Il fascismo in Italia. Dalla fase legalitaria alla dittatura

Capitolo9_indice02_VitamineMussolini è al governo ma dispone ancora di poca autonomia: in Parlamento i deputati fascisti sono solo 35, insufficienti per governare da solo, e lui è costretto a stringere alleanza con i partiti del centrodestra. Con la scusa di dare stabilità al Paese, sempre retto da governi liberali di brevissima durata, Mussolini pensa a una nuova legge elettorale. 

Intanto nelle città e nelle campagne continuano lotte sociali e le aggressioni squadriste contro esponenti socialisti, liberali e cattolici. Questo permette a Mussolini di mostrarsi agli occhi della borghesia imprenditoriale come l’unico uomo forte in grado di arginare il caos creato dal Biennio Rosso e dalle aspirazioni rivoluzionarie della Sinistra. Ma per farlo ha bisogno di un Parlamento stabile e forte.

Così fa approvare la legge Acerbo, il primo sistema elettorale italiano maggioritario e non più proporzionale: la lista che ottiene il 25% dei voti alle urne otterrà il 65% dei seggi alla Camera. Con questa nuova legge, fiducioso nella futura stabilità, su consiglio di Mussolini il Re scioglie la Camera e indice nuove elezioni per la primavera del 1924.

Alla vigilia delle elezioni le violenze squadriste raggiungono livelli mai visti prima, il clima è tesissimo. Non sono presi di mira solo socialisti, comunisti o Arditi del Popolo, ma vengono picchiati anche preti o intellettuali liberali. E la polizia non interviene. 

Alle elezioni del 1924 gli squadristi in camicia nera si presentano armati ai seggi, picchiano minacciano spaventano. E in armi presenziano allo scrutinio dei voti. 

Tra brogli e violenze, il Partito Nazionale Fascista supera il 60% dei voti e ottiene la maggioranza assoluta alla Camera. Da questo momento in poi l’opposizione parlamentare è totalmente inutile, priva di senso e di potere.

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Il 30 maggio dello stesso anno il deputato socialista Giacomo Matteotti denuncia pubblicamente in aula il clima intimidatorio in cui si sono svolte le elezioni-farsa. Pochi giorni dopo sparisce nel nulla. Il suo corpo verrà ritrovato nei mesi successivi in un bosco alla periferia di Roma. Secondo le interpretazioni più classiche e più accreditate, il mandante dell’omicidio è senza dubbio Mussolini; altre fonti sostengono però che le bande fasciste siano tanto esaltate da essere sfuggite di mano al controllo del Duce, che fa arrestare gli esecutori materiali del delitto invece di coprirli. 

Il delitto Matteotti è un terremoto politico per l’Italia abituata alla tradizione liberale. Il fascismo sta traballando, perde i consensi di liberali e democratici e rischia di cadere. L’opposizione indice la cosiddetta «secessione aventiniana»: liberali di sinistra (non giolittiani), popolari cattolici, socialisti e comunisti si ritirano dai lavori parlamentari e dichiarano che non rientreranno in aula fino a quando il governo non avrà dato dei chiarimenti sulla scomparsa di Giacomo Matteotti. Chiedono al Re di sciogliere la Camera e ripetere le elezioni controllandone la correttezza, ma il Re rifiuta. Per mesi le opposizioni sono assenti dal Parlamento, che viene lasciato tutto in mano ai fascisti. 

La strategia di Mussolini è lasciar passare tempo e aspettare che l’opinione pubblica dimentichi l’accaduto. Intanto la stampa non ne parla. Gli esecutori materiali del delitto Matteotti vengono arrestati per dare al regime una parvenza di normalità, poi non se ne sa più nulla e tutto torna a tacere. Ma è chiaro che le libertà democratiche individuali del Regno d’Italia sono finite.

Con il consenso del Re, alla fine dell’estate del 1924 Mussolini dichiara decaduti dall’incarico tutti i deputati assenti in aula dalla primavera. 

Il 3 gennaio 1925 il discorso del Duce alla Camera è chiarissimo. Assume su di sé tutta la responsabilità politica, morale e storica di quanto accaduto negli ultimi anni e si dichiara unico capo del Fascismo. Questo è il passaggio dal governo legalitario alla vera e propria dittatura fascista. 

Da questo momento in poi vengono varate delle leggi per modificare lo Stato in senso fortemente autoritario. Questi provvedimenti portano il nome di «leggi fascistissime». La prima di queste leggi trasforma il Presidente del Consiglio dei Ministri (un primo tra pari) in Capo del Governo (superiore agli altri). A gennaio del 1926 un’altra legge permette ai giornali di essere stampati solo se diretti da un uomo autorizzato dal prefetto e non sgradito al governo. Sempre nel 1926 vengono sciolti tutti i partiti e i sindacati ad eccezione di quello fascista e il diritto di sciopero è soppresso. I sindaci eletti dalla popolazione sono sostituiti con i podestà nominati dal governo. L’organo supremo del Partito e dello Stato è il Gran Consiglio del Fascismo: il Parlamento è di fatto esautorato. 

Nello stesso anno a Bologna un attentato cerca di colpire il Duce. Anteo Zamboni, un quindicenne anarchico, spara a Mussolini durante una parata, ma non riesce a colpirlo. Per il governo, questa è la scusa per rafforzare la repressione e completare le leggi fascistissime. Viene istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, incaricato dei reati contro il Duce per i quali viene reinserita la pena di morte, e istituzionalizzata la milizia, che risponde direttamente agli ordini del Partito. 

L’ultimo di questi provvedimenti è la creazione dell’OVRA, la polizia segreta la cui funzione è identificare gli antifascisti.

(Per saperne di più sull’OVRA: https://www.raiplay.it/video/2019/04/Passato-e-Presente-Ovra-la-polizia-del-regime-5e73d1ed-26fc-4414-b981-7c8876b46b51.html).

Nel 1929 Mussolini indice nuove elezioni, questa volta a lista unica: è candidato un unico partito, quello fascista, e sulla scheda è presente soltanto l’elenco dei deputati che l’elettore è chiamato non a scegliere ma a ratificare passivamente mettendo la croce su Sì o NO. Ma il meccanismo farraginoso della raccolta delle schede inibisce l’elettore che non avendo l’assoluta certezza sulla segretezza del suo voto teme di poter essere identificato dagli uomini armati presenti ai seggi.

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23 marzo 1929. Palazzo Braschi, sede della federazione fascista di Roma, alla vigilia del voto.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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