Il decoro e la paura. Prima storia

La notte fra il 13 e 1l 14 giugno 1988, a Roma, era tiepida e a piazza di Spagna, romanticamente semideserta, due innamorati passeggiavano tenendosi per mano. Intorno alla fontana della Barcaccia tre netturbini spazzavano il selciato e sulla scalinata più bella del mondo un paio di ragazzi suonavano la chitarra e una decina di altri si godevano la musica. Erano tutti a loro agio nello splendido salotto urbano della scalinata settecentesca su cui si affacciano le case in cui avevano abitato John Keats e Percy Bisshe Shelley. La coppia si avvicinò ai musicisti di strada e lui chiese gentilmente a uno di loro di prestargli la chitarra. Il giovane gliela diede volentieri, l’uomo si sedette e attaccò I’m On Fire. Poi, tra lo stupore e l’ammirazione dei pochi astanti increduli, netturbini compresi, suonò e cantò The River e Dancing In The Dark, quindi restituì la chitarra, ringraziò, augurò la buona notte al piccolo pubblico deliziato e se ne andò con la sua compagna. L’uomo era Bruce Springsteen. Se su quegli scalini si sedesse oggi, rischierebbe una multa fino a 400 euro.

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Sui gradini di piazza di Spagna, 1970

Il nuovo regolamento di polizia urbana di Roma ha corretto quello vecchio inasprendo divieti e sanzioni. Otto vigili stazionano in permanenza davanti alla scalinata progettata da Francesco De Sanctis per papa Benedetto XIII onde impedire a chiunque di sedersi. Per la precisione l’articolo 4 del regolamento recita: «Nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, tra cui parchi, giardini pubblici e aree verdi, a salvaguardia della sicurezza, della vivibilità e del decoro della città, è vietato (…) arrampicarsi, sdraiarsi o sedersi su monumenti», come pure «bivaccare, intendendosi per “bivacco” lo stazionare in luogo pubblico in modo scomposto e/o contrario al decoro, nonché sedersi, anche consumando cibi e/o bevande, sui beni del patrimonio storico, artistico, archeologico e monumentale (fontane e scalinate di pertinenza, reperti archeologici) e sul suolo pubblico (vie, vicoli, piazze) (…) al di fuori degli spazi all’uopo attrezzati e consentiti per la somministrazione». Per ben due volte il comma 1 dell’articolo 4 motiva il divieto in base al “decoro”.

Secondo il dizionario Treccani, “decoro” significa «Dignità che nell’aspetto, nei modi, nell’agire, è conveniente alla condizione sociale di una persona o di una categoria (…) Dignità, sostenutezza, decenza». Il decoro sarebbe dunque una rappresentazione sociale, e precisamente di una categoria degna, sostenuta e decente. Il decoro rappresenta la gente decorosa, e la gente decorosa è quella che ha decoro. Più in là di così non andiamo. Il concetto di decoro è un esempio classico di tautologia e, in effetti, le applicazioni delle norme sul decoro sono una sfida alla logica. Per esempio, il comma 2 dello stesso articolo 4 del regolamento citato non definisce indecoroso lanciare le monete nelle fontane del centro storico – celeberrima quella di Trevi – ma è invece vietato raccoglierle poiché, una volta che i turisti le abbiano gettate alle loro spalle esprimendo il desiderio, come da tradizione, queste «appartengono esclusivamente all’Amministrazione capitolina». Gettare una moneta è decoroso e lecito, raccoglierla no.

Tornando alla scalinata, il 23 settembre 2016 la maison Bulgari, celebre gioielleria con una sede storica in via dei Condotti, a un passo da piazza di Spagna, la cui attività si è allargata a beni e resort di lusso, ne ha inaugurato il restauro da essa finanziato dopo la chiusura di circa un anno. Per preservare la salute dei celebri scalini era stata avanzata anche la proposta di chiuderli durante la notta con una cancellata, ma le proteste da parte del mondo della cultura hanno fatto desistere il Comune dall’attuarla. Ma il divieto di sedersi rimane, accolto con approvazione dal presidente dell’Associazione Via Condotti, Gianni Battistoni, e dagli altri bottegai di lusso della zona.

