Editoriale. “PRAGA MAGICA” e la metafora del potere

Carissime lettrici e carissimi lettori,

Ancora nel limbo. La politica di ieri e di oggi decide con la forza, fa vittime, più o meno di sangue . E di sangue la Storia ne ha visto scorrere tanto, più o meno concreto, più o meno visibile, su un terreno o su una sedia elettrica, in un carcere che uccide chi ha sete di libertà, e tra questi i poeti, nelle strade in fiamme per la stessa libertà uccisa dai carri armati. Capita nei tempi della bramosia del potere assoluto, che si invitino i parlamentari ad “alzare il culo”  e presentarsi agli scranni di un Palazzo con i battenti riaperti al sol leone estivo che grida al sapore degli abusi (del potere e del linguaggio) per una democrazia che non capisce più dove andare…. Sarà davvero la bellezza a operare il miracolo della salvezza? Incamminiamoci per questa strada o potremmo rischiare di perderla.

“Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Čeletná (Zeltenrgrasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero. Ancor oggi, ogni notte, Jaroslav Hašek, in qualche taverna, proclama ai compagni di gozzoviglia che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo con l’obbedienza… Ancor oggi, ogni notte, alle cinque Vitěslav Nezval ritorna dall’afa dei bar e delle bettole alla propria mansarda nel quartiere di Troja, attraversando la Vltava con una zattera… Ancor oggi due zoppicanti soldati con le baionette  inastate, al mattino conducono Josev Švejk giù da Hradčany per il Ponte Carlo verso la Città Vecchia e in senso contrario, ancor oggi, la notte, a lume di luna, due guitti lucidi e grassi,  due manichini da Panoptikum, due automi in finanziera e cilindro accompagnano per lo stesso ponte Josef K. al patibolo…” .

Vien voglia di non fermarsi più. Partendo dal nostro spaesamento e prendendo a rifugio questo splendido e significativo incipit di Praga magica dell’indimenticabile professore di russo, di ceco della cultura slava e della poesia, Angelo Maria Ripellino. Si vorrebbe accompagnarlo e arrivare fino alla fine (ma lo riprenderemo il percorso annunciato!) per il piacere di leggere o rileggere tutte e tutti insieme questa  storia/romanzo, questa raffinata guida turistica alla cultura della città di un despota che voleva trasformare per forza il metallo vile in oro, pena la sospensione nel vuoto degli incapaci alchimisti, un vademecum della città dei Golem per farci guardare il futuro partendo dal dolore passato, in un attualissimo processo kafkiano. Come se l’autore, lui in compagnia di Franz Kafka, del suo coetaneo ed esilarante Jaroslav Hašek il padre del buon soldato Švejk, di Karol Čapek (il vero inventore del termine Ròbot, roboti, nelle lingue slave, lavorare) e di tanti altri, riga dopo riga, una pagina dietro l’altra ci ricordasse, chissà da quale altrove, il valore del presente e soprattutto commemorasse  con noi quei giorni bui di Praga quando, cinquantuno anni fa, il 20 agosto 1968, i carri armati marciarono sulla città che voleva celebrare la sua Primavera, mortificando il tentativo del presidente di allora Alexander Dubček di aprire il Paese a un “socialismo dal volto umano”.

Del sovranismo e dei suoi truci epiloghi il poeta e slavista, morto ancora troppo giovane per quello che avrebbe potuto insegnarci, ci aveva messe e messi in guardia. Lui a Praga non entrò più e per molto tempo neppure i suoi libri. L’odio, non calcola le sofferenze di chi lo subisce, acceca e fa il gioco dei forti che lo innescano nascondendo la mano.

Lo stesso odio che un giorno di agosto, il 23 agosto del 1927 (forse caldo come quelli che abbiamo vissuto) nel carcere di Charlestown uccise sulla sedia elettrica Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, conosciuti come Nick e Bart, a sette minuti uno dall’altro, capri espiatori di un’America impaurita. A nulla valsero le manifestazioni (fino sotto il carcere di Charlestown e da parte di tanti cittadini e intellettuali come Bernard Shaw, Albert Einstein , Bertrand Russel, H.B. Well, Anatole France, che allora aveva già preso il premio Nobel. Non riuscirono a convincere il giudice che, seppure tra qualche piccolo improvviso tentennamento, finì per confermare la condanna a morte dei due italiani. Qualche mese prima, ad aprile, Vanzetti, cosciente della situazione, aveva scritto: «Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già”.

