Il decoro e la paura. Seconda storia

La mia amica L. abita nel centro di Torino, in un bel palazzo d’epoca con modanature classicheggianti, targhette d’ottone lucidissime, ferri battuti e ascensore in legno pregiato, vecchiotto e un po’ cigolante. Pochi giorni fa mi ha raccontato di aver ricevuto una protesta da parte di una dirimpettaia perché, approfittando del bel tempo, si ostinava a stendere la biancheria sul balcone. E, quel che è peggio, perché sullo stendino erano appese «in bella vista» le sue mutande. Una veloce ricerca fra le conoscenti le aveva rivelato che anche altre amiche avevano lo stesso problema: a quanto pare il bucato steso è già poco decoroso per conto suo, ma le mutande sarebbero addirittura inammissibili. Questo episodio, proseguì al telefono tra l’irritato e il divertito, le aveva ricordato di quando, da ragazzetta, frammenti di chiacchiere e battutine le palesarono che, per lo stesso motivo, molte persone del vicinato conoscevano il colore delle sue mutande. Nere! Ciò era indice di una moralità, insomma, un po’ così-così. La mia amica L. non intende drammatizzare tali idiozie (né tantomeno comprarsi un’asciugatrice) e ne ipotizza l’origine in menti disagiate, affette da un malessere borghese a cavallo fra voyerismo e moralismo, sessualità malata e terrore di contagio. D’altro canto è tipico della mentalità “perbene” non lavare i panni sporchi in pubblico, e di conseguenza nemmeno stenderli. La metafora ha un suo preciso riferimento reale.

2.Rackete-Femen
La capitana Carola Rackete e una protesta di militanti Femen contro le imposizioni della moda sul corpo femminile

La pruderie popolare si scaglia contro alcuni riferimenti sessuali o, meglio, di immagini sessualizzate, ma in questo appare ben guidata. Le foto della capitana Carola Rackete mentre si recava in Procura il 19 luglio scorso, che hanno impazzato su facebook quest’estate, sono state diffuse e condannate anche da ministri e parlamentari. Mostravano una giovane donna con una maglia grigio scuro nella quale osservatori dotati di attenzione monotematica e paranoica hanno individuato lo sporgere dei capezzoli. Dunque la capitana Rackete non portava reggiseno, dunque diffondeva un chiaro segnale di disinvoltura sessuale, dunque offendeva la Magistratura (dunque era, manco a dirlo, puttana oltre che criminale). Ignoro se esistano leggi sull’intimo da indossare o evitare quando si parla con un magistrato (ne dubito); però la sessualizzazione di una foto qualunque è indice di una mente disturbata. È proprio per questo che il movimento femminista ha rigettato da decenni il reggiseno come obbligo estetico-sociale e gruppi come Femen hanno scelto di mostrare il seno come forma esplicita di lotta. Certi centimetri quadrati di pelle non sono ritenuti uguali gli altri: contro qualunque logica essi potrebbero evocare desiderio e conseguenti repressione, frustrazione, furia omicida.

Ma pareggiare il conto con le donne, che nella vita reale stanno subendo duri colpi, è semplice: basta riaprire le case chiuse, ricacciarle davanti ai fornelli, ricordare loro la naturale, decorosa funzione oblativa propria del sesso femminile. E soprattutto, fatto il bucato, non devono stendere le mutande ad asciugare in un luogo visibile. Torna alla mente la frase di Emilio Lussu: «È la storia di questo Paese, dove il vestito è democratico e repubblicano, ma la biancheria sa ancora di fascismo». Lussu non intendeva certo che le mutande fossero di destra: è ciò che celiamo sotto l’abito del decoro che dovrebbe preoccuparci. La metafora, non l’oggetto.

