Enrico Mattei. Lo sguardo acuto e profondo di chi vede lontano

Aver avuto all’università un docente piuttosto attempato che, da giovane, era solito ingaglioffarsi machiavellicamente nell’osteria del piccolo paese in cui abitava, ha avuto delle conseguenze: rimanere coinvolta nella storia, che raccontava all’inizio di ogni suo corso, e legata alla fotografia di un uomo, che proiettava sulla lavagna luminosa di quell’aula universitaria. Per tutto il semestre non si parlò d’altro, anche se il racconto occupò solo una lezione, e noi studenti ci davamo appuntamento per discuterne durante i pasti oppure nelle pause dallo studio in biblioteca o ancora durante i viaggi mattutini in pullman avvolti dalla nebbia lombarda, la stessa di quella sera di tanti anni prima.

Era il 27 ottobre 1962 quando un bimotore Morane Saulnier sorvolò i cieli pavesi diretto a Milano Linate da Catania trasportando il fondatore e presidente dell’Eni, Enrico Mattei, e un giornalista americano di “Time-Life”, William McHale e, intorno alle 19,30, si schiantò nei pressi del comune di Bascapé dove un giovane, che sarebbe diventato professore universitario, stava giocando a briscola con gli anziani del paese nel bar centrale. Quando la Storia incrocia la tua storia, guardare da un’altra parte non è possibile perché ne diventi testimone e raccontare è tutto quello che senti di dover fare: lo imparammo subito noi studenti quella mattina di ottobre quando il nostro percorso universitario incrociò quello del “caso Mattei”.

Com’era morto il potente e temuto presidente dell’Eni? Fu un incidente o un omicidio? E se fosse stato un omicidio, chi ne era il mandante? Queste furono le domande che molti di noi si fecero per poi cercare, leggere, informarsi, azzardare ipotesi che, nel “Paese dei complotti”, vanno a confluire quasi sempre nei poteri occulti, nei servizi segreti deviati, in teorie fantasmagoriche spesso tragicamente reali.

FOTO 1

La prima inchiesta parlamentare sull’“incidente” di Mattei, voluta dall’allora ministro della difesa Giulio Andreotti, stabilì che la causa dello schianto era da imputare ad un errore umano: una virata improvvisa e imprudente di Irnerio Bertuzzi, pluridecorato pilota della Regia Aeronautica e poi dell’Aeronautica Nazionale Italiana, insignito di tre medaglie d’argento e una di bronzo al valor militare, e della Croce di ferro di I e II classe tedesche; scelto personalmente da Mattei come comandante della sua flotta aziendale, aveva all’attivo 11.236 ore di volo di cui 625 sui Morane-Saulnier MS-760 Paris della Snam. Seguirono poi depistaggi, occultamento delle prove, insabbiamenti che resero molto difficile la vita di quegli inquirenti che volevano far luce sull’accaduto e che, solo nel 2003, riuscirono a dimostrare che il Morane Saulnier 760 era stato sabotato con una piccola carica di esplosivo. Lo scoprirono grazie alla rilevazione, da parte di un esperto di tecnologia dei metalli, di modificazioni presenti su frammenti del velivolo e degli oggetti personali di Mattei. Si determinò, quindi, che lo schianto era stato causato da un’esplosione di modesta entità nella cabina del pilota ferendolo e facendogli perdere il controllo del velivolo. C’è chi afferma, invece, sia più plausibile che lo scoppio sia avvenuto in volo dando credito alle testimonianze oculari di due contadini di Bascapé e sostenendo che la quantità di esplosivo presente sul bimotore fosse superiore rispetto a quella ipotizzata nel 2003. Se sulla dinamica dell’incidente un po’ più di chiarezza è stata fatta, sui mandanti purtroppo no e proliferano le ipotesi: dalle Sette sorelle, nome dato dallo stesso Mattei alle compagnie petrolifere che dominavano il panorama mondiale e si sentivano minacciate dalla politica dell’Eni; agli apparati deviati dello Stato; alla mafia italiana in collaborazione con quella americana.