Il sogno americano, come questo attuale ugualmente tragico sogno europeo di oggi, coinvolge e provoca tanto dolore in uomini e donne con i loro figli e figlie. Si ripete tristemente la stessa storia, si ripetono qui gli “scontri” politici di allora, lì. Di questa migrazione di oggi e di quella, soprattutto italiana, di ieri alla quale appartenevano i due martiri di Charlestown, se ne parlerà in questo numero della rivista. Scrive  su Italies Raffaele Rauty: “…Entro il 1920 arrivano negli Stati Uniti quasi altri cinque milioni (di migranti)… inizia un conflitto a livello del Congresso, che tende a limitare, contenere, respingere, espellere quegli immigrati, costruendoli sul piano sociale come invasori o distruttori della cultura statunitense, determinando allarme e preoccupazione, mettendo in movimento reazioni di razzismo” Anche qui la sensazione è quella di voler continuare la citazione per condividere insieme a voi questa percezione di dejà vu, saltando con la mente tra l’Europa, gli Usa e l’Italia, il tempo, in un viaggio per niente vacanziero, ma triste ancora di più perché fa parte di quei “ricorsi storici” che nulla sembrano averci insegnato.

Altro odio, dello stesso sapore amaro, della stessa capacità di ingiustizia, lo hanno scatenato, con torva e superba periodicità i presunti credenti purtroppo presenti in tutte le religioni, probabilmente nessuna esclusa. Le guerre per  Fede sono state tante, forti e violente. Hanno fatto e fanno scorrere sangue innocente quanto gli altri conflitti cosiddetti “politici”. Hanno commesso questo atroce ignominia in nome di un Dio, ma facendo l’interesse del potere di pochi uomini, perché, seppure non si possa negare l’appoggio delle donne, l’aspetto patriarcale ne definisce chiaramente la realtà. Celebriamo con forza positiva (e qui leggiamo in proposito un interessante articolo) la giornata del 22 agosto, istituita dall’Onu per commemorare le vittime causate dagli odi di religione. Sarà la nostra una fede umanistica che crede nell’umanità eticamente intoccabile, e per chi di noi ha credo religioso, per sentirla come un insieme di creature volute da Dio, nel cui nome, sarebbe contraddittorio, spargere odio e sangue.

Per fortuna altri nessi culturali ci legano agli States in questo mese di agosto. Per esempio il compleanno di Fernanda Pivano, l’americana, come la chiamava affettuosamente il suo grandissimo amico prete, don Andrea Gallo, l’amica del cuore di Cesare Pavese, a cui rifiutò più volte la richiesta di sposarlo, così profondamente legata, insieme a Don Gallo e al grande Faber, alla città a loro comune per nascita e per passione, a Genova. Qui ci sembra doveroso e necessario ricordare le tante persone che un anno fa (il 14 agosto) sono morte a causa del crollo del ponte Morandi. Sono ancora in attesa di una giustizia completa e di una risposta, che chi è rimasto esige, sul perché ciò sia potuto succedere.

Leggerete poi di altre poete come Esther Hillesium, ebrea olandese, vittima della cattiveria dei Campi nazisti, e poeti, come il forte e onestissimo Ante Zemljar, tradito e cacciato anche da chi un giorno si era posto al fianco per la sua eterna voglia di giustizia. O di due artisti che si sono amati fino all’ultimo respiro, fino alla morte, insieme: Desy Lumini e Tino Schirinzi. Dall’arte alla pedagogia, che dovrebbe portare ai ragazzi e le ragazze a godere del bello, due interessanti articoli: sull’educare al rispetto dell’altro e la terza puntata della cunnilinguistica sull’uso delle parole e del linguaggio relativo alla sfera sessuale.

Tante candeline da spegnere il 22 agosto per la regata più famosa del mondo, l’American’s cup che festeggia i suoi quasi centosettanta anni di gare tra vela, vento e onde oceaniche per una “metafora della vita”, come appunto scrive l’autrice dell’articolo. Splendide candeline anche alla sarta tra le più famose di tutti tempi, A Coco Chanel, eleganza di stoffe e di taglio e fragranza indimenticabile del suo N.5!

La nostra rubrica Pillole di Storia si sofferma per più puntate (oggi la prima) sul periodo del ventennio fascista, dagli albori fino alla sconfitta. Un modo per noi di ripassare un periodo non bello della storia d’Italia che spero buona parte delle italiane e degli italiani non vogliano più ripetere.

Ma come promesso, vorrei concludere questo mio ventitreesimo editoriale con la chiusa dell’ultima pagina di Praga Magica, quasi illudendomi di aver nel mentre riletto con voi tutto il libro, metafora geografica: “Praga, non ci daremo per vinti. Fatti forza, resisti. Non ci resta altro che percorrere insieme il lunghissimo, chapliniano cammino della speranza”. Un personale omaggio a un uomo e a un poeta della libertà. Buona lettura, ovunque voi siate!

 

Articolo di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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