Morte a Bologna

C’è qualcosa che non torna. La mia amica Mietta mi ha raccontato che un giorno di diversi anni fa, sul tram numero 8, si è seduta vicino a lei una donna che le sembrava avere una faccia nota. Guardando meglio, ha notato che la donna assomigliava moltissimo a una delle tre persone riconosciute responsabili della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Francesca Mambro, aderente ai Nar (Nuclei armati rivoluzionari, d’ispirazione fascista) e condannata fra il 1980 e il 1982 a nove ergastoli, 84 anni e 8 mesi di reclusione. La mia amica, che è molto fisionomista, allora l’ha guardata meglio. Non c’erano dubbi, era lei. Ma non era in galera? Non aveva tutti quegli ergastoli? No, Mambro, messa in libertà vigilata nel 2008, ha “estinto la pena” nel 2013. Le condanne le sono state inflitte per aver commesso un incredibile numero di reati e ammazzato, in tutto, novantasei persone. Lei però si è sempre dichiarata innocente di ottantacinque di quegli omicidi, quelli del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. Suo marito Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, anche lui nei Nar, era stato invece condannato a otto ergastoli, 134 anni e 8 mesi per l’omicidio di novantatré persone, oltre a molti altri reati; è stato posto in semilibertà nel 1999, poi in libertà condizionale nel 2004 e ha estinto la pena nel 2009. Anche lui si è sempre dichiarato innocente della strage di Bologna. Un terzo esecutore materiale della strage, Luigi Ciavardini, già in carcere per rapina, nel 2007 è stato condannato in via definitiva, dopo un lunghissimo iter giudiziario, a 44 anni di carcere e dopo due anni ha ottenuto la semilibertà. Nel 2014 il tribunale ha stabilito inoltre che Giusva Fioravanti e Francesca Mambro dovranno versare alla presidenza del Consiglio e al ministero dell’Interno, a titolo di risarcimento, la somma di due miliardi 134 milioni e 273mila euro, che non pagheranno perché “incapienti”, cioè nullatenenti, e subiranno solo una piccola ritenuta dai loro stipendi. Entrambi, infatti, collaborano con l’associazione contro la pena di morte Nessuno tocchi Caino. L’estinzione della pena significa che si è “pagato il debito alla società”, che nulla è più dovuto e che si può votare, avere un passaporto, insomma essere normali. Dopo quell’incontro, la mia amica li ha visti insieme diverse volte.
Quel 2 agosto 1980 era il sabato del primo fine settimana di agosto, l’inizio delle vacanze per milioni di persone. Chi avesse voluto compiere una strage non avrebbe potuto scegliere un momento e un luogo migliori. All’ora di pranzo il telegiornale aprì con una notizia agghiacciante: «Erano le 10,25, questa mattina, quando una terrificante esplosione ha distrutto l’ala sinistra della stazione ferroviaria di Bologna. L’ala sinistra della stazione ferroviaria di Bologna è quella che ospitava le sale di aspetto di prima e seconda classe e la tavola calda (…) Questi locali non esistono più. (…) Al momento i morti dissepolti sono un’ottantina, i feriti circa 200». «Alla stazione si vedono scene come soltanto se ne sono viste in guerra». «Gli orologi che danno sul piazzale si sono fermati». Un testimone racconta: «Ho visto l’ala sinistra della stazione sollevarsi e poi ricadere sfracellata». Le vittime, in tutto, sono 85 ma di una, la ventiquattrenne Maria Fresu, non si ritrova traccia perché, vicinissima alla bomba, è stata disintegrata dall’esplosione. Le persone ferite sono circa duecento.
Sulle prime la causa non è certa, si pensa allo scoppio di una caldaia o a una fuga di gas, ma presto gli esperti smentiscono queste ipotesi e confermano trattarsi di un attentato. In giornata, una telefonata lo rivendica ai Nar. Poi un’altra alle Brigate rosse, ma non è riconosciuta attendibile e infatti, poco dopo, arriva la smentita. Le bombe sono state messe dai fascisti. Quanto ai mandanti, il quadro è e resterà confuso.
Il presidente della Repubblica Sandro Pertini, in vacanza in val Gardena, accorre immediatamente a Bologna. Passa in mezzo alla gente, a giovani militari, medici, poliziotti, vigili del fuoco, tutti con la faccia stravolta. Tra le macerie i giornalisti cercano di strappargli dichiarazioni, gli chiedono cos’abbia da dire, e lui si spazientisce: «Eh, non c’è da dir niente, cosa vuole che le dica?» e poi, dopo un bel po’: «Non ci sono parole che possano esprimere lo stato d’animo mio, voi lo immaginate, no? Ho visto adesso dei bambini, laggiù, nella sala di rianimazione, ma due stanno morendo ormai, una bambina e un bambino, una cosa straziante», ma l’ultima parola si capisce male perché gli si spezza in un singhiozzo.
La sera stessa viene indetta una manifestazione in città; due giorni dopo, quarantamila persone si trovano a manifestare in piazza Maggiore; il 6 agosto, ai funerali delle vittime, la piazza e tutte le vie circostanti sono gremite.
Ai funerali delle vittime l’unico ad essere applaudito è lui, il presidente partigiano. Il presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, è fischiato. Lo striscione della sinistra extraparlamentare, che dice «La strage è dei padroni, nessuna delega alle istituzioni», è fatto allontanare.

