T come tette

Corpo che ho, corpo che sono.
Il nostro corpo è attore che si muove sulla scena del mondo, è elemento essenziale della condizione umana e dell’identità individuale, è deposito delle esperienze biografiche e dell’immaginario sociale.
L’esperienza differente che donne e uomini fanno del proprio corpo incide sul loro stile di relazione, sul loro modo di sentire, pensare, stare al mondo.
Studiare gli usi dei corpi permette di capire che tipo di soggettività il potere produce e riproduce, e come per loro tramite costruisce la stabilità del proprio ordine, il proprio faticoso equilibrio.
Il corpo femminile, quel corpo che può dare la vita, è da sempre veicolo, luogo e simbolo, medium e messaggio. È esposto all’esame della collettività. Molti uomini si sentono in diritto di dire alle donne che cos’è e che cosa non è attraente, e lo fanno sia in privato sia in pubblico. È un enorme esercizio di potere.  Il giudizio maschile resta il principio organizzatore, l’immaginario maschile imprime sempre il suo segno; lo sguardo maschile è talmente pervasivo che le donne finiscono per introiettarlo e guardare se stesse (e le altre) con quegli occhi.
I corpi femminili sono più intensamente, più sistematicamente normati, con regimi, interventi e pratiche che cominciano fin dalla nascita. Sono campi di battaglia (non solo metaforici) di cui sono posta, ostaggi e vittime. Battaglie dei maschi per il possesso, del potere politico per la riproduzione, delle istituzioni religiose per il controllo.
La protesta del famoso collettivo femminista Femen, nato in Ucraina dopo le promesse tradite della rivoluzione arancione, era volta a sovvertire la mentalità maschilista dei fondamentalisti, ostentando la potenza sovversiva del proprio corpo nudo come strumento di lotta non violenta contro le discriminazioni. Nelle loro prime performance, nel 2008, avevano scritto sulle spalle, ma i fotografi erano interessati solo ai loro seni. Quindi hanno cambiato la posizione dei loro slogan.

Sappiamo cosa vogliono i media e glielo diamo. Il nostro modo di lottare contro il maschilismo sessista è usare le sue armi, il suo vocabolario e in suoi insulti per ritorcerglieli contro.

I mass media contemporanei infatti sono infarciti di corpi di donne. La società dello sguardo non poteva ignorare gli oggetti dei sogni e degli incubi degli uomini e li ha esposti ad ogni flash e li ha esplorati da ogni parte. La società del consumo li ha trasformati in inesauribili repertori di proposte e di sollecitazioni: a valorizzare le merci, a farsi merce essi stessi, meccanismo principe nella fabbrica del desiderio, lustrini nella fabbrica del patriarcato.
Tv, quiz di prima serata. Quando entra la candidata la telecamera prima inquadra le gambe, poi risale verso il seno, si ferma sulla scollatura, e infine mostra la faccia. Quando entra il candidato lo zoom va subito sul volto.
Facebook censura le immagini con un seno che allatta e per giustificarsi resuscita un aggettivo desueto: sconveniente. Un seno femminile usato per fare la pubblicità a una mozzarella invece è ammesso, è conveniente.
Il seno è segno per antonomasia di femminilità, simbolo e somma di nutrimento e di seduzione, fantasma di pulsioni erotiche, di tabù oscuri. Va coperto per pudore, va offerto per amore, va accarezzato per stimolo, va mostrato per sfida.
Non è la nudità in sé ad essere giusta o sbagliata, ma il significato che diamo a quel corpo nudo in quel momento. Se è soggetto di libertà o se è oggetto di scambio, se è erotico o se è erotizzato a fini commerciali.

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

 

Illustrazione di Marika Banci

1--BExhxDopo la laurea in Lettere moderne, Marika si iscrive al corso triennale di Progettazione grafica e comunicazione visiva presso l’ISIA di Urbino. Si diploma nel 2019 con una tesi di ricerca sulle riviste femministe italiane dagli anni ’70 ad oggi e la creazione di una rivista d’arte in ottica di genere dal nome “Biebuk”. Designer e illustratrice, ha dedicato alle tematiche femministe molti dei suoi ultimi progetti.

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