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Il vicesindaco di Roma Luca Bergamo e la sindaca Virginia Raggi con Jean-Christophe Babin e Nicolas Bulgari, amministratore delegato e titolare della maison Bulgari, all’inaugurazione della scalinata di piazza di Spagna dopo in restauro, 23 settembre 2016

Il decoro, dunque, parrebbe una cosa per ricchi. La questione, però, è che riguarda anche le persone che del lusso non godono, nel senso non solo che subiscono le norme restrittive ma anche che spesso se ne fanno paladine. Si assiste da tempo, infatti, al proliferare di invocazioni al decoro (e ai suoi quasi sinonimi: decenza, dignità, pudore, perfino bellezza) da parte di cittadini e cittadine che nei social – oltre che negli autobus affollati, nei bar, nelle code all’ufficio postale – non fanno che additare comportamenti indecorosi e reclamare feroci e immediate sanzioni. Scorrendo le pagine facebook, per esempio, ci si imbatte in gruppi come “Cittadini non distratti. Stop borseggi a Venezia” dove, il 16 agosto scorso, fra le foto segnaletiche di presunte borseggiatrici, ne è stata pubblicata una di un uomo atterrato da una sua “vittima” durante un borseggio, seguita da un numero impressionante di commenti sull’inefficienza della polizia e inneggianti alla giustizia fai-da-te. Un vero linciaggio mediatico.

Parallelamente a quelli criminali, molti abitanti dei centri storici stigmatizzano anche i comportamenti “indecorosi” come quelli di cui parla il regolamento di polizia urbana citato sopra, tra cui l’uso di scrivere sui muri. In questo caso l’offesa al decoro è riconosciuta come distruzione della “bellezza”, e qui il discorso di fa delicato. Non v’è dubbio che i monumenti siano “belli”, ma la storia della civiltà è composta di documenti e fra i documenti, guarda caso, vi sono anche le scritte murali. Anzi, le città romane all’apice dello splendore imperiale erano coperte di scrittura, sia istituzionale, sia pubblicitaria, sia privata e molto spesso ingiuriosa, volgare, offensiva, e gli ultimi esempi che ne restano, per esempio a Pompei e a Ercolano, sono tutelatissimi. Interessante è il dibattito nei social a proposito di tag e graffiti, ritenuti antiestetici e di cui s’invoca la cancellazione (talvolta operata da gruppi di volontari), soprattutto quando ne appare misteriosamente qualcuno che potrebbe essere definito  un’“opera d’arte”.

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Banksy, graffito su una casa di Venezia, 2019

Di recente a Venezia, per esempio, il celebre e inafferrabile Banksy ha lasciato il segno del suo passaggio sul muro di un edificio in pessime condizioni e si è scatenata la bagarre fra chi giudicava l’opera “artistica”, data la fama internazionale dell’autore, e chi no, né mancavano commenti sardonici sull’improvviso aumento di valore acquistato dall’immobile dopo l’operazione, perché Banksy è celebre e, di conseguenza, vale denaro. Il “decoro” dei cittadini, dunque, viene offeso da scritte e disegni sui muri a meno che queste non siano “arte”, cioè eseguite da mano di “artista”, il quale è tale solo se produce “arte”, e via discorrendo. Il ragionamento circolare non preoccupa autori e autrici dei post, che s’accalorano nel contraddirsi e attaccarsi a vicenda. Sembra strano che tanto spreco di energia sia casuale (e di certo non è innocuo).

Che l’arte sia bella e che ciò che “è brutto” non sia arte è un concetto, tanto stantio quanto diffuso, fatto apposta per alimentare diatribe infinite e sterili, e non da oggi. Molti capolavori di Caravaggio furono considerati indecorosi dai committenti perché mostravano una realtà popolare; Artemisia Gentileschi riuscì a ottenere una commessa da una chiesa solo alla fine della sua vita perché l’opera di una donna non era consona al decoro di un luogo sacro.

