L’11 settembre 2001. Molto forte, incredibilmente vicino

L’11 settembre 2001, 19 terroristi dirottarono quattro aeroplani che si schiantarono contro le Torri Gemelle a New York, il Pentagono a Washington e solo per poco non raggiunsero anche la Casa Bianca e il Campidoglio.
Dopo l’attacco di Pearl Harbor del 1941, quella dell’11/9 fu la più inaspettata e tragica aggressione subita dagli Stati Uniti all’interno dei propri confini.

In poco meno di due ore morirono circa 3000 persone:
8.46: impatto del Volo 11 dell’American Airlines con la Torre Nord del WTC
9.01: impatto del Volo 175 della United Airlines con la Torre Sud del WTC
9.35: impatto del Volo 77 dell’American Airlines con il Pentagono
9.45: il Volo 93 della United Airlines, dirottato e diretto verso Washington, precipita in un’area disabitata della Pennsylvania.
9.50: crollo della Torre Sud del WTC.
10.10: crollo della sezione E del Pentagono.
10.29: crollo della Torre Nord del WTC.

La tragedia meglio documentata della storia si consumava sui televisori di tutto il mondo e da quel momento le cose sarebbero cambiate per ognuno/a di noi: la più grande potenza mondiale era stata messa in ginocchio da una rete di uomini, aderenti ad un’organizzazione terrorista di matrice islamica, Al-Qaida, guidata da uno sceicco, Osama Bin Laden, che aveva educato i suoi all’odio verso gli occidentali e l’America e li aveva addestrati per realizzare un’impresa che si sarebbe rivelata tragicamente epocale.

La mattina seguente ci fu già chi cominciò a percorrere la strada del complotto individuando teorie alternative a quella ufficiale che sarebbero proliferate anche dopo la pubblicazione dei risultati di una commissione parlamentare istituita ad hoc. Pier Paolo Pasolini nell’ultima intervista rilasciata a Furio Colombo prima di morire sosteneva che: «il complotto ci fa delirare perché ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità» e, in effetti, non era facile risvegliarsi il giorno dopo e credere che il sistema di difesa della più forte potenza mondiale fosse stato sconfitto da un manipolo di terroristi islamici freschi di addestramento. Entrare nel merito di ciascuna delle ipotesi complottiste non è mia intenzione, ma lo fa in modo scrupoloso e dettagliato il volume curato da Massimo Polidoro: 11/9 la cospirazione possibile grazie ai contributi di insigni filosofi, come Umberto Eco, e stimati uomini di scienza come Piergiorgio Odifreddi, Stefano Bagnasco e Andrea Ferrero. Ricorrendo a un rigoroso metodo scientifico, gli autori del volume analizzano i diversi momenti e aspetti dell’attentato agli Usa cercando di confutare le teorie sul complotto.

Quando la Storia entra prepotentemente nella nostra storia, ciascuno di noi ne conserva un frammento che, a volte, riaffiora riportandoci a quell’istante e ricordandoci com’eravamo prima. Per me sono due le sequenze che ho ancorato saldamente alla memoria: i fogli, i detriti e la nuvola di fumo nero dopo l’impatto del primo Boeing 737 con la Torre Nord e il crollo della Torre Sud. La prima immagine è la ferita che l’11/9 ha aperto; la seconda invece sta a testimoniare la fine di quelle certezze, di quella sicurezza e convinzione di pace e tranquillità che la conclusione della Guerra Fredda aveva paventato.

