Antonia Campi, ceramista a Laveno

Viaggiando nelle località meno note d’Italia capita di avere delle piacevoli sorprese, piacevoli perché inaspettate e casuali, e questo è il bello di quando ci si muove lentamente, guardandosi intorno con curiosità. Un esempio si può trovare nella piccola località di Cerro di Laveno Mombello (VA), sul lago Maggiore, dove si visita un museo interessante dedicato a un settore industriale importantissimo nei secoli XIX- XX: la ceramica nei suoi molteplici utilizzi, dalle piastrelle ai sanitari per bagno, dalle opere artistiche ai servizi di piatti. In un bel palazzo cinquecentesco rimaneggiato successivamente, divenuto di proprietà comunale, dopo un lungo restauro fu allestita dal 1968  la “Civica raccolta di terraglia” come celebrazione della creatività e laboriosità della popolazione locale. Oggi il nome dell’esposizione è “Museo internazionale di design ceramico” e il percorso si articola in undici sale al piano nobile, affacciate sul cortile interno.

Prima di arrivare all’estro di una rara figura femminile di ceramista, dobbiamo ripercorrere la storia della fabbrica, nata nel 1856, quando tre dipendenti di una ditta milanese decisero di mettersi in proprio, dando vita alla Società ceramica Carnelli, Caspani, Ravelli e C. Scelsero Laveno sia perché avevano rapporti con illustri famiglie di commercianti locali sia perché poterono disporre del mulino dei conti Tinelli, mezzo essenziale per la lavorazione delle materie prime. I tre soci mostrarono subito capacità e volontà imprenditoriali, scegliendo di produrre la “terraglia forte”, un materiale robusto che garantiva un ottimo rapporto qualità-prezzo. L’azienda fu dotata presto dei più moderni forni e nel 1883 divenne società per azioni: la Società Ceramica Italiana. Un passo avanti fu compiuto intorno al 1916 grazie alla figura dell’ingegner Luciano Scotti che fece aumentare la produzione, ingrandire gli impianti, ma anche volle legare sempre più l’azienda al territorio facendo costruire due palazzi per i dipendenti e realizzando una colonia marina in Versilia. Intanto si apriva la rivalità con la celebre Richard Ginori, più ricercata e di qualità, affidata al genio creativo di Giò Ponti; qui il creativo fu Guido Andlovitz, seguito da Antonia Campi, subentrata nel secondo dopoguerra. La produzione si era rivolta alle ceramiche da tavola in collaborazione con la tedesca Rosenthal, agli isolatori (utilizzati in ambito ferroviario) e ai sanitari. Nel 1965 la SCI venne assorbita dalla Richard Ginori e iniziò il suo declino, fra speranze di ripresa e delusioni; un percorso ad ostacoli che arriva alla sua triste e definitiva  conclusione nel 2003.

Antonia Campi, nata a Sondrio nel 1921, aveva conseguito il diploma in scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera con Francesco Messina e nel 1947 cominciò a lavorare la ceramica a gran fuoco, entrando alla SCI come operaia addetta alla decorazione. Ben presto si mise in luce per le sue capacità e le vennero affidati incarichi sempre più prestigiosi, in un vero e proprio crescendo artistico. Dal 1950 partecipa con sue opere alle mostre internazionali più importanti: New York, Faenza, Pesaro, Messina, ricevendo premi e attestati di stima; in Germania arriva a esporre insieme a Fontana e Melotti alla mostra “Moderne Italienische Keramik”. Nel ’56 alcune sue creazioni in metallo sono segnalate al premio Compasso d’oro; fra il ’58 e il ’65 progetta sanitari sia per la SCI che per la Richard Ginori con delle serie così innovative che hanno fatto epoca. Dal 1962 prende il posto di Andlovitz e qualche anno dopo va a dirigere l’intero settore di design della Pozzi-Ginori, continuando a occuparsi della progettazione di piastrelle e sanitari. Chiusa l’esperienza dell’azienda di Laveno, diventa una disegnatrice e consulente free-lance ed esprime il suo genio con opere di vario genere: pannelli di ceramica, vere e proprie sculture, lavabi originalissimi, rubinetti, pezzi unici in micro porcellana. Molte sue creazioni sono presenti nei musei di tutto il mondo, come il Moma di New York, che espone le sue forbici e il trinciapollo Neto 334. Il Museo di Laveno le ha dedicato nel 1998 una mostra antologica e l’ha proclamata vincitrice del Premio internazionale design ceramico di Laveno-Mombello. Nel 2011 riceve  finalmente il massimo riconoscimento del settore: il Compasso d’oro alla carriera.
Sia al momento dell’apertura al pubblico del Museo, sia successivamente, il suo intervento ha guidato l’allestimento delle sale, in cui sono presenti molti suoi lavori.

In cosa è stata davvero innovativa l’arte di Antonia? Lo si apprezza nella sala n.8. Intanto nell’uso del colore: spesso ha utilizzato la bicromia per definire meglio l’interno-esterno del prodotto oppure per evidenziare dettagli sulla superficie; un esempio per tutti è il celebre Portaombrelli spaziale (1949), vero e proprio pezzo di culto nella storia del design. Un’altra caratteristica, sempre legata al colore, è la predilezione per le tonalità forti, brillanti, decise anche nel nobilitare un genere molto popolare come il souvenir per turisti, che negli anni Cinquanta-Sessanta ebbe un grande successo di pubblico e di vendite. Antonia crea piccoli oggetti originali, sceglie dettagli e scorci inediti, prospettive diverse, tratti stilizzati; anche il decoro è curato, pezzo per pezzo, con colature di diverso colore realizzate a mano o con motivi geometrici e figure astratte. Un’ulteriore particolarità che colpisce, ad esempio in una fruttiera in ceramica, è la capacità di fondere l’oggetto con la natura, per cui prende di volta in volta, secondo l’uso che se ne potrà fare, le sembianze di un gallo o di una gallina, diventerà fungo, seguirà l’andamento ondulato di una conchiglia, si coprirà di frutta e fiori.

Nelle varie sale si ammirano opere di altri artisti e ceramisti, fra cui il citato Andlovitz, Giulia Casanova Scotti, Vittorio Longobardi, Egidio Casarotti; di grande interesse il bellissimo servizio realizzato appositamente per casa Savoia, con decorazione a smalto in oro “a terzo fuoco” con lo stemma nobiliare su fondo blu di Sèvres. Particolarmente originale l’utilizzo del torchio calcografico, esposto nella sala 5, grazie al quale il disegno veniva inciso su una piastra di  rame, poi inchiostrata e ricoperta da uno strato di carta di riso; tramite l’azione meccanica l’immagine passava sull’oggetto da decorare. Se ne può ammirare il risultato finale in un curioso servizio di bicchieri da birra con vedute dei castelli italiani e scorci del lago Maggiore su disegni di Marco Costantini.
Laveno-Mombello: un angolo di Italia da scoprire, una bella storia imprenditoriale, una grande artista da conoscere e ricordare.

Antonia Campi si è spenta a Savona il 17 ottobre scorso.

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...