Fare politica in classe

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere, sulla pagina Facebook di un’amica, la lettera aperta di un insegnante indirizzata al Ministro dell’Interno del governo appena dimissionario, e ora in funzione per l’ordinaria amministrazione come richiesto dal Presidente della Repubblica, in attesa che subentri, il prima possibile, un nuovo governo. Questi gli eventi contingenti, nel momento in cui si scrivono queste righe, eventi che magari saranno superati se e quando saranno pubblicate. Ma il contenuto della lettera aperta, pur partendo da una non taciuta polemica con il suddetto Ministro, supera di gran lunga la contingenza ed esprime a mio avviso un pensiero su cui vale la pena di soffermarsi, al di là dell’occasione che l’ha determinata, perché riguarda il senso e il valore della scuola, nonché il ruolo dell’insegnante. Perché, anche se è d’obbligo profondersi in solenni affermazioni sulla centralità dell’elemento discente, sappiamo tutte e tutti quanto nella scuola conti, insieme a questa tanto declamata quanto spesso trascurata o mal interpretata centralità, la funzione, insostituibile, di chi nella scuola è docente e l’impronta che dà al proprio lavoro. Per questo credo non inutile riproporre anche qui un testo che qualche tempo fa ha girato parecchio in rete, e questo prova che è stato ritenuto da molte persone significativo.

“Caro Ministro dell’Interno Matteo Salvini,
ho letto in un tweet da Lei pubblicato questa frase: “Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!”.
Bene, allora, visto che fra pochi giorni ricominceranno le scuole, e visto che sono un insegnante, Le vorrei dedicare poche semplici parole, sperando abbia il tempo e la voglia di leggerle. Partendo da quelle più importanti: io faccio e farò sempre politica in classe. Il punto è che la politica che faccio e che farò non è quella delle tifoserie, dello schierarsi da una qualche parte e cercare di portare i ragazzi a pensarla come te a tutti i costi. Non è così che funziona la vera politica.
La politica che faccio e che farò è quella nella sua accezione più alta: come vivere bene in comunità, come diventare buoni cittadini, come costruire insieme una polis forte, bella, sicura, luminosa e illuminata. Ha tutto un altro sapore, detta così, vero?
Ecco perché uscire in giardino e leggere i versi di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson, di David Maria Turoldo è fare politica. Spiegare al ragazzo che non deve urlare più forte e parlare sopra gli altri per farsi sentire è fare politica. Parlare di stelle cucite sui vestiti, di foibe, di gulag e di tutti gli orrori commessi nel passato perché i nostri ragazzi abbiano sempre gli occhi bene aperti sul presente è fare politica.
Fotocopiare (spesso a spese nostre) le foto di Giovanni Falcone, di Malala Yousafzai, di Stephen Hawking, di Rocco Chinnici e dell’orologio della stazione di Bologna fermo alle 10.25 e poi appiccicarle ai muri delle nostre classi è fare politica.
Buttare via un intero pomeriggio di lezione preparata perché in prima pagina sul giornale c’è l’ennesimo femminicidio, sedersi in cerchio insieme ai ragazzi a cercare di capire com’è che in questo Paese le donne muoiono così spesso per la violenza dei loro compagni e mariti, anche quello, soprattutto quello, è fare politica.1
Insegnare a parlare correttamente e con un lessico ricco e preciso, affinché i pensieri dei ragazzi possano farsi più chiari e perché un domani non siano succubi di chi con le parole li vuole fregare, è fare politica. Accidenti se lo è.
Sì, perché fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come te: vuol dire spingerli a pensare. Punto. È così che si costruisce una città migliore: tirando su cittadini che sanno scegliere con la propria testa. Non farlo più non significa “avanti futuro”, ma ritorno al passato. E il senso più profondo, sia della parola scuola che della parola politica, è quello di preparare, insieme, un futuro migliore. E in questo senso, soprattutto in questo senso, io faccio e farò sempre politica in classe.”

Ecco, la riflessione che scaturisce da queste righe, a firma di Enrico Galiano, riguarda a mio avviso proprio il modo di essere insegnanti, insieme al pericolo che un certo ritorno all’ordine può costituire nella scuola. Ricordo che negli ultimi anni Sessanta, quando iniziava la mia carriera di insegnante, nell’istituto in cui lavoravo un tema su un articolo della Costituzione veniva considerato improponibile, e addirittura prova del fatto che in classe si parlasse di politica; la cosa era considerata allora con molto sospetto, o addirittura con aperta indignazione, dai Soloni del Collegio docenti. Bastarono pochi anni per spazzare via questa mentalità. Ciò che stupisce, però – ma a ben pensare neanche tanto: la regressione, generale, è in atto su molti fronti – è che ora stia tornando.

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Articolo di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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