«Persi le forze mie, persi l’ingegno». La morte di Pier Paolo Pasolini

«Persi le forze mie, persi l’ingegno / che la morte m’è venuta a visitare / e leva le gambe tue da questo regno! Persi le forze mie, persi l’ingegno». Giovanna Marini, grande studiosa e appassionata interprete della tradizione musicale popolare, conobbe Pier Paolo Pasolini in anni lontani, nel 1958, e a lui dedicò, nel 1979, Il lamento per la morte di Pasolini, scandito con la narrazione di ora in ora tipica del racconto popolare della Passione di Cristo: «Le undici, le volte che l’ho visto … le undici e un quarto, mi sento ferito … le undici e mezza, mi sento morire … mezzanotte, m’ho da confessare …».
La morte di Pier Paolo Pasolini, nella notte del 2 novembre 1975, è un delitto italiano (è il titolo di un bel film di Marco Tullio Giordana) mai risolto. Il corpo del poeta – uno come «ne nascono tre o quattro soltanto, in un secolo», dirà Alberto Moravia ai suoi funerali – è rinvenuto in una zona popolare e degradata di Ostia, l’Idroscalo.

Immagini in bianco e nero, il servizio Rai andato in onda quel giorno:

  • In questo punto, esattamente in questo punto, dove ci sono delle macchie di sangue nascoste da un po’ di terra, è stato scoperto il corpo di Pier Paolo Pasolini, questa mattina alla periferia di Ostia. La signora Maria Lollobrigida è stata la prima a scoprire il corpo.
  • Il corpo, sì.
  • A che ora?
  • Eh, alle sei e mezzo. Mentre scendevo con la macchina ho detto: ma tu guarda, gettano sempre i rifiuti in mezzo alla strada. Io gentilmente venivo a raccoglierla per buttarla. So’ arrivata a quel punto lì del barattolo. Ho detto: non è un’immondizia, è un cadavere!
Foto 1
Fotogramma da I magi randagi, di Sergio Citti (1996): omaggio del regista all’amico, con un particolare del luogo in cui fu assassinato

Il lenzuolo bianco disteso sul corpo presenta grandi macchie scure, all’altezza delle gambe e della testa; infine viene sollevato: «Pasolini ha il volto irriconoscibile, i capelli duri per il sangue rappreso. La maglietta è sollevata e scopre l’ombelico. Il lenzuolo è completamente imbrattato. Tutto il corpo di Pasolini è una macchia scura impastata di sangue» (così Carlo Lucarelli, che a questo Mistero d’Italia ha dedicato pagine illuminanti). Non è stato, non può essere stato, il diciassettenne Giuseppe (Pino) Pelosi a ridurlo così, a dispetto della confessione rilasciata al compagno di cella dopo essere stato fermato quella stessa notte per il furto dell’Alfa 2000 GT del poeta, scrittore, regista. Pasolini – scrive ancora Carlo Lucarelli – «È stato massacrato come difficilmente si può immaginare. È coperto di sangue, ha ecchimosi sulla testa, sulle spalle, sul dorso e sull’addome, ha fratture sulle falangi della mano sinistra e dieci costole spezzate. Ha profonde escoriazioni al volto e il naso schiacciato verso sinistra. È stato massacrato, con una ferocia impensabile». Pino Pelosi (noto nell’ambiente della prostituzione maschile, con piccoli precedenti per furto) conferma più volte la propria confessione: ha ucciso lui Pier Paolo Pasolini, che lo aveva avvicinato e portato all’Idroscalo di Ostia per avere un rapporto sessuale a pagamento, dopo un violento scontro fisico. Il colpevole, un ‘ragazzo di vita’ minorenne, ha confessato: il caso è chiuso. Il 26 aprile 1976 il giovane è condannato in primo grado per «omicidio volontario in concorso con ignoti»; il 4 dicembre dello stesso anno, la Corte d’appello conferma la condanna, ritenendo però «estremamente improbabile […] che Pelosi possa avere avuto uno o più complici».

Eppure troppi elementi – che Carlo Lucarelli ricostruisce con filologica precisione contraddicono questa tesi. Negli ultimi anni della sua vita, prima della morte avvenuta nel 2017, Pino Pelosi rivela, non senza ambiguità e contraddizioni, quello che gli avvocati di parte civile e quanti diffidano delle verità di Stato, semplici e accomodanti, sanno da sempre. Non era solo, forse neppure ha preso parte al delitto, di cui tuttavia si è assunto la responsabilità perché minacciato dagli esecutori materiali. La scomparsa di Pelosi, e quella dei probabili autori dell’omicidio, rende pressoché impossibile la ricostruzione certa delle sue cause e soprattutto l’individuazione dei possibili mandanti.

Chi ha ucciso Pier Paolo Pasolini? E perché? Il base alla verità giudiziaria – mai smentita, nonostante l’indagine sia stata riaperta più volte – il poeta è stato assassinato da Pino Pelosi, in seguito a una lite durante un rapporto sessuale mercenario. In base a quanto ha lasciato trasparire lo stesso Pelosi, è stato ucciso da un gruppo di ragazzi di borgata, appartenenti all’estrema destra e coinvolti nel traffico di stupefacenti, che volevano dare una lezione, massacrandolo con ferocia, a un intellettuale «frocio e comunista». Eppure, come sostengono gli avvocati di parte civile Guido Calvi e Nino Marazzita, la fine del poeta assume una connotazione squisitamente ‘politica’: poco meno di un anno prima di quel 2 novembre 1975, sulle colonne del «Corriere della sera» Pasolini aveva pubblicato uno dei suoi scritti più inquietanti: Io so.

«Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti».

Pier Paolo Pasolini sapeva, indagava, scriveva: il suo assassinio, nell’Italia dei misteri irrisolti, amaramente, non sorprende.

Più volte il poeta aveva prefigurato la propria morte, avvenuta in modo altro e crudele. Non ripiegato su sé stesso, come Carlo in Petrolio (romanzo incompiuto e profetico), in un giorno grigio, sul terrazzo di una casa romana; non caduto nella luce della primavera lungo un viale di tigli di Trieste o Udine, come in Il giorno della mia morte (Il di da la me muart, struggente lirica nell’amato dialetto materno di Casarsa). Pier Paolo Pasolini muore massacrato una notte di novembre sulla spiaggia di Ostia, è lasciato «solo a morire lì vicino al mare» (così Giovanna Marini).

Muoiono sole, in una discarica tra i rifiuti, le marionette protagoniste di Che cosa sono le nuvole?, episodio da Capriccio all’italiana (1967), dopo essere state fatte a pezzi da un pubblico grossolano e volgare. Nel corto pasoliniano, il teatro di marionette – in cui si muovono Otello e Jago (Ninetto Davoli e Totò: straordinari) è metafora del mondo, nel quale l’essere umano è marionetta di sé stesso. La società, che costringe a un ruolo prestabilito, è l’inferno, il mondo è il paradiso: ma noi umani non lo sappiamo finché siamo vivi, perché siamo vivi.

La vita è sogno, solo la morte dà senso alla vita, perché svela (quando si spalancano gli occhi l’ultima volta, appena prima di chiuderli, appena il tempo di veder correre le nuvole in cielo) la «straziante meravigliosa bellezza del creato».

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

 

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