La buona notizia è che le mutande sono diventate un dettaglio secondario, perché ormai tutto il bucato è indecente: molti regolamenti di polizia hanno esteso il divieto di esibire i panni anche nei vecchi centri storici, come a Venezia, dove sono banditi da un numero incredibilmente alto di calli e campielli (multa fino a 500 euro). Il paesaggio urbano contempla da tempi immemorabili le corde tese sopra le vie, soprattutto per la carenza di balconi nelle abitazioni antiche. Eliminare la biancheria dalle nostre città, che godono di molte giornate di sole, le riduce a finzioni turistiche e complica la vita, come la scomparsa del commercio al minuto e la destinazione degli immobili a usi diversi, e spesso non dichiarati. La disneylandizzazione salverebbe il decoro, combatterebbe il degrado e libererebbe l’economia, ma i primi due concetti, paralleli e simmetrici, celano un totale vuoto di significato: si impone l’uno eliminando l’altro e viceversa; e il terzo, con la scomparsa del lavoro (e quindi dei residenti) dai centri storici è falso.
L’eliminazione berlusconiana dei bucati dalle vie di Genova all’epoca del G8, nel 2001, e la più recente rimozione forzata di striscioni e lenzuola durante i comizi di Matteo Salvini sono la dimostrazione che le mutande hanno un contenuto politico.

Gemendo per il decoro e ringhiando contro il degrado, la vox populi ben ammaestrata rimpiange e reclama il bel tempo che fu, l’età dell’oro della città di una volta, quando i treni arrivavano in orario e un onesto lavoratore poteva andare a rilassarsi in un bordello. Ma la mia amica L. sa bene che la sua Torino, per fare un esempio, una volta era la città dello strapotere della Fiat e dello sfruttamento razzista degli immigrati meridionali. Quella odierna ha solo eliminato la lingerie dai balconi e aggiornato la definizione di immigrato.

3.striscione salvini2
Vigili del fuoco rimuovono un lenzuolo con scritto «Salvini non sei il benvenuto» da una finestra di Brembate il 13 maggio scorso

Il decoro urbano è contraddittorio e tende alla privatizzazione del disagio. Non solo non ci si siede sui gradini, ma neppure ci si accomoda né tantomeno ci si sdraia sugli «spazi all’uopo attrezzati e consentiti» perché, sulle panchine di molte città, le amministrazioni hanno collocato braccioli onde impedire di sdraiarsi (ma la motivazione ufficiale è il maggiore comfort) e i sedili di molte fermate d’autobus, quando ci sono, hanno forma e dimensione tali da rendere a malapena possibile appoggiarvi una porzione di gluteo. A Roma la raccolta porta a porta ha liberato molte strade dalla spazzatura, non adeguatamente rimossa per cronica mancanza di personale, collocandola negli spazi privati dei cortili, dove la puzza è la stessa ma viene annusata solo dai condòmini (che se ne sentono in colpa). La pubblicità “buona” e le amministrazioni cittadine invitano a combattere l’inquinamento con costose auto elettriche, ma non adottano politiche urbanistiche radicali che potrebbero eliminare la necessità di una o più auto per famiglia. Nel frattempo la pubblicità, indisturbata, invade la città.

