Occhi nuovi per guardare

Qualche sera fa mi trovavo in un bar con una mia amica, eravamo finite lì dopo aver bocciato un paio di eventi cui volevamo partecipare; dopo un’occhiata al portafogli, però, abbiamo virato sulla scelta più tranquilla, ci siamo prese un momento per noi. Il bar molto bello, i cocktail decisamente strani, i barman più che socievoli. Non c’era molta gente nel locale, i ragazzi non erano oberati di lavoro e così abbiamo cominciato a chiacchierare. Prima del più e del meno, per conoscerci, poi siamo andate sempre più sul personale, il lavoro, la famiglia (uno dei due ci mostra le foto della figlia), e infine i miei studi, che è dove il discorso ha cominciato a scaldarsi. Io sto seguendo un master in studi di genere e come sempre mi succede, mi sono ritrovata a dover spiegare di che diavolo tratta il corso per il quale ogni mese prendo un treno e vado a Venezia. Così ho cominciato: il maschio, la femmina, l’uomo, la donna, la società, gli stereotipi, il diritto nazionale, l’inclusione, le direttive europee. Il campo è talmente vasto che ogni volta potrei parlare per ore ma scelgo sempre di filtrarmi e andare per parole chiave. Di solito succede che per sentito dire si riconosca uno di questi temi, per sbaglio ovviamente, sono discorsi letti di fretta o passivamente origliati da qualche conversazione. Nessuno vuole davvero avere a che fare con certe cose, capirle. O quantomeno tutti cercano sempre di dimostrare la loro totale estraneità con certi argomenti. Ad ogni modo la parola chiave questa volta è stata linguaggio. A quanto pare l’allenatore della Roma aveva da poco fatto qualche commento poco lusinghiero per l’altro genere e ne è nato un putiferio mediatico. Con la mia amica abbiamo ovviamente difeso la posizione di coloro che biasimavano le parole dello sportivo e di lì è cominciata una discussione parecchio lunga che è andata a toccare diversi punti salienti del dibattito sul femminismo. Non starò qui a dilungarmi riportando le nostre parole, sentite e risentite, trite e ritrite, non è mio interesse e neanche il vostro. Quello di cui mi interessava scrivere riguarda la sensazione che l’intera conversazione mi ha lasciato. Mentre ci calavamo a fondo nel discorso mi rendevo conto di una cosa: più cercavo di far capire a questi due ragazzi l’importanza del movimento femminista, degli studi di genere per entrambi i sessi e tutte queste cose qui, più loro si opponevano strenuamente tirandomi fuori esempi assurdi che non facevano altro che confermare tutto ciò che stavo dicendo. Per esempio, il barman più anziano a un certo punto fa: «Ma guarda che io ho avuto almeno la metà dei capi donna, tutte nel settore dei servizi di housekeeping». A queste parole l’ho guardato sconvolta e non ho avuto animo di rispondere. La verità era evidente, e non l’avevo nemmeno messa in campo io, ce l’aveva proposta lui, candidamente, eppure non la vedeva. La mia faccia allibita non ha sortito alcun effetto, è andato avanti tranquillo come un treno. Ci aveva detto con la sua bocca che le uniche volte in cui aveva avuto una capa, questa era la manager dei servizi di pulizie e questo non gli aveva fatto suonare alcun tipo di campanella nel cervello. Io però per la prima volta ho acquisito un nuovo tipo di consapevolezza; o meglio, ho toccato con mano qualcosa che già sapevo ma che non mi si era mai parato di fronte prima di qualche giorno fa.
Per l’intera serata avevamo viaggiato su binari paralleli, avevamo parlato della stessa cosa, senza capirci. Di nuovo, la cosa non dovrebbe stupirmi, siamo metà complementari, ontologicamente l’uno l’opposto dell’altra, ma ciò che mi ha colpito è stata la loro incapacità di vederci. Io la vedo la situazione maschile nella società odierna, con tutte le parzialità e imperfezioni del caso (non sono un uomo, non potrò mai capire appieno come si sta nella loro pelle), ma la vedo, so che c’è, so che stanno soffrendo (ogni tanto nella mia umanità me ne risento pure), loro invece sembra di no, si mostrano e dimostrano completamente ignari. Hanno tutte le informazioni, hanno il contesto sociale, hanno con chi discuterne, eppure non ci vedono. O preferiscono non guardare, questo non lo so. Ma come si mostra la verità (o se vogliamo, la nostra verità) a chi non vuole vedere? E non è che non vuole vedere perché non ne ha gli strumenti, non vede perché non sa usarli, e non vuole imparare. Una delle ultime frasi che mi sono state rivolte da uno di questi ragazzi racchiude tutto il malinteso e tutto il malessere che sono alla base di questa chiusura verso la nuova realtà che sta investendo il mondo. Avevamo già finito di chiacchierare, ma il barman (sempre lo stesso) ci tiene a dirmi l’ultima cosa per concludere il suo discorso: «Se la donna fa l’uomo, all’uomo cosa rimane?»
Con dieci parole mi ha steso, mi ha trasmesso una tristezza profonda che si è colorata di rassegnazione. Se la donna fa l’uomo, all’uomo cosa rimane? Perché alla fine è questo il vero problema, l’essere esclusi, il sentirsi cacciati fuori dalla stanza dei padroni, percepire il potere che scivola via tra le dita.
Se solo fosse capace di vedere, all’uomo rimarrebbe un mondo intero di cose diverse da provare, libertà da assaporare, relazioni da vivere con una serenità tutta nuova, conoscenze e strumenti diversi da testare! All’uomo rimarrebbe tutto. Se solo fosse capace di vedere.

 

Articolo di Greta Dominici

foto GRETA  400x400.jpgSono nata a Roma, laureata in Lingue e Letterature Europee e Americane a Tor Vergata. Sto frequentando un master a Venezia in Studi di Genere e Gestione del Cambiamento Sociale. Adoro viaggiare e sono appassionata di letteratura, cinema, serie tv e cosmesi naturale.

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