Emiliano Zapata, el caudillo del Sur

A cento anni dalla sua morte, è ancora tra gli emblemi delle lotte sociali e agricole di tutto il mondo il suo volto con i baffoni neri e il sombrero in testa. Emiliano Zapata Salazar, detto anche el caudillo del Sur, è il principale simbolo e protagonista della Rivoluzione messicana (1910-1919) ma il suo slogan tierra y libertad su sfondo nero compare ancora in ogni focolaio di resistenza. 

Nato da una famiglia povera e rimasto orfano da giovanissimo, Emiliano Zapata ha conosciuto bene non solo le difficoltà economiche dei campesinos ma anche le ingiustizie che subiscono in Messico le popolazioni indigene.

Dopo l’indipendenza dalla Spagna (1810), il Sud del Messico si è sviluppato con un’economia di tipo latifondista, poche persone possiedono da sole possedimenti estesi più di interi Paesi europei in cui lavoravano braccianti senza alcun diritto. Nessuna legge tutela i contadini dallo sfruttamento né controlla i salari e i prezzi dei prodotti alimentari; per sopravvivere, molte famiglie sono costrette a indebitarsi e, non avendo abbastanza soldi, pagano il cibo con il lavoro, fino a ritrovarsi incastrate a vita in condizioni disumane non troppo diverse da quelle dei servi della gleba nel feudalesimo europeo. 

Le terre su cui sorgono le haciendas (i latifondi) sono state espropriate alle popolazioni indigene (prevalentemente Maya e Azteca) nei secoli successivi alla conquista europea. Quando in Messico scoppia la Rivoluzione contro il dittatore Porfirio Diaz, Zapata occupa fondi da distribuire ai contadini e diventa leader di un esercito rivoluzionario che raccoglie contadini e Indios del Sud del Paese. Quando Francisco Madero prende il posto di Diaz, dà il via a riforme politiche di stampo liberale ma continua a trascurare le questioni della redistribuzione delle terre e soprattutto quella dei diritti dei popoli indigeni. La guerriglia zapatista continua. Mentre Emiliano Zapata guida l’Ejército libertador del Sur, Pancho Villa arma migliaia di indigenti nel Nord del Paese, riportando anche alcune importanti vittorie militari contro le truppe governative. Nel 1914 i gruppi rivoluzionari si incontrano presso Aguascalientes. Qui viene redatta una Costituzione democratica con diritti sociali avanzati, nota come Convención de Aguascalientes, che però non troverà mai una reale applicazione in un Paese dove il potere è in mano ai latifondisti sostenuti dagli Stati Uniti. 

I risultati della Convenzione si vedono soltanto nel piccolo Stato di Morelos (poco a Sud della Ciudad de México): qui a partire dai 1915 viene messa in atto un’esperienza di autogestione basata sull’amministrazione municipale diretta attraverso assemblee popolari, sull’esproprio dei latifondi per distribuire le terre tra contadini e indios e sull’apertura di scuole gratuite per le famiglie povere. Questo episodio, noto come la Comune di Morelos, è stato cancellato dalla storiografia ufficiale.

Per evitare il trionfo dei diritti sanciti dalla Convenzione, gli Stati Uniti (che avevano prima sostenuto Diaz poi appoggiato la sua deposizione da parte di Madero) riconoscono il governo del liberale Carranza ma dettandone come condizione la fine delle spinte rivoluzionarie e il blocco della riforma agraria di stampo egualitario propugnata dall’esercito zapatista. Nel 1919 Emiliano Zapata viene assassinato e la stessa sorte toccherà a Pancho Villa nel 1923: la Rivoluzione si conclude senza un reale cambiamento dell’assetto sociale messicano. Ma l’eco del caudillo del Sur non si spegne, ricomparirà anzi a sorpresa molti anni dopo.

La prima e l’ultima insurrezione del Novecento si sono verificate in Messico. 

L’alba del primo gennaio 1994, il giorno in cui il governo messicano firma il NAFTA (North American Free Trade Agreement, un trattato commerciale nordamericano tutto a vantaggio degli USA) e a Washington ci si prepara a brindare ai nuovi profitti in arrivo, una notizia coglie tutti alla sprovvista: a San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, il più povero degli Stati messicani, eppure il più ricco di risorse naturali, migliaia di donne e uomini indigeni, armati e a volto coperto, occupano la città e i suoi punti nevralgici. L’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN) combatte «i tre mali dell’umanità, il capitalismo, il razzismo e il patriarcato», aggiungendo la questione femminile a quella etnica e agricola già sollevate da Zapata e Villa. 

 

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EZLN. Campagna per la candidatura di María de Jesús Patricio Martínez alla presidenza del Messico (2017)

Le notti alla Casa Bianca sono di nuovo tormentate da incubi in cui sventola la bandiera nera con la scritta tierra y libertad. Il “cortile di casa” degli Stati Uniti è ancora infestato di spine e ortiche. Al posto dei baffoni e del sombrero di Emiliano Zapata, il passamontagna nero di un misterioso uomo, noto come Subcomandante Marcos, coperto dal fumo della pipa sempre accesa, parla all’umanità intera diventando il simbolo del nuovo zapatismo e degli invisibili di tutto il mondo. I vertici dell’EZLN si dicono sub-comandanti perché il vero comandante è el pueblo di cui essi sono solo portavoce. 

Oggi, a venticinque anni dall’insurrezione di San Cristóbal, le comuni zapatiste hanno dato vita a campagne di alfabetizzazione e di vaccinazioni incredibilmente efficaci se si pensa alle condizioni economiche e all’ostilità politica in cui si sono svolte (nella Selva Lacandona, sui monti del Chiapas, prima del 1994 si moriva di diarrea e banali infezioni). Il volto noto di Zapata e quello nascosto di Marcos (che ha recentemente cambiato nome in Subcomandante Galeano) sono le spine nel fianco di un Paese di secolari ingiustizie e soprusi che attende ancora la tanto auspicata riforma agraria zapatista. 

Eppure va ricordato che il Messico è anche una terra accogliente che ha sempre richiamato profughi e sconfitti da tutto il mondo: è proprio a Ciudad de México che si è rifugiato Trozkij in pieno stalinismo, qui sono stati accolti i comunisti cubani perseguitati dalla dittatura di Batista sull’isola negli anni Venti, i repubblicani e i rivoluzionari spagnoli in fuga dalla tragedia degli anni Trenta, i comunisti francesi durante l’occupazione nazista, i militanti della Unidad Popular cilena dopo il golpe del 1973, i sandinisti nicaraguensi reduci dalla guerra di Reagan in Centroamerica negli anni Ottanta. Proprio a Ciudad de México lavoravano artisti come Frida Kahlo, Diego Rivera e Tina Modotti; proprio dal Messico salparono Fidel e il Che nel viaggio che portò alla liberazione di Cuba. Sembra che il Messico abbia una particolare empatia con i vinti e i perdenti e che proprio questa empatia costituisca parte integrante della “messicanità”: forse perché sconfitti lo sono tutti i miti messicani, da Moctezuma a Pancho Villa, passando per Cuauhtémoc a Tenochtitlán e Octavio Paz a Madrid, fino a Emiliano Zapata. Con i suoi fratelli sandinista, castrista e bolivariano, lo zapatismo è soltanto il modo messicano di dare voce a chi non ha voce, il volto a chi è invisibile.

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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