Editoriale. “Io so”. In morte di un poeta

Carissime lettrici e carissimi lettori,

ci arroghiamo il diritto di ripetere il titolo che Pier Paolo Pasolini dette al suo articolo circa un anno prima della sua barbara uccisione (il 2 novembre del 1975), avvenuta nella zona dell’Idroscalo di Ostia, il mare più vicino a Roma. “Io so”: questa affermazione potrebbe essere la condanna a morte dello scrittore, un delitto di Stato ancora non risolto, dopo quasi mezzo secolo.

Nella sua ultima intervista, intitolata da lui stesso con l’inquietante messaggio “siamo tutti in pericolo” (l’intervista fu data a Furio Colombo il 1 novembre  del 1975, dunque proprio un giorno prima, praticamente la mattina stessa della sua morte), Pasolini parla di soggiogati e soggiogatori, di un sistema di potere che ci invia messaggi pericolosi, di un tipo di educazione che non indica la via della libertà, ma solo la voglia di potere, di desiderio incontrollato di sostituirsi a chi comanda in una sfrenata voglia di possedere le cose e le situazioni che sono di chi il potere ce l’ha . “…So che battendo sullo stesso chiodo può crollare l’intera casa – risponde il poeta e regista, senza adoperare mezze misure, come suo solito – …. Il rifiuto è sempre un gesto essenziale – continua. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo punto o quel punto, assurdo, non di buon senso”. Ecco la forza di Pier Paolo Pasolini, ma anche la sua debolezza, quella che lo ha esposto alla “vendetta”, alla decisione e al verdetto per la sua eliminazione, di una persona che non voleva tacere, quando sapeva.

Mentre prepariamo questo editoriale ci colpisce e ci fa avvilire, e anche questa volta sono sicura che tutte e tutti siete d’accordo, il brutto (pessimo, direi) scenario andato in atto nei palazzi del governo all’inizio di questa settimana. É accaduto in seguito alla proposta della senatrice Liliana Segre di istituire una commissione di controllo contro non solo l’antisemitismo, ma anche il razzismo e la xenofobia, insomma si potrebbe dire contro l’odio, un brutto sentimento al quale purtroppo siamo stati abituati ultimamente (anche nei comizi recenti dei quali abbiamo già lungamente parlato nell’ultimo editoriale) a vederne anche l’effetto di affascinazione!

Abbiamo visto, attraverso le riprese di un ignoto cellulare che, dopo la votazione e l’approvazione della proposta, i rappresentanti e le rappresentanti dell’intera destra si sono astenute/ia  nessun senatore e nessuna senatrice, appartenenti a quella coalizione, si è alzato/a per applaudire. I social ci hanno trasmesso un’immagine squallida e davvero avvilente del comportamento delle nostre istituzioni che dovrebbero indicare rispetto reciproco anche là dove non ci sia accordo ideologico. Invece è purtroppo stata una diretta dimostrazione di quel clima di risentimento e di odio nel quale si è vissuti e si continua a vivere in Italia e non solo in un periodo che si sta facendo troppo lungo.

Mi permetto di dire che l’avvenimento sarebbe dovuto essere partecipato, che si doveva l’applauso anche in segno di rispetto: per la condizione a cui si collega la persona in questione, per la sua età anagrafica e, credo non ultimo, per il fatto che, d’accordo o no, il fine della proposta era ed è espressamente di pace. Chi ha parlato, rispetto alla richiesta della senatrice Segre, di proposta “limitativa per la libertà di pensiero” non tiene conto che solo nell’ultimo anno, e unicamente riguardo alla senatrice Segre, e per quel che riguarda ciò che è passato nei social, sono stati ricevuti dalla senatrice una mole di ben duecento messaggi al giorno a chiaro carattere antisemita. Si aggiunga che in Italia, sempre nell’ultimo anno, le espressioni di carattere xenofobo e di odio (spesso seguite da comportamenti attivi) sono aumentate del ben sedici per cento. Si è parlato di “incitamento e galvanizzazione all’odio del proprio elettorato” e ciò ci trova nettamente in accordo, stando così le cose, come abbiamo visto e detto. Quella di Liliana Segre è purtroppo una presa d’atto di uno stato presente in cui si celebra quotidianamente la radicalizzazione di atteggiamenti estremi, che dovrebbero essere impensabili dopo meno di un secolo da ciò che è successo in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Davvero al di là delle nostre convinzioni politiche dobbiamo essere fieri e fiere e alzarci ad applaudire una donna che dice: “Insultare il prossimo è davvero uno spreco di energia vitale”. Noi vogliamo conservare le energie per costruire positività!

