Una trappola per topi che cattura da sessantasette anni

Era il 25 novembre 1952 quando nel prestigioso teatro londinese New Ambassadors veniva messa in scena Trappola per topi, un dramma in due atti, di genere poliziesco, scritto dalla giallista più famosa dell’epoca, Agatha Christie. Non è questa l’unica peculiarità di quest’opera dato che da quel giorno rimase in cartellone ininterrottamente al New Ambassadors fino al 1974, detenendo il primato mondiale di spettacolo più rappresentato nello stesso teatro. Poi si spostò al St. Martin’s Theatre, dov’è tuttora quotidianamente in scena, diventando un fenomeno di costume tipicamente inglese.

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The Mousetrap fa parte di quella sezione della produzione letteraria della prolifica scrittrice inglese definita “teatro Christie”, che rappresenta un po’ un’eccezione in quanto, come lei stessa dichiarò, era molto impegnativo cimentarsi nella stesura di una sceneggiatura per chi scriveva solitamente romanzi. Non muovendosi con totale sicurezza nel settore, Agatha Christie temeva di poter incorrere nell’insuccesso, ma nel contempo il suo fiuto sopraffino per gli affari la indusse ad insistere dato che aveva capito che i suoi gialli potevano rendere bene anche in teatro. Fu proprio ciò che accadde con Dieci piccoli indiani nel 1943 che rappresenta l’anno del debutto del “teatro Christie”. Quello che però la scrittrice inglese non aveva assolutamente previsto, e la lasciò alquanto indispettita, fu l’enorme successo di The Mousetrap che non considerava nemmeno tra le sue opere preferite.

Sicuramente a farla diventare così famosa contribuì sia la sua genesi che l’ispirazione. Il testo era stato ricavato infatti da un radio-dramma scritto da Agatha Christie per la Bbc affinché fosse trasmesso nel 1947 per gli 80 anni della regina Mary, che aveva espresso come desiderio proprio quello di ascoltare una storia della giallista inglese, che considerava tra le sue autrici preferite. L’ispirazione poi proveniva da un fatto di cronaca che aveva avuto un forte impatto sull’opinione pubblica inglese: nel 1945 due fratelli subirono inauditi maltrattamenti da parte dei genitori adottivi e uno dei due morì a seguito delle sevizie; il caso fece talmente scalpore che portò ad una profonda revisione della legislazione inglese in materia di adozioni. Christie proibì inoltre di pubblicare in Gran Bretagna il contenuto del racconto da cui aveva ricavato sia il radio-dramma che la sceneggiatura finché il lavoro fosse rimasto in scena nel West-End di Londra e, infatti, non vi sono edizioni inglesi. Nel 1948 il “Cosmopolitan” lo pubblicò sotto forma di romanzo breve con il titolo Three blind mice; mentre in Italia il testo teatrale apparve per la prima volta nel 1953 sulla rivista “Il Dramma”, con il titolo Tre topi grigi, e fu messo in scena nel 1954 al Teatro Carignano di Torino da una compagnia specializzata in spettacoli gialli. Sempre nello stesso anno, Radio Rai 2, sul modello della Bbc inglese, propose una versione radiofonica del racconto con l’indimenticabile voce di Arnoldo Foà.

L’opera più rappresentata di Agatha Christie ha tutti gli elementi caratteristici dei suoi romanzi: l’ambiente chiuso e soffocante tipico delle sue performance più riuscite; l’insistenza sui legami misteriosi che uniscono i personaggi messi in scena che apparentemente sembrano degli estranei, ma in realtà sono tutti coinvolti in una vicenda macabra e inquietante; il clima tipicamente vittoriano in cui la scrittrice fu allevata e da cui aveva assimilato la morale testimoniata nelle sue opere.

A ciò si aggiunge l’abilità della giallista di saper creare l’effetto suspense, tipico dei suoi romanzi, sfruttando sapientemente le possibilità che il teatro le offre e cioè potersi affidare solamente a ciò che è rappresentato sulla scena. Per tenere il pubblico costantemente sotto pressione, la scrittrice offre sempre nuovi indizi, senza mai cadere nell’assurdo e nella contraddizione, ma rimandando il più possibile il momento dell’agnizione. Particolarmente significativo in questo senso è il ricorso costante ad un espediente tecnico esterno all’azione narrativa rappresentato dalla filastrocca Three blind mice, un motivo cantilenante e ripetitivo come il nostro Fra Martino Campanaro, con cui si apre il sipario facendoci entrare nel solitario salotto vittoriano della villa Monkswell, unico ambiente messo in scena.

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Al suo interno si muovono i personaggi di Agatha Christie: la coppia di coniugi Ralston, Mollie e Giles, proprietari della villa e novelli sposi, ma anche gestori dilettanti della pensione appena aperta e i loro primi clienti: Christopher Wren, giovane dall’atteggiamento nevrotico e infantile; la Signora Boyle, anziana e robusta, perennemente critica e insoddisfatta di qualsivoglia servizio; il Maggiore Metcalf, che vanta una prestigiosa carriera nell’esercito inglese e sembra, a detta dei proprietari, l’unico a mostrare una certa sanità mentale; la Signorina Casewell, giovane donna dai tratti mascolini, che predilige atteggiamenti e abiti tipicamente maschili; il Signor Paravicini, avventore occasionale della pensione, molto simile nell’aspetto ad un famoso personaggio creato dalla scrittrice, Hercule Poirot, ma dalla reputazione alquanto sospetta. Due avvenimenti fanno da sfondo alla permanenza degli ospiti presso la pensione di Mollie e Giles: la bufera di neve, che imperversa e che ha reso impossibili i collegamenti, e l’omicidio, annunciato alla radio all’apertura del sipario, dopo la conclusione della filastrocca, di una donna strangolata a Londra. Una telefonata rompe l’equilibrio iniziale creatosi tra i personaggi: il sergente Trotter annuncia il suo arrivo a villa Monkswell e tre ospiti, Paravicini, Metcalf e Boyle, si paralizzano appena apprendono la notizia. L’arrivo di Trotter con degli sci rende ancora più evidente l’isolamento degli ospiti che ascoltando il sergente scoprono che la donna uccisa si chiamava Maureen Stanning e, insieme al marito, gestiva un’azienda agricola a Longridge dove tre bambini, rimasti orfani di madre e con il padre militare di stanza all’estero, erano stati collocati dal Tribunale dei Minori. Poi uno di essi era morto per i continui maltrattamenti subiti dai due coniugi che erano stati