Un cittadino Libero

Libero Grassi nasce a Catania nel 1924. Di famiglia antifascista decide di entrare in seminario pur di non partire per una guerra con cui non è d’accordo e che non vuole combattere. Al termine del conflitto si trasferisce a Gallarate, dove apre un’azienda tessile con suo fratello e, visto il successo ottenuto, decide di tornare a Palermo per aprirne un’altra. Arrivato in Sicilia negli anni Sessanta, deve subito fare i conti con Cosa Nostra che inizia a chiedere denaro in cambio di protezione a favore della sua impresa. Per le associazioni mafiose controllare i profitti e la gestione delle aziende locali si traduce nella possibilità di poter gestire e controllare l’economia del Paese.                          Il substrato culturale in cui la mafia prolifica è una società in cui lo Stato è assente e in cui questa sopperisce, in modo illecito e criminoso, ad alcune delle sue funzioni. Nel caso del pizzo, Cosa Nostra promette agli  imprenditori e alle imprenditrici “protezione” (da se stessa) in cambio di denaro.

Libero si rifiuta denunciando tutto alle forze dell’ordine e affidandosi quindi allo Stato. Cosa Nostra non può accettare che qualcuno sfugga al suo controllo e inizia a minacciare lui e tutta la sua famiglia. Libero Grassi non si fa intimorire e diventa così un personaggio popolare, simbolo della lotta alla criminalità organizzata portata avanti da ordinari cittadini che non fanno parte delle istituzioni. Non ha paura di combattere la mafia a viso aperto, esponendosi in prima persona, così scrive una lettera al suo estorsore, pubblicata sul “Giornale di Sicilia”, in cui afferma:

«Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia.»

Secondo Libero Grassi pagare avrebbe comportato una dipendenza totale da Cosa Nostra impossibile da recidere. Sicuramente la somma da pagare sarebbe aumentata progressivamente e questo dal punto di vista economico non sarebbe stato sostenibile per l’azienda.                                                                                                                                        Da un punto di vista puramente morale, invece, egli sostiene di non essere disposto a dividere le sue scelte di vita, come quella di avere un’azienda, con i mafiosi. Non pagare vuol dire difendere la propria “dignità” di imprenditore.                                                            In una intervista del 1991 nella trasmissione televisiva “Samarcanda”, Libero Grassi confessa a Michele Santoro di essere molto dispiaciuto dell’assenza del supporto delle associazioni di imprenditori e imprenditrici, come la Confesercenti, che mai si erano schierate a suo sostegno. Nella stessa intervista, analizzando le radici di questo fenomeno che risiedono in una politica corrotta, sostiene che una buona democrazia derivi da una buona raccolta di voti, rivolta alle persone giuste.

Libero Grassi muore il 29 agosto 1991. Una delle circa cento vittime di Cosa Nostra negli anni Novanta (esclusi i/le mafiosi/e).  Viene ucciso a colpi di pistola alle 7.30 del mattino mentre sta andando al lavoro a piedi.

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La sua storia è ancora attuale. Rispetto agli anni Novanta sicuramente la situazione è cambiata: la Confindustria di Palermo ha chiesto scusa ai suoi familiari, sono nate diverse associazioni antiracket e nei casi più estremi lo Stato offre una scorta. La strada da percorrere è, tuttavia, ancora molto lunga.

Noi consumatrici e consumatori possiamo fare la differenza scegliendo e premiando soltanto o prevalentemente commercianti che non abbiano ceduto all’estorsione.                L’associazione “Addiopizzo”, per esempio, ha pubblicato sul suo sito l’elenco di coloro che si rifiutano di pagare. Basta cercare il tipo di servizio richiesto (bar, supermercati, carrozzerie) e la lista è subito pronta.

Come sosteneva Falcone: «Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così, solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è, allora, che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.»

Articolo di Sara Rutigliano

VA_rZQCELaureata in matematica, insegna matematica e fisica in un Liceo di Roma.  Da sempre accompagna alla sua passione verso la matematica un grande interesse verso ciò che non è scientifico.  Si occupa di didattica della matematica attraverso l’associazionismo e la collaborazione con Università ed enti di ricerca. È convinta che la matematica sia una disciplina accessibile a tutti/tutte.

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