Un’altra donna, che se ne è appena andata via da questa vita, Vera Michelin Salamon, ci ricorda la forza dei messaggi di pace nonostante abbia subito, e da giovanissima, violenza e odio. Qui la ricordiamo con un suo scritto appassionato, di ricordo della sua prigionia a Regina Coeli, a via della Lungara, una strada romana legata per tanti versi al fare delle donne.

Una grande donna del cinema italiano, Monica Vitti, domani compie ottantotto anni e noi di Vitaminevaganti.com con un articolo a lei dedicato le inviamo gli auguri più sentiti. La sua salute è malferma, ma la sua storia è e rimane un racconto bello dell’arte cinematografica, una testimonianza di come siamo stati, un’indimenticabile icona guidata da firme importanti come Antonioni, Monicelli, Scola. É La ragazza con la pistola ma anche la protagonista di Deserto rosso, ha in sé la vena comica e la capacità di rappresentare la tragedia dell’incomunicabilità.

Ma ricordate, chi di voi non è più molto giovane, quando tante italiane e tanti italiani si sono conquistati la licenza di quinta elementare con l’aiuto della televisione? Allora vi verrà alla mente il maestro Alberto Manzi, il suo viso colto e sorridente, i suoi modi gentili e soprattutto la sua rivoluzione, che gli è costata cara, come a tutti i rivoluzionari che sono tali davvero, quella rivoluzione della giustizia del porsi dalla parte dei più deboli, di portarli avanti, verso una vita non identica a quella dei padroni contestati, proprio nel senso che intendeva Pasolini.

Di donne si parla ancora. Iniziando da un articolo “sull’égalité” che, come corso scolastico/universitario di educazione di genere , quindi di educazione al rispetto reciproco, sarebbe da auspicare presente non esclusivamente (anzi) nelle facoltà e nei corsi di studio cosiddetti umanistici, ma in Architettura, in Medicina e in Fisica come non meno in Ingegneria e in Diritto.

Vandana Shiva, alla quale la nostra redazione augura con un articolo un buon compleanno (il 5 novembre) è conosciuta per il suo porsi da sempre dalla parte degli ultimi e per spingere, soprattutto i contadini, ad agire per il benessere del pianeta che è di tutti e tutte noi e sarà delle nostre figlie e dei nostri figli che lo daranno a loro volta in eredità alle generazioni future.

Si parlerà di donne nell’arte con un primo di una serie di articoli su questo argomento. Qui cominciamo leggendone uno sulle artiste in tempo di guerra, ma in particolare l’autrice ci porta in un interessante quanto simpatico viaggio nel mondo delle cartoline che, al tempo della prima Grande guerra sono veicolo di informazione e propaganda: un mezzo utile, con il loro spazio limitato, in mano a chi spesso aveva pochissima o nessuna dimestichezza con la scrittura.

Sono nate tante polemiche sugli articoli scritti riguardo al primo viaggio spaziale tutto al femminile. Alcuni media ne hanno fatto una questione di solitudine di genere come se, quando ad andare in orbita erano e sono equipaggi unicamente al maschile se ne sottolineasse la stessa “solitudine” quasi a dire che due donne “sole” nello spazio andrebbero incontro a pericoli certi: per cosa? Causati da chi? Davvero da stupirsi.

La storia di un indumento femminile chiude la nostra piacevole “conversazione” con voi: è la storia del reggiseno che troverete in un articolo, dai primordi ai giorni nostri, quando non diviene più un capo obbligatorio non solo in senso estetico. Emblematico l‘esempio mediatico, diventato purtroppo “virale”, di Carola Rakete sulla quale, oltre agli orribili insulti a lei rivolti, si è notata, con sguardi indiscreti e per noi imbarazzanti, la presenza o meno dell’oggetto giudicato simbolo di pudicizia e buone maniere. Evviva!…

Buona lettura a tutte e a tutti

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

 

Un commento

  1. Ciao cra amica Giusi leggo sempre con interesse il tuo editoriale e scopro sempre cose nuove tristi o allegre ma sempre profonde buon lavoro a tutte!

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