Editoriale. L’assurda miccia del “Dio, Patria e Famiglia”

Carissime lettrici e carissimi lettori,

Li abbiamo tristemente ascoltati e ascoltate. Era il pomeriggio del giorno della nostra ultima uscita, sabato scorso. Loro erano a piazza San Giovanni, la piazza del concertone del primo maggio e, se vogliamo, dei funerali di Enrico Berlinguer, a Roma.

Siamo rimaste e rimasti senza parole, o meglio, nell’indecisione se riportarle qui, quelle loro, per discuterne la gravità (non certo il diritto all’espressione democratica) o passare oltre, sperando che non ci siano ritorni, che il pericolo di richieste ad avere “pieni poteri” sia passato, che quella folla (perché la folla c’era) sia espressione di un rigurgito momentaneo, che infondo sia stanca e siano stanchi quegli uomini e quelle donne singolarmente, dei discorsi di odio, della continua ed esasperata spinta al rancore, alla rabbia senza senso, di pancia, contro persone ignote, sconosciute nelle loro vite.

E invece abbiamo sentito e neppure potevamo pensare di aver compreso male: “Dio, patria e famiglia”, il triunvirato, così messo insieme, alla base di qualsiasi totalitarismo. Maschere e fantocci posti, a loro insaputa, di fronte a chi ascolta per intimorire, per ripristinare l’ordine che, fuori dei panni di casa, è un termine che fa paura e che evoca mostri.

Si faccia o no richiamo a Freud e alla sua reazione (psicologia delle grandi masse) ai festeggiamenti dell’annessione dell’Austria ai tempi di Hitler, come ha detto il professor Luigi Cancrini, chiamato a dare un parere su queste parole durante una trasmissione televisiva, il fatto che rimane è l’odio indirizzato verso altre comunità. “Il mondo è pieno di paesi islamici dove non ci sono i crocifissi, dove le chiese vengono rase al suolo”, ha invitato dal palco Giorgia Meloni, una donna (se ne parlerà qui in un articolo di questa parte assurda del femminile nella Storia), una politica, una madre, una persona ancora giovane. Parole pesanti, non accettabili in democrazia, da “guerra santa”, seminate in tempi tristi dove i morti in nome di un Dio innocente di tali crimini, sono troppi e fanno sanguinare il cuore di dolore verso quelle sorelle e quei fratelli in umanità che ne sono vittime.

Il professor Cancrini è stato accusato da alcuni giornali di essere “di parte”, ma noi non crediamo che le sue parole possano essere intese in difesa di un partito politico o contro un pensiero religioso  (tra l’altro Cancrini ci ha tenuto a definirsi cristiano), ma come una pacata e nello stesso tempo decisa considerazione, un ammonimento da professionista in materia di psiche umana riguardo al rischio e alla paura di manipolazione di un pubblico plaudente durante un discorso troppo pressante e carico di odio.

Ora noi non abbiamo bisogno, in Italia, come in Europa e nel mondo, di incrementare sentimenti di odio e di xenofobia. Proprio in questi giorni, dopo un’estate bollente sotto tutti i punti di vista, è ritornato più acuto che mai il problema del caporalato.

La notizia più raccapricciante è stata quella che vede attore (cattivo attore) un uomo di 35 anni il quale minacciava nei campi con un fucile i suoi “schiavi” perché lavorassero per lui con più zelo e al licenziamento di qualcuno lo rincorreva a casa puntandogli contro l’arma. Questo a settembre, in provincia di Latina, nei terreni di Terracina, più vicino a quel mare che un giorno ha molto probabilmente portato, da sopravvissuti, quegli uomini ora sfruttati.

Un rapporto del Medu (i Medici per i diritti umani) ha contato la presenza di circa settemila braccianti arruolati dai caporali solo nella regione Puglia. Hanno trovato giovani, di media trentenni, dell’Africa Subsahariana, ma anche del nord dell’Africa, dell’Asia e dell’Europa dell’est. Se ricevono una busta paga, dove c’è, è con ore segnate di quantità molto inferiori a quelle svolte (30/35 euro per giornata lunga fino a 9 ore). Le visite mediche hanno riscontrato malattie osteomuscolari e dell’apparato digerente e molte infezioni, tutte dovute alla situazione igieniche e sanitarie in cui questi ragazzi sono costretti a vivere.