Vedere New York assediata dagli attacchi aerei e distrutta, insieme al Pentagono, dal precipitare di strutture che, anche se progettate per sopportare elevate temperature, non hanno retto l’impatto e le successive esplosioni, ci riporta indietro nel tempo a ciò che non abbiamo vissuto, ma ci è stato raccontato: i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. C’è poi uno scrittore, Jonathan Safran Foer, che nel suo libro: Molto forte, incredibilmente vicino, accosta sapientemente questi due drammatici eventi: la distruzione della città tedesca di Dresda tra il 13 e il 15 febbraio 1945, ad opera degli Alleati, che provocò la morte di un numero imprecisato di civili (non ci sono stime ufficiali e le versioni tra vinti e vincitori si contraddicono, pare fossero comunque intorno alle 35.000 vittime) e l’attacco dell’11/9.
Questo romanzo è stato uno dei libri selezionati e poi scelti dagli/dalle studenti che, nel Liceo Artistico in cui insegno, parteciparono tempo fa ad un Circolo dei Lettori pomeridiano. Le riflessioni emerse dalla discussione, unite al significato che il libro assunse per me in quel particolare momento, lo rendono una lettura intensa e commovente che merita di essere approfondita.
La vicenda narrata prende le mosse proprio dal crollo del WTC a seguito del quale Oskar, il bambino di nove anni protagonista, perde l’amato padre. Negli istanti precedenti alla morte, l’uomo telefona a casa, ma il figlio non ha il coraggio di rispondere sentendo dalla segreteria che si tratta del padre e custodisce segretamente il nastro con incise le sue ultime parole, non riuscendo a raccontare a nessuno quanto successo e neppure a perdonarsi. Oskar tenta continuamente di dare un senso al proprio dolore, ma all’inizio non ha né i mezzi, né la voglia per farlo. Poi accade qualcosa di apparentemente insignificante che lo scuote: il ritrovamento, nell’armadio del padre, di una busta contente una chiave e il nome del destinatario scritto sul retro: “Black”. La ricerca del proprietario della chiave, che permette a Oskar di girovagare per i cinque distretti di New York, di incontrare persone e di confrontarsi con le loro storie e il loro dolore, rappresenta il suo modo per dare un senso a ciò che sta vivendo. Tutti i personaggi del romanzo comunque devono fare i conti con il loro vuoto e ognuno sviluppa anticorpi diversi per affrontarlo: chi con i giornali e con la scrittura; chi con partenze improvvise e lunghi silenzi; chi cercando conforto con un nuovo compagno di cui non è innamorato. Il dramma personale e il tentativo di redenzione, a cui sono chiamati il giovane protagonista e i personaggio che gli ruotano attorno, diventano collettivi e si rivolgono ad un Paese ferito, ancora incredulo che cerca anch’esso un senso alla tragedia
Durante la discussione al Circolo dei Lettori, ci soffermammo molto sul finale tentando di coglierne il senso profondo. Nelle ultime pagine del libro, infatti, Oskar accosta alcuni fotogrammi relativi a uno dei momenti più tragici dell’11/9: un uomo che si lancia dai piani più alti del WTC per evitare di morire bruciato o asfissiato, ma che troverà sicuramente la morte nell’impatto con il suolo. Quello che tenta di fare il bambino è di sistemare le foto al contrario affinché l’uomo non precipiti a terra, ma si alzi in volo. Questa operazione consente a Oskar di compiere lo stesso percorso a ritroso con il pensiero ricostruendo al rovescio l’ultimo giorno di vita del padre in modo tale che alla fine l’uomo non muoia, ma sia sempre lì di fianco a lui nel letto e gli racconti la loro storia, quella del sesto distretto. Per il bambino questo salto al contrario nel tempo rappresenta la salvezza.

Chi di noi non vorrebbe riavvolgere in senso inverso il nastro dell’11/9? Farlo per cancellare una delle pagine più tristi della nostra storia non è possibile, ma possiamo salvarci come Oskar «dando una regolata alle nostre paure», così direbbe Foer, conservando e custodendo il dolore e il ricordo di quella tragedia e diventando coscienti di quello che resta pur avendolo perso.
Possiamo però fare anche altro, come suggerisce Martin Amis, uno dei più famosi scrittori inglesi contemporanei che, nel suo libro Il secondo aereo, parla di coscienza della specie. È un concetto che travalica nazionalismi, sbocchi, religioni, etnie e indica quella sensibilità che ci consente di provare il dolore della specie, la vergogna della specie e la paura della specie. Condividere questa sensibilità per trasformarla in memoria collettiva è un altro dei modi per non soccombere alle grandi tragedie, è un antidoto al vuoto e a quel Ground Zero che ora è là nel cuore di New York al posto delle Torri.

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Ground Zero

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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