FOTO 2

Pur condividendo il desiderio di un’unica verità sulla vicenda che animava i miei compagni, ciò che mi legò a doppio filo al “caso Mattei” fu l’immagine riprodotta dalla fotografia proiettata, ad attrarmi fu l’uomo che stava dietro al caso. Enrico Mattei era nato in provincia di Pesaro-Urbino in una famiglia piuttosto modesta e fu indirizzato agli studi tecnici dal padre carabiniere che, non vedendo particolari attitudini del figlio per lo studio, lo avviò all’attività lavorativa in una fabbrica di prodotti chimici: Enrico Mattei vi entrò a 16 anni come fattorino e a 20 anni ne divenne il direttore. Si trasferì a Milano, esercitando prima la professione di agente di commercio, sempre nel settore chimico, per la Max Mayer e poi, a trent’anni, si mise in proprio, fondando un’azienda che inizialmente aveva solo due operai, ma finì poi per diventare fornitrice delle forze armate italiane. Aderì alla Resistenza nel 1943 e scelse come nome di battaglia “Marconi”, dopo una passata simpatia per il fascismo. All’inizio fu attivo nelle Marche, dove fece parte del locale Cln rappresentando i “bianchi” o “guelfi”, cioè l’area cattolica. Quando le Ss si misero sulle sue tracce, ritornò a Milano, dove strinse amicizie importanti con i capi politici della Resistenza fra cui Luigi Longo, e venne inviato nell’Oltrepò Pavese, dove comandò formazioni partigiane dimostrando ottime capacità organizzative e strategiche. Assunse anche posizioni di rilievo all’interno del Clnai tanto che sfilò accanto ai capi della Resistenza milanese (Pertini, Longo, Sereni) durante la manifestazione organizzata a Milano per celebrare la Liberazione. Ci si aspettava per lui un riconoscimento con una nomina di prestigio in qualche ente o un incarico politico strategico, ma venne posto alla guida di un ente destinato alla liquidazione: l’Agip. Mattei però convinse le autorità politiche dell’epoca ad accantonare quel proposito, spingendole verso il rilancio dell’Agip in cui lui credeva sia per il sopraffino fiuto imprenditoriale che lo contraddistingueva, sia per le informazioni incoraggianti che gli venivano dal lodigiano dove, nel 1944, nei pressi di Caviaga, alle porte di Lodi, un pozzo esplorativo aveva provato la presenza di gas metano. Superando l’ostruzionismo politico, sia di sinistra che democristiano, Mattei risollevò le sorti dell’Agip e nel 1953 fondò l’Eni. Era consapevole sia delle enormi potenzialità economiche del metano, che nessuno comprendeva quanto lui, sia dell’importanza dell’estrazione nazionale del petrolio dopo che, nel 1949, era sgorgato in quantità non entusiasmanti dal pozzo n.1 di Cortemaggiore. Raggiungere l’autosufficienza energetica nazionale era il suo grande sogno e lo perseguì anche in modo spregiudicato utilizzando la politica “come se fosse un taxi”, come diceva lui, e cioè pagando la corsa per andare da A a B per poi scendere dalla vettura. Collegata a questo sogno, c’era anche la famosa “formula Mattei” che prevedeva che ai Paesi produttori di idrocarburi spettasse la percentuale maggiore di utili in modo che la spartizione fosse più equa. Questo lo mise in contatto con la Libia, l’Algeria, la Tunisia, il Marocco e addirittura con l’Iran e l’Egitto, mettendo in discussione l’egemonia delle Sette sorelle che si sentirono minacciate a tal punto da creare un fronte d’opposizione alla diffusione dell’Eni in Africa ed Europa.

Mattei era però un “cane a sei zampe”, come il logo dell’azienda che aveva resuscitato, e non si fece intimorire, anzi continuò la sua scalata avvalendosi anche di organi di stampa di cui fu il fondatore, fra cui il quotidiano milanese “Il Giorno”; e potenziando il settore comunicativo della sua azienda attraverso il lavoro di due agenzie stampa e di numerosi uffici di rappresentanza. Seppe inoltre sfruttare al meglio la sua esperienza partigiana per creare una rete di informatori che gli consentirono sia di attaccare al momento opportuno che di parare i colpi quando veniva messo all’angolo. Sapeva di essere molto esposto e per questo scelse per sé e per la moglie, la ballerina austriaca Greta Paulas, una vita appartata e solitaria in un albergo romano di cui occupava un piano; e si faceva guardare le spalle da un fidato compagno della brigata partigiana che aveva comandato.

Su di lui è stato detto e scritto molto: ebbe detrattori ed adulatori; sinceri ammiratori e dissacranti critici. Lui si definiva un “commesso dello Stato” per il quale ogni tre anni ci voleva una conferma da Roma, ma soprattutto diceva di sé: «Io sono puntualissimo, non per vizio, ma per necessità» e lo fu purtroppo anche la sera del 27 ottobre.

FOTO 3.fotografia corso universitario

Alla fine di quel corso universitario chiesi al professore informazioni sulla fotografia di Mattei che aveva proiettato durante la prima lezione e lui me la diede, non prima di avermi interrogato sul motivo di tanto interesse. Io gli risposi che ciò che mi aveva colpito nel profondo, e che ancora mi lega alla vicenda, erano gli occhi di quell’uomo che sapevano guardare più lontano degli altri e proprio per questo a me erano sembrati profondamente soli e, forse, riguardando adesso quella foto, ancora di più oggi che allora.

In copertina. Enrico Mattei: le ultime ore in Sicilia

 

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...