Un’altra stravaganza o singolarità (il vocabolario mi dà una sinonimo dell’altra) ci ha colpito: Il comico passato alla politica ha proposto di togliere il voto agli anziani. La proposta, ripetiamo alquanto bizzarra, andrebbe a ledere l’articolo 48 della nostra Costituzione che recita: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”. E poi continua: “Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”.

Un tempo, ma amiamo pensare che sia così anche oggi, i nonni e le nonne, le persone che hanno vissuto tanto più di noi, erano poste a insegnamento di vita, guidavano con la loro esperienza le generazioni che stavano crescendo. Non è secondo noi vero che oggi, nell’era dell’informatica, sono i ragazzi ad essere più avanti. La parte giovane della società è stata sempre, per sua natura intrinseca, la parte portante che ha introdotto il nuovo, ma ciò non significa che si debba togliere dignità alle persone, di qualsiasi età e differenza sociale siano, che non si colga da loro insegnamento di modi di vita e sarebbe un vero passo indietro.

Intanto ci arriva la notizia dal Regno unito che due bambine hanno chiesto a due grandi distributori internazionali di cibo al dettaglio, di non regalare più ai piccoli ed alle piccole clienti giocattoli di plastica: bella speranza, bell’impegno che ci insegna civiltà per un incontro intergenerazionale.

Ora una piccola storia che è una grande tragedia perché implica la morte che è l’ineluttabilità della fine della vita. Vi raccontiamo la storia di una morte violenta perpetrata nei confronti di una giovane vita di donna. Chi può immaginare che ci si possa sentire perdonati per questo? Chi può accettare come plausibile far in modo che l’accusa ricada sulla vittima? Quale donna, avvocata, può ripetere una tale accusa? Questa è la storia che appartiene a Desirèe Mariottini, uccisa un anno fa a Roma in un luogo abbandonato, lei stessa, di appena sedici anni, lasciata sola lì a morire. Qualche giorno fa una sentenza ha rimandato a giudizio chi era stato accusato di questa morte con le parole, da ascoltare con amarezza, dette da un imputato e ripetute, ci permettiamo di dire spudoratamente, dall’avvocata, parole che dicono che lei, Desirèe, non doveva stare lì…..Così la si uccide due volte, così la si rende colpevole, di essere vittima.

Tante donne, tante storie, tanti anniversari anche in questo numero della rivista. La poesia di Alda Merini ci accompagna per ricordarla a dieci anni dalla sua morte. I versi della poetessa lombarda, alla quale verrà dedicata un ponte sui Navigli, nella sua città natale, ci immergono nella sofferenza di una donna discriminata dalla vita, passata in tanta parte in manicomio, ma desiderosa di spazi immensi di luce e di aria.

Il rispetto, quello vero, la stima, indipendentemente dall’idea politica, la simpatia è ciò che si prova per Tina Anselmi, la staffetta partigiana di Castelfranco Veneto, la politica sempre coerente con sé stessa, coraggiosa, avanti coi tempi, anche rispetto alle posizioni della Chiesa (era rigorosamente cattolica praticante), rispettosa delle scelte degli elettori e delle elettrici (accolse e difese il risultato del referendum, sull’aborto).

Donna e giornalista meravigliosa è stata la siciliana Maria Grazia Cutuli che, se non fosse morta, morta di guerra, ora si troverebbe, come ci suggerisce l’autrice dell’articolo, sicuramente in Siria a testimoniare ancora l’ingiustizia dell’umanità che uccide, per rabbia di razza, di idee, di religione.

Splendide storie di donne, vere e immaginate che vivono insieme in un articolo che racconta le loro vite che ci fanno sognare, ci fanno rimanere senza respiro prese e presi dai loro volti, dalle loro menti e dai loro corpi.

Importante è leggere l’articolo su Enrico Mattei. Perché ancora la storia non ci ha dato chiarezza sull’incidente che lo ha ucciso e non abbiamo tutte le risposte sulla sua vita di dirigente, paurosamente e splendidamente in salita dopo un inizio che il padre reputava addirittura fallimentare.

Felice anniversario per Rino Gaetano, che era nato il 29 ottobre di quasi settanta anni fa. Le sue canzoni, apparenti nonsense disimpegnati, ci fanno capire che il mondo non è poi ancora così cambiato e che la sua rabbia ha ancora motivo di esistere in un corale Nunterreggae Più!

Buona lettura a tutte e tutti

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

 

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