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, San Matteo e l’angelo, prima versione, 1602, e Artemisia Gentileschi, Il martirio di san Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, 1636-1637, Cattedrale di Pozzuoli. Il dipinto di Caravaggio fu rifiutato a causa della sua postura (le gambe accavallate) e del fatto che l’angelo gli guida la mano nella scrittura come se Matteo fosse analfabeta.

Tutte le avanguardie artistiche le cui opere troviamo nei musei sono state accusate di produrre immagini non artistiche perché brutte e quindi indecorose (o indecorose quindi brutte). Gli undici dipinti di Jackson Pollock per vedere i quali bisogna pagare 15 euro alla biglietteria della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia sono apprezzati come capolavori, eppure, all’osservatore casuale e poco informato, possono ricordare muri scrostati e imbrattati da generazioni di tag sovrapposte. L’equazione arte = bellezza, pur priva di senso, dà la stura a una critica distorta che non solo autorizza chiunque a giudicare – il che è lecito – ma anche a riconoscere come valido solo il proprio giudizio al di là della fondatezza di quello degli altri, troppo faticoso da considerare. L’io prevale sugli altri, dunque perché studiare, confrontare, votare? Tanto gli altri hanno torto. E la conferma è ancora una volta nei social, nei post in cui non solo cittadini ma anche personalità dello Stato augurano di «marcire in galera» a persone non ancora giudicate in alcun tribunale (e nonostante la nostra Costituzione stabilisca che «le pene (…) devono tendere alla rieducazione») e ribadiscono tutti i giorni la supremazia del singolo sulla comunità e l’inevitabile, squallida solitudine che ne deriva. Il famoso motto di alcuni decenni fa, «il personale è politico» ha capovolto il suo significato, ma non è mai stato tanto vero.

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Jackson Pollock, Alchemy, 1947, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim

Nel suo libro La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, Wolf Bukowski dimostra una tesi molto interessante: «C’è una sorta di necessario lavoro propedeutico al decoro e alla sicurezza, ed è quello mirato alla cancellazione della riconoscibilità delle classi sociali». L’espressione “classi sociali” è da tempo nel mirino della politica istituzionale, sinistra compresa, perché puzza di vecchio, di quel tempo in cui indecorosi pezzenti rivendicavano un ruolo non solo paritario ma addirittura egemonico nella società; di quel Sessantotto in cui indecorosi e viziati figli di papà cantavano l’Internazionale; insomma, di quel marxismo che, a quanto pare, è ora visto come l’indecorosa malattia infantile di un centrosinistra sano e democratico. L’idea di classe è stata sostituita da quella di merito: c’è poco da protestare, il benessere non viene dall’appartenenza a una comunità ma dal distinguersi personalmente nel sacrificio, l’identità di classe deve scomparire e con essa tutto ciò che è collettivo. L’individualità trionfa: come per l’arte, io sono il centro del mondo, io decido cosa è bello e cosa no, io faccio giustizia. L’ascesa di Silvio Berlusconi, la cui politica si può riassumere nel pronome “io”, ne è la prova, e i politici di successo che l’hanno seguito, a prescindere dal colore del loro logo, l’hanno confermato. Il mondo delle tv berlusconiane, seguite a ruota da tutte le altre, hanno imposto una visione individualistica della vita e inevitabilmente conflittuale: io ho ragione, quindi tutti gli altri hanno torto, e tutti gli altri sono – questa sì – una massa, odiata come fosse una classe. L’orrido e feroce dittatore ipertecnologico del romanzo di George Orwell 1984 è diventato il titolo del più collaudato e amato format televisivo, in cui una serie di individui si fanno a pezzi a vicenda. La politica ha imparato bene la lezione: per comandare, di panem ne basta poco, ma di circenses ce ne vogliono un sacco.

