Z – Zenobia

C’è un ristretto club di donne che la storiografia antica ha descritto come affascinanti ma pericolose. Godono di fortuna postuma, hanno ispirato molta letteratura successiva. In questa cerchia, accanto a Semiramide e a Cleopatra, siede a buon diritto Zenobia, l’intellettuale e guerriera che nel terzo secolo d.C. fece tremare Roma.

Era la seconda moglie di Settimio Odenato, re di Palmira, la prima città della Siria (intatta nei secoli e protetta dalle sabbie del deserto, oggi crollata sotto la furia della barbarie islamista). Alla sua morte ebbe l’ardire di proclamarsi regina, acquistando un enorme potere nel mondo orientale fino ad essere sconfitta dall’imperatore Aureliano. Trasportata a Roma sui carri trionfali, fu mostrata come meraviglioso bottino di guerra, legata da catene d’oro.

La ricordiamo – con poche altre – perché è un’eccezione. Perché il binomio donne-potere è estraneo alla nostra cultura e alla nostra storia, e l’asimmetria è strutturale, così profondamente radicata da parere “naturale”.

L’immaginario è fastidiosa zavorra che ci riporta a fantasmi inquietanti, stereotipi sedimentati. Ha costruito immagini di sovversive pericolose; di erinni spietate come Lady Macbeth; di spregiudicate seduttrici come Messalina; di tessitrici di trame come Olimpia: mai un potere buono, per noi, se non nell’ombra (Dietro un grande uomo …!). I seguaci di Trump hanno attaccato Hillary Clinton, raffigurandola con il viso di Medusa circondata da una corona di serpenti, mentre Trump era identificato in Perseo che le mozzava la testa.

Il mondo fa una gran fatica ad abituarsi al potere delle donne e alle donne di potere. 

Nel modello culturale tuttora dominante la donna, se è “in carriera”, è vista come traditrice di un mandato sociale in qualche modo non adempiuto o poco rispettato (ricordate Bertolaso, “Meloni deve fare la mamma”?).

C’è chi pensa che arrivare a una posizione di potere chiuda la partita della parità e chi pensa che la partita sia soltanto iniziata. Ancora oggi, e persino in ambienti di sinistra, siamo nelle condizioni di doverci “sforzare” di trovare donne che ricoprano ruoli di guida, tanto da dover ricorrere alle “quote rosa” per riequilibrare la rappresentanza in politica, alla legge Golfo-Mosca nelle aziende.. 

Perché non accade che i movimenti sociali e politici producano spontaneamente leadership femminili? Perché quando emergono le si massacra, come insegna il caso emblematico di Laura Boldrini?

È un caso che i nuovi leader populisti (Trump, Putin, Erdogan, giù giù fino a Orbàn e Salvini) siano tutti maschi alfa del revanscismo maschilista? Che molte donne al governo ricoprano e abbiano ricoperto ruoli ancillari di fedelissime? Che troppe volte sotto il soffitto di cristallo il tetto si veda, ma non si tocchi?

Di conseguenza, le donne che aspirano ad esercitare davvero il potere (dall’università alle aziende al parlamento) per sopravvivere si vedono ricondotte a modelli esistenti (l’orribile “donna con le palle” è metafora eloquente). Troppo spesso rinunciano al potenziale rivoluzionario dell’autorità femminile.

Chi è arrivata al successo continua insomma a giocare in un mondo di regole maschili. Per essere legittimate dobbiamo aderire a un modello testato, quello che regge la cooptazione. 

Questo è un alibi? Potremmo agire diversamente? Qualcuna lo fa? Perde, con questo, di “femminilità”?

Ministre, giudici, rettrici, astrofisiche, direttrici creative e amministratrici delegate delle aziende italiane più importanti, tutte hanno dovuto lottare per arrivare dove sono adesso: contro gli uomini, contro i pregiudizi, contro la società; ci sono riuscite. A che prezzo?

Perché questo percorso a ostacoli? perché questo surplus di fatica?

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

 

Illustrazione di Marika Banci

1--BExhxDopo la laurea in Lettere moderne, Marika si iscrive al corso triennale di Progettazione grafica e comunicazione visiva presso l’ISIA di Urbino. Si diploma nel 2019 con una tesi di ricerca sulle riviste femministe italiane dagli anni ’70 ad oggi e la creazione di una rivista d’arte in ottica di genere dal nome “Biebuk”. Designer e illustratrice, ha dedicato alle tematiche femministe molti dei suoi ultimi progetti.

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