Io non sono imparziale. Il golpe di stato cileno e la morte di Salvador Allende

11 settembre 2013: per non dimenticare, per ideale passaggio di testimone, per non aver avuto cuore di dire ‘no’ alla vecchia mamma, mio figlio e mia figlia sono con me a Milano, all’Alcatraz, nel 40° anniversario del golpe di stato cileno e della morte di Salvador Allende.

Riemergono i miei ricordi di quindicenne, prepotenti immagini in bianco e nero, e ne rendo partecipi Giovanni e Azra (22 anni lui, 17 lei): il Palacio de La Moneda, sede del presidente eletto Salvador Allende, bombardato dall’aviazione militare; il presidente, in pullover ed elmetto da minatore, lo sguardo attento rivolto verso l’alto, scortato da giovani in armi (guardie del corpo del ‘Grupo de Amigos Personales’: saranno massacrate, scamperà Luis Sepúlveda, quel giorno fuori Santiago); il criminale Augusto Pinochet, faccia feroce, occhiali neri, seduto con le braccia conserte, circondato da divise senza volto, in piedi (e intanto mi perdo per le vie di Milano, ritrovo la strada grazie a Maps, installato sullo smartphone di mia figlia, riesco fortunosamente a parcheggiare l’auto). 

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Salvador Allende (a sinistra) e Augusto Pinochet (a destra)

E poi Victor Jara, le dita e la vita spezzate nell’Estadio Nacional de Chile, trasformato in campo di concentramento e luogo di tortura, la morte oscura di Pablo Neruda; l’assemblea degli studenti del mio liceo vigevanese, vibrante di grida e mozioni (iniziavo a frequentare la quinta ginnasio poche settimane dopo il golpe); l’oscena beffa del Nobel per la pace al segretario di stato statunitense Henry Kissinger (ideatore e regista dell’operazione ‘Condor’, per il controllo politico dell’America latina), pure a poche settimane dal golpe, in quello stesso anno.

Dà forza ai miei ricordi l’atmosfera dell’Alcatraz: ingresso libero (ci sono tremila persone), organizzazione in capo ai sindacati, musica popolare e militante degli Inti-Illimani Histórico (sfuggiti alla repressione perché nel 1973 si trovavano in tournée in Italia), suggestiva anche per due giovanissimi nati negli anni Novanta. E i miei ricordi si ricompongono in narrazione storica, una storia del secondo Novecento che mio figlio non ha studiato, che mia figlia non studierà, a differenza dei ‘miei’ studenti, ai quali, quando mi chiedono dove arriveremo con il programma, rispondo invariabilmente con la data – giorno, mese, anno – che corrisponde all’ultimo giorno di scuola.

La vittoria di Salvador Allende alle elezioni presidenziali avviene nel 1970, di stretta misura (poco più di un punto percentuale): Allende – dichiaratamente marxista e dichiaratamente non violento – consegue il risultato grazie al sostegno di studenti e operai, ma anche della borghesia illuminata cilena, di musicisti e intellettuali (ed ecco ritornare i nomi di Victor Jara, degli Inti-Illimani, di Pablo Neruda). 

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Victor Jara (a sinistra), Pablo Neruda (al centro), Luis Sepúlveda (a destra)

Nonostante le pressioni della CIA, il Congresso (il Parlamento) cileno ratifica la sua elezione; insediato il governo di Unidad Popular, il presidente dà inizio al proprio programma di ‘comunismo democratico’: sono nazionalizzate le miniere di rame, che rappresentano la prima fonte di ricchezza del paese, fino ad allora controllate da aziende statunitensi; l’intervento statale è esteso a grandi industrie, istituti bancari e compagnie di assicurazioni, trasporti e telecomunicazioni; è varata la riforma agraria che prevede l’espropriazione dei latifondi e la distribuzione delle terre ai campesiños; è potenziata la tutela sociale attraverso l’istruzione, l’assistenza sanitaria, il salario minimo garantito; è introdotto il divorzio, a dispetto delle potenti gerarchie cattoliche. La politica di riappropriazione delle risorse nazionali e di redistribuzione della ricchezza, nonché di promozione sociale e di sviluppo culturale, incontra l’ostilità in primis degli Stati Uniti (è allora presidente il repubblicano Richard Nixon), pesantemente penalizzati nei propri interessi economici nell’area e timorosi di perderne il controllo politico; e suscita l’avversione della borghesia finanziaria e latifondista cilena, che se ne ritiene danneggiata e che non è disposta a rinunciare ai propri privilegi.

Cresce dunque il dissenso interno, diminuisce la disponibilità di materie prime a causa dell’embargo statunitense, aumenta l’inflazione; non si ferma però l’economia, e non si ferma Salvador Allende, nonostante gli scioperi, i capitali trasferiti all’estero, le pressioni politiche. Una parte del Congresso cileno giunge a chiedere l’intervento delle forze armate contro di lui, alimentando la tesi dell’ingovernabilità del paese e dell’imminente guerra civile, per quanto il presidente, rivoluzionario non violento, si rifiuti di ricorrere all’uso della forza e della legge marziale, e neppure tenti di armare il popolo per mantenere il potere. Dopo il fallimento di un primo tentativo di golpe il 29 giugno, il secondo è portato a compimento l’11 settembre 1973, con la guida del generale dell’esercito Augusto Pinochet e la partecipazione attiva di marina, aviazione e carabineros; tempo due giorni e il militare traditore scioglierà il Congresso e abrogherà la Costituzione che avrebbe dovuto difendere.

