In ricordo di Vera Michelin Salomon

Alle donne del III braccio di Regina Coeli
Carla Angelini  – Sara Cacciamo – Enrica Filippini Lera – Eleonora Lavagnino  – Ines Neppi – Liliana Possenti – Lina Trozzi e le altre

In via della Lungara, verso S. Pietro, fra il fiume e gli alberi delle ultime propaggini del Gianicolo, vigilato dall’alto dal monumento di Garibaldi c’è un luogo di sofferenza e di intimidazione: il giallo edificio del Carcere di Regina Coeli.
L’interno, dietro la brutta facciata e il reparto uffici, è fatto tradizionalmente a crociera, con una prima rotonda centrale verso la quale confluiscono quattro lunghe strutture dette bracci, su tre piani, con passaggi che ne uniscono i ballatoi prospicienti ai due lati. E’
 ora un luogo di detenzione per uomini in attesa di giudizio, ma durante i lunghi mesi di occupazione tedesca di Roma uno dei bracci, il terzo, era stato requisito e gestito direttamente dalla polizia tedesca e dalla Gestapo.
Alcune celle al primo piano erano riservate alle donne.
Donne e uomini venivano rinchiusi a Regina Coeli, taluni dopo un periodo di detenzione nel carcere di Via Tasso sede dell’Aussen Kommando (“Polizia di sicurezza” e ora Museo della Liberazione di Roma), altri direttamente dopo
l’arresto. Le ragioni di queste differenze non si conoscono. Penso che anche il costringere i congiunti degli arrestati a un pellegrinaggio pieno di ansia fra le sedi delle varie polizie potesse far parte della tecnica di gestione intimidatoria del potere nazista. Del passaggio di queste donne e di questi uomini prigionieri non si è trovata una documentazione completa da cui ricavare una scheda per ricostruirne i percorsi di pena, di deportazione o di morte. Quello che si è salvato è custodito negli archivi del Museo della Liberazione di Roma.
Io ho appartenuto, per un paio di mesi, al piccolo gruppo di donne prigioniere nel terzo braccio di Regina Coeli. Vi sono giunta alla fine del febbraio 1944 dopo una permanenza di circa una settimana nell’unica cella riservata alle donne di Via Tasso.
L’arrivo a Regina Coeli, dopo il buio dell’altra prigione, mi ha dato quasi la vertigine. Non saprei nemmeno dire da che porta sia entrata, perché non avevo né il desiderio né la possibilità di guardarmi in giro. La parola tedesca “Los! Los!”, che ha perseguitato tutti i detenuti in mano tedesca, faceva il mio passo più veloce in quel luogo sconosciuto e pieno di suoni che me lo rendevano ostile. Era un rumore diffuso fatto di ordini e di parole, un misto di richiami lanciati da una cella all’altra, di mormorii e lamenti e anche, a tratti, di canti.
Questo rumore continuo si sarebbe poi interrotto nel momento più tragico, quello del 24 marzo 1944, data della selezione per le Fosse Ardeatine, per essere sostituito da un silenzio assoluto, lacerato solo da disperati pianti di donna.
Le donne occupavano alcune celle del primo piano, dove erano costrette in tre e anche in quattro: fra le brande rimaneva libero solo un passaggio per una persona alla volta. Erano e sono tuttora piccole stanze con le finestre a bocca di lupo, tali che, per vedere un pezzetto di cielo bisogna arrampicarsi sulle sbarre. Le brande di ferro brulicavano di cimici. Si vedevano quei disgustosi insetti anche lungo i muri ed erano così tanti che qualche volta avemmo il permesso di passare una carta incendiata per bruciarne un po’.
La luce rimaneva sempre accesa.
Ci sentivamo umiliate e offese con indosso i vestiti e la biancheria con cui eravamo state arrestate. Qualcosa poteva arrivare da fuori, nei famosi pacchi che ci venivano consegnati violati dalla censura.
Cito da una lettera dal carcere al padre della mia amica quasi sorella, compagna di prigionia e di deportazione Enrica Filippini Lera: “…i pacchi si portano alla ruota di Via della Lungara. Anche i libri si possono mandare. Per me occorre: sottana, maglia e panciera pulita, le puoi trovare (sono sporche però quindi prega qualcuno di lavarle) dentro il mio armadietto verde, […] la maglia è quella pesante senza maniche, ha un bordo di cotone perlé. Mi servirebbe pure una camicetta pulita, infine due asciugamani”.
Fra noi parlavamo poco, non ci raccontavamo quasi nulla del passato né soprattutto delle circostanze del nostro arresto. Non saprei dire se per il timore di rivelare cose che ci avrebbero potuto danneggiare o per discrezione o per non piangere. La mia compagna di cella si chiamava Liliana e apparteneva certamente alla buona borghesia, era gentile e mi proteggeva, forse perché doveva avere qualche anno più di me o perché io dimostravo meno della mia età, anche se avevo già compiuto i vent’anni. Qualche volta cantavo, avevo una bella voce e conoscevo le canzoni di montagna, e con questa mia voce feci breccia in una solitudine maschile, tanto che mi arrivò, portato da uno scopino, un biglietto di uno sconosciuto prigioniero, da una cella del secondo piano, che mi salutava con simpatia raccontandomi qualcosa di sé che però non ricordo. Ricordo però che mi fece sorridere.
Una notte, mentre cercavo di dormire e contemporaneamente di difendermi dalle punture delle maledette cimici, sentendo un peso sul letto, aprii gli occhi e vidi un soldato di guardia del terzo che ai miei occhi giovani mi sembrava un vecchio, seduto e che provava ad accarezzarmi. Mi drizzai a sedere e mi vennero le lacrime agli occhi, fu forse l’unica volta che ebbi pietà di me stessa. Non so se fu per la mia muta e miserevole espressione di rimprovero o forse, più verosimilmente, per paura di una punizione, il soldato si alzò e se ne andò. 
Dicevo che eravamo infelici e umiliate. Il massimo di questa umiliazione era dover andare nel cosiddetto bagno del braccio. Si bussava e ci aprivano la porta della cella e potevamo raggiungere il luogo più disgustoso che io abbia mai incontrato, un vero cesso. Ricordo una pietra con dei buchi come lavandino e l’acqua sempre scarsa che defluiva in un canale dove si facevano i bisogni. E tutto puzzava.
Cito sempre dalle lettere di Enrica:
”…la mattina mi sveglio molto presto: alle cinque e mezzo già comincia il caratteristico andirivieni degli “scopini”. Alle sette, turno alla cosiddetta toilette, poi colazione, pulizia della cella e della propria roba. Dopo si legge, si scrive fino all’ora di pranzo (io studio) che oscilla tra le dodici e le tredici, poi riposo e di nuovo lettura, chiacchiere fino alla cena, ore diciannove, e dopo altre chiacchiere a letto. E finalmente un po’ di solitudine con i propri pensieri.”

