avverso all’Islam che trova radici nel passato e nell’esperienza in prima persona in quel mondo. I toni sono i classici toni fallaceschi: diretti, passionali, violenti. L’attentato alle Torri Gemelle diventa l’occasione per rendere quanto più chiara possibile la propria posizione contro l’Islam che è, a parole tratte, la stessa posizione per qualunque religione o crisma o credo che limiti la libertà dell’individuo, in particolare della donna.

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Attenuatasi la tempesta mediatica, Oriana torna a scrivere il romanzo. Le sue condizioni di salute stanno peggiorando. In un colloquio avuto con un amico, Riccardo Nencini, gli confida di essere arrivata alla fine, di voler morire in piedi come Emily Brontë. La dignità diventa la sua migliore amica. Il suo temperamento non viene smussato dalla malattia: litiga con i medici, vuole che le concedano qualche mese ancora, deve finire il libro. Negli ultimi mesi non vede quasi più niente, le metastasi hanno colpito gli occhi. Capisce che è ora di tornare a casa. Oriana torna nella sua Firenze il 4 settembre 2006. La sua mente è ancora lì, mantiene il controllo fino alla fine quando chiede un’ultima iniezione di morfina. Muore nella notte fra il 14 e il 15 settembre 2006.

Ciò che resta è una fitta trama di parole. Parole che ondeggiano fra concetti come libertà, coraggio, eroismo, femminismo, anticonformismo, dignità. Oriana Fallaci resta una donna che, in un mondo molto diverso da quello di oggi, ha scelto di essere pienamente se stessa. Di dedicare se stessa alle guerre degli altri, di non piegarsi ad alcun credo senza prima averlo posto sotto una lente d’ingrandimento. Di essere, prima ancora che una giornalista e una scrittrice (o, come si sarebbe definita lei, una scrittrice prestata al giornalismo), una donna. Semplicemente una Donna, qualunque cosa questo debba significare.

Articolo di Ettore Calzati Fiorenza

gJaZLDNROssessionato dalla comunicazione, sostenitore della scienza e dell’importanza del dubbio perché, in fondo, quasi nulla di cui ci crediamo certi è effettivamente tale. Tra i miei interessi principali rientrano anche la letteratura, le arti figurative e la musica. “Le parole sono tutto quello che abbiamo” e per questo faccio del mio meglio per mantenere quelle date, usque ad finem. 

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