4.Pubblicità Venezia
Pubblicità a Venezia

Perfino la bicicletta, il veicolo più ecologico che esista, è considerata il nemico, come hanno dimostrato le svariate multe comminate a Venezia nei confronti di ciclisti rei di aver legato il loro mezzo a piazzale Roma, o di averlo condotto a mano nel centro storico. Meglio dunque arrivare a Venezia in auto, in autobus o in maxinave? Non va bene nemmeno il monopattino: un bambino di 4 anni è stato multato di 66 euro per averlo usato in piazza San Marco. Il papà, giustamente infuriato, ha pagato la multa, osservando però che a pochi metri c’erano venditori irregolari «cingalesi e bengalesi», quelli sì da perseguire: la legge del decoro prescrive che gli altri siano sempre più indecorosi di noi. Le bambine e i bambini veneziani, che hanno sempre giocato per strada nella città più sicura del mondo, hanno visto ridurre le zone in cui potersi divertire a soli quarantotto campi e campielli, e diciannove piazze in terraferma, ma esclusivamente fino agli undici anni; dopo, non si gioca più. E bisogna stare in silenzio: vietato esclamare «No, dai, non vale!» o «Adesso tocca a me!», vietato far risuonare le scarpe sul selciato giocando a campana. Vietato anche uscir di casa per conto proprio e andare dovunque se ne abbia voglia, com’è sempre stato. Cos’è successo? Un’orda di serial killer pornopedofili ha invaso la città? No. Niente. Non è mai successo niente di grave o anche solo preoccupante. Bambine e bambini, semplicemente, non rientrano nel concetto di decoro e costituiscono un attentato costante alla quiete pubblica e alla sicurezza. E i genitori oggi fanno a turno per essere in campo a sorvegliare la prole. Non v’è motivo, ma non si sa mai.

5.Per contestare la presenza di turisti...GraffitoVenezia1
Per contestare la presenza di turisti (che minacciano il decoro e aggiungono degrado) si attivano perfino alcuni writers (che minacciano il decoro e aggiungono degrado)

Il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles, durante la finale della Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool, trentanove persone furono ammazzate dalla violenza degli hooligans. In seguito a ciò il Consiglio Europeo emanò risoluzioni per contrastare la violenza negli stadi e diverse leggi italiane, fra il 1989 e il 2007, prescrissero il cosiddetto “daspo”, ovvero il “Divieto di Accedere a manifestazioni SPOrtive”. Può essere emesso sulla base di una segnalazione e non solo di una condanna penale, e da più parti si è fatto notare che infrangerebbe l’articolo 16 della nostra Costituzione, che garantisce la libertà di movimento. Ora il daspo è stato scollegato dallo sport e prescritto non solo per evitare spargimenti di sangue da parte delle tifoserie ma pure per allontanare chiunque: da chi disegni sui muri a chi faccia trasporto «senza giustificato motivo di mercanzia in grandi sacchi di plastica, borsoni o altri analoghi contenitori» o anche «appesa al corpo». Se porto per strada quello che mi pare in un borsone posso essere cacciato come un hooligan assetato di sangue (un po’ meno se sono bianco e italiano).

6.esercito ostia
L’esercito pattuglia il lungomare di Ostia contro i venditori abusivi

Perfino la prostituzione è sanzionata, ma non al fine di proteggere e liberare migliaia di schiave, bensì per il fastidio che possono arrecare alla circolazione. Non una parola, nei regolamenti, condanna la violenza sulle donne perché, secondo il pensiero neoliberista, ciò che è indecoroso sulla pubblica via non lo è in privato. Tutto è consentito purché invisibile.

La “destra presentabile”, smesso l’orbace e indossata la più pratica felpa, sgombra gli stabili occupati, demolisce i centri di accoglienza, caccia per strada migliaia di persone perseguitandole poi perché senzatetto, alimenta disagio e collera di chi vede ogni giorno presenze inaspettate e diverse. Ai mazzieri delle periferie, coccolati ed esaltati, si concede una giustizia autoreferenziale che continueranno a chiedere, nel crescente vuoto civile e culturale, finché non ne saranno vittime. Ma non è solo la destra: ormai senso del decoro e appelli alla sicurezza garantiscono consenso e hanno fatto breccia anche in molte amministrazioni di colore diverso. Il dito di tanta politica è puntato sulle mutande, sui bambini, sulla gente povera.

Perché i panni stesi sono indecorosi. I turisti non ricchi sono indecorosi. Le prostitute-schiave, i neri, i musulmani, gli immigrati, chi non è riuscito a immigrare e affoga in mare, i writers, i senzatetto, gli zingari, i vucumprà, i punkabbestia e i loro cani, i malati di mente: è tutta gente indecorosa.

Per fortuna ci siamo noi italiani. Prima gli italiani (ma solo quelli decorosi)!

 

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...