(Enrica Filippini Lera, Maria Lea Cavarra “…i fiori di lillà quel giornouna storia piccola”, Edizioni Nuovagrafica, Carpi 1995)

Di quei due mesi nel carcere romano, in attesa di essere portata in Germania per aver dato dei volantini contro l’occupante nazista, non ricordo molto. Il ricordo più persistente e angoscioso è quello della selezione per la strage delle Ardeatine, dove è stato ucciso il nostro amico e compagno Paolo Petrucci, arrestato con noi… Ricordo lo scalpiccìo, i nomi urlati dalle SS, il silenzio di tomba mentre i chiamati venivano ammassati al pianterreno e il pianto delle donne. Si seppe la sera stessa che erano stati tutti uccisi. Il giorno dopo ci fu una messa nella rotonda e poi tutto cambiò. Se prima le donne potevano qualche volta uscire e scendere dove i soldati di guardia stavano attorno a un fuoco e farsi scaldare un po’ d’acqua, dopo non fu più possibile: la disciplina si fece più rigida e l’ostilità dei detenuti verso le guardie (appartenevano a corpi di polizia della Wehrmacht) diventò più palpabile.
Alla fine di aprile lasciai Regina Coeli, insieme alla mia amica carissima Enrica e a una decina di altre donne, per salire su un camion e poi su un treno verso Dachau, e poi, per alcune di noi, ci fu la prigione di Aichach. Fu l’ultimo trasporto di prigionieri che partì da Roma. 
Al ritorno non andai subito a Roma e non rividi nessuna delle mie compagne di prigionia in questo carcere, tranne Nora Lavagnino, avvocata, che era stata in cella con Enrica e che rimase nostra amica fino a che un cancro se la portò via. Fu lei che raccolse i nostri documenti e li consegnò alla giustizia alleata, che processò e giustiziò il funzionario interprete delle SS Scarpato.
Sono tornata a Regina Coeli per una commemorazione. Mi hanno permesso di affacciarmi in quello che era il terzo braccio: è stato tutto ripulito, mi pare sia anche monumento nazionale, ma continua a essere usato per i detenuti in attesa di giudizio. Non mi sembra che abbiano messo una lapide che ricordi il passaggio fra quelle mura di tanti personaggi della storia della Resistenza.
Ora spesso percorro la piccola deliziosa Via S. Francesco di Sales, dalla quale si vedono le finestre di Regina Coeli: è un angolo di quiete (ma per quanto ancora?) nel quartiere rumoroso, notte e giorno. Questa stradina ospita luoghi della memoria femminile, come la Casa Internazionale delle Donne e la Casa della Memoria e della Storia, che è dedicata alla memoria del ‘900 di tutti, uomini e donne, specialmente su fascismo, Resistenza e Costituzione, dato il profilo delle associazioni che vi hanno sede. Se venisse fatto un censimento di genere fra chi ci lavora e chi ne frequenta le manifestazioni, si potrebbe anche constatare che le donne sono in stragrande maggioranza.
Non sarà perché coltivare la memoria e raccontarla è un lavoro faticoso, senza molti onori, fatto più di ombre che di certezze e a questo carico le donne sono avvezze per un addestramento lungo i secoli?

Tratto da: Vera Michelin Salomon in Roma. Percorsi di genere femminile, Iacobelli editore

 

Articolo di Maria Pia Ercolini

D8BjAyQLLaureata in Lettere e in Storia e Società a Roma, insegna Geografia e coordina progetti di didattica di genere. È fondatrice e presidente nazionale dell’associazione Toponomastica femminile. Ha pubblicato le guide turistico-culturali Roma. Percorsi di genere femminile, e curato i volumi Sulle vie della parità e Strade maestre e coordina la collana Le guide di Toponomastica femminile.

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