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Il Palacio de La Moneda

All’alba di quell’11 settembre, inizia il bombardamento aereo del Palacio de La Moneda, a terra stretto d’assedio dai carri armati. Le ultime ore, otto, di Salvador Allende sono ripercorse dal grandissimo reporter Ryszard Kapuściński in un racconto (Guevara e Allende) memorabile ed emozionante: il ‘compañero presidente’ potrebbe avere salva la vita e lasciare il Paese, ma a condizione di arrendersi e rassegnare il mandato. Non accetta, in nome di un superiore senso di dignità; sceglie invece consapevolmente il destino di morte inevitabile, eletto a garante della propria integrità morale, della giustezza della propria convinzione, del carattere assoluto del proprio compito.

«Fino al giorno prima era un anziano signore dal volto stanco e preoccupato, ora grave e ora bonario, sempre vestito con sofisticata eleganza: oggi trabocca di nuove energie, di una forza e di una vitalità che lascia tutti stupefatti: spara, detta ordini, conduce la sua ultima battaglia. Le ore passano. Intorno a lui ci sono morti e feriti. Anche lui è ferito. Ma le mani si mantengono salde, la mitragliatrice non fallisce un colpo. L’esercito irrompe nel palazzo. In uno dei saloni, in mezzo al fumo e alla polvere, un uomo basso ma aitante, abbondantemente oltre la sessantina, in casco da minatore e pullover a collo alto continua a sparare fino all’ultimo: il presidente della Repubblica».

Salvador Allende ha già preso congedo dal proprio popolo con un discorso trasmesso alla radio, che lascia senza respiro:

«Viva Chile! Viva el pueblo! Vivan los trabajadores! Estas son mis últimas palabras y tengo la certeza de que mi sacrificio no será en vano, tengo la certeza de que, por lo menos, será una lección moral que castigará la felonía, la cobardía y la traición».

Nessuno sa con certezza se Allende si sia ucciso per non cadere nelle mani di Augusto Pinochet: testimonianze e referti discordano senza rimedio. Ma la responsabilità della sua morte è certo dei militari autori del golpe, che lo tradirono (e con lui tradirono il Cile) e lo ridussero a «una macchia di sangue», come dirà un altro grande presidente, Sandro Pertini.

Negli anni successivi, fino al 1990, la repressione, una macelleria latinoamericana: oltre 3.000 vittime tra morti accertati e ‘desaparecidos’ (oppositori e resistenti), circa 30.000 persone imprigionate e torturate, oltre 200.000 esuli.

Il mio racconto storico si avvia a un finale provvisorio: gli Inti-Illimani hanno già eseguito Venceremos, chiuderanno certamente con El pueblo unido, sul quale sarà impossibile dire alcunché.

Nel corso della serata, l’intervento di Roberto Toscano, nel 1973 diplomatico in servizio all’ambasciata italiana di Santiago del Cile, apre all’Italia che vorrei per i miei figli, i miei cari, le persone degne, e anche per me: la nostra sede diplomatica che diviene luogo di rifugio e protezione per centinaia di donne e uomini cileni perseguitati, il nostro paese che diviene per loro terra di accoglienza generosa e di asilo sicuro, perché mai riconoscerà il regime del criminale Augusto Pinochet, che fino alla morte sfugge alla giustizia.

Giovanni e Azra mi scortano in silenzio verso l’uscita. Prima di lasciare l’Alcatraz acquisto la ristampa di Cile libero Cile rosso, del Gaetano Liguori Idea Trio: cd di jazz militante composto nel 1973, registrato l’anno seguente, che il pianista – con Roberto Del Piano al basso elettrico e Filippo Monico alla batteria – ripropone a quarant’anni di distanza. «Il titolo lo avevo preso in prestito da alcune scritte apparse sui muri della città [Milano]. – dirà Liguori nella sua autobiografia – Scritte che mi avevano riempito il cuore di rabbia e di speranza».

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Cile libero Cile rosso

Passano altri cinque anni, eccomi all’inverno 2018: con Roberto, assisto alla proiezione di Santiago, Italia di Nanni Moretti, documentario di memoria e impegno civile, nel quale il regista dà voce agli scampati alla tortura e alla morte, attraverso una narrazione cinematografica sobria, che restituisce la tragedia che è nella storia del golpe di stato cileno e della morte di Salvador Allende, delle vittime della violenza genocidaria agita contro uomini e donne dell’opposizione democratica, non solo politica, ma anche sociale e umana, alla dittatura.

Una storia alla quale non è possibile accostarsi senza passioni, senza partecipare al dolore degli altri, senza tracciare una linea di demarcazione netta tra vittime e carnefici. L’imparzialità è fuori luogo. Come Nanni Moretti, io non sono imparziale!

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Santiago

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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