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Pompei, scritte murali di propaganda elettorale e di pubblicità per combattimenti di gladiatori, circa 79 d.C. Il muro è stato distrutto nel 1944 da un bombardamento alleato.

Wolf Bokowski, più avanti, prosegue: «La teoria egemonica sulla sicurezza urbana afferma che la percezione conta più dei fatti e che il modello di ordine pubblico da preferire è quello che soddisfa la percezione anche quando questa è contraddetta dai fatti». L’appello al decoro, lungi dall’esser dovuto a senso estetico, rivela una profonda insicurezza e la paura, insieme al panem e ai circenses, è il terzo grimaldello del potere. Le nostre città, si dice, sono diventate insicure, uscire di casa è pericoloso, qualunque persona che non assomigli a me potrebbe celare propositi insani, probabilmente è un criminale, certamente lo è. Il passaggio dal possibile al probabile e quindi al certo è immediato, al di là di qualsiasi logica e delle statistiche sul crimine. Politici e accaniti vendicatori e vendicatrici da social non sembrano prendersela con i numeri, questi sì spaventosi, dei femminicidi (circa tre a settimana) e delle morti sul lavoro (circa due al giorno), del lavoro nero, della schiavitù cui sono vittime immigrati e immigrate. Preferiscono puntare il dito sui vicini di casa e su due categorie opposte di persone: i miserabili e la casta. Quest’ultima non è minimamente scossa da tale odio, in quanto il disprezzo per la politica è alimentato da una parte della classe politica e lo scopo ultimo è proprio il disvalore di ciò che è pubblico finalizzato all’abbattimento della partecipazione popolare alla democrazia. Ciò ricorda molto il racconto di Isaac Asimov Diritto di voto del 1955, in cui un computer individua l’unico elettore, selezionato fra tutta la popolazione, che si reca alle urne per eleggere il presidente. Il racconto – profetico come quasi tutta la fantascienza seria – fu scritto tre anni dopo le elezioni statunitensi in cui si usò per la prima volta il calcolatore per analizzare sondaggi ed exit poll. Asimov era evidentemente critico nei confronti dell’elaborazione digitale dei dati e ne prevedeva storture e manipolazioni. Sebbene in anni recenti si sia invocato internet come il grande livellatore che avrebbe consentito a chiunque di partecipare al dibattito e alle decisioni, superando i limiti della democrazia rappresentativa di nascita settecentesca, il risultato sembra essere stato solo il raggiungimento di quel quarto d’ora di celebrità individuale profetizzato da Andy Warhol (ma Warhol era ironico, e l’ironia nell’arte è spesso difficile da cogliere). Che la percezione venga confusa con la realtà è un problema di competenza psichiatrica, eppure oggi pare la norma. Dopo aver sgomberato – per decoro – i luoghi di fortuna in cui la gente povera trova ricetto, la si butta per strada dove i cittadini appena meno poveri, terrorizzati dall’esempio vivente di un ascensore sociale che va solo in una direzione, l’insultano e l’aggrediscono invocando il decoro; dopo aver gonfiato a dismisura il turismo come unica vocazione della Bell’Italia ci si accorge che i turisti non ricchi bivaccano indecorosamente; si grida nei social che fa tutto schifo, che si stava meglio quando si stava peggio, che è meglio comprarsi una pistola, non si sa mai, e nell’attesa mettersi una bella felpa della Polizia. I microcrimini vengono macrocriminalizzati; il disagio e la necessità di riconoscersi in un mondo standardizzato, magari firmando un muro, diventano reati. La soluzione finale è invocata come panacea.

*****

In copertina: Michelangelo Merisi da Caravaggio, Madonna dei pellegrini o di Loreto, 1604-1606, Roma, basilica di Sant’Agostino, particolare. I piedi sporchi dei pellegrini furono a lungo considerati indecorosi.

Le citazioni sono tratte da: Wolf Bukowski, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, Roma, Alegre, 2019 (i corsivi sono miei), e: Isaac Asimov, Diritto di voto (Franchise, 1955), in Galaxy, 1962.

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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