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Il presidente della Repubblica Sandro Pertini ai funerali delle vittime della strage

A trentanove anni dalla strage, ricostruire l’iter delle indagini e dei processi è complicatissimo. Come per gli altri episodi criminali che hanno punteggiato la vita e la cronaca del nostro Paese –  le stragi di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, del treno Italicus del 4 agosto 1974 – vi è un intreccio di dati, testimonianze, confutazioni, depistaggi, contraddizioni, processi, dossier fasulli, tutti riconducibili a quella che è stata definita la “strategia della tensione”, ovvero la sanguinosa manovra per screditare le istituzioni repubblicane e far salire al potere un governo di estrema destra che rispondesse col pugno di ferro alle istanze di rinnovamento, uguaglianza e solidarietà provenienti soprattutto dalle fabbriche e dalle scuole. Le ipotesi su mandanti ed esecutori si sono accavallate per anni. Braccio armato delle stragi sono stati rampolli della buona borghesia infarciti di fascismo, nazismo, goffe interpretazioni superomistiche di un Nietsche maldigerito, arti marziali, religiosità medievale, razzismo, sessismo, suprematismo bianco, rapporto con le armi feticistico. Si consideravano samurai, ovvero, stando all’etimologia, nobili servitori dell’imperatore sempre pronti al sacrificio supremo (ma, nel loro caso, specialmente degli altri). In rete si trovano cronache, compendi, filmati d’epoca, e andrebbero visti tutti con attenzione. Sul perché della strage, invece, s’intreccia un groviglio di ipotesi e responsabilità che lega massoneria, nostalgici, criminalità e servizi segreti italiani, statunitensi e sovietici: una strategia della tensione per impedire un governo di coalizione tra Partito comunista e Democrazia cristiana, che avrebbe potuto distaccare l’Italia e l’Europa dai due blocchi statunitense e sovietico che si spartivano il mondo.
Le famiglie delle vittime non hanno apprezzato la decisione dei giudici di mettere in libertà Mambro e Fioravanti. Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, nel 2008 ha commentato la decisione di concedere la libertà condizionale a Francesca Mambro «una vergogna». Qualcuno ha privatamente “perdonato”. Francesca Mambro ha commentato: «Sono sempre stata condannata per concorso “morale” in azioni terroristiche di cui mi sono assunta completamente le responsabilità politiche e processuali» (spiegazione inutile: l’articolo 27 della nostra Costituzione dice appunto che “la responsabilità penale è personale”) e prosegue: «E difatti non mi sono mai vantata di non avere le mani sporche di sangue, perché noi facevamo delle cose da cui purtroppo il sangue scorreva… Qualcuno ci ha perdonato cristianamente, e noi abbiamo accettato solo in quei termini. Non c’entrano le ideologie né la politica, sono percorsi individuali e riservati, che tali devono rimanere».
Con tutto il rispetto per la riservatezza dei percorsi individuali, in frasi come «non c’entrano le ideologie né la politica» (parole simili sono state pronunciate anche da terroristi di sinistra) mi pare possa ravvisarsi la tendenza a spazzare le idee sotto il tappeto in nome di un decoro postideologico che, in realtà, è politico al massimo grado. Gli slogan oggi tanto di moda, come “le ideologie sono morte” e “destra e sinistra non esistono più”, paiono proprio la dimostrazione che la strategia della tensione, alla fine, ha vinto e che tutti i nostri morti, purtroppo, a qualcuno sono serviti. L’impegno di Mambro e Fioravanti nell’associazione radicale Nessuno tocchi Caino, che si batte contro la pena di morte e la tortura, è una scelta lodevole. La pena, come afferma ancora l’articolo 27, deve tendere alla rieducazione e, a quanto pare, la coppia si è rieducata. Ma forse tutte quelle vittime e le loro famiglie avrebbero preferito il silenzio.
In quel telegiornale del 2 agosto 1980, tra macerie e persone e ambulanze, sul piazzale si vede anche un autobus, il numero 37. L’autista, Agide Melloni, si prestò subito a fare la spola col suo autobus verso gli ospedali per trasportare le persone ferite. Lo fece ininterrottamente per quindici ore. A chi lo ha elogiato per questo, ha risposto: «Cosa potevo fare, io, se non il mio lavoro?». Come in altre situazioni di tragica criminalità, emerge anche qui l’eccezione, quella che Enrico Deaglio ha chiamato la “banalità del bene”. Davanti a irritanti dichiarazioni di scarso spessore logico (come “assumersi completamente le responsabilità politiche”, banale ovvietà il cui significato profondo mi sfugge), portare la gente ferita all’ospedale con il proprio autobus senza averne l’obbligo e senza considerarsi un eroe è un atto buono, quindi positivamente politico.
L’eroismo lasciamolo ai samurai.

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Agide Melloni in una recente intervista e l’autobus n. 37, restaurato e ricollocato davanti alla stazione di Bologna

In copertina: L’orologio della stazione di Bologna alle 10,25 del 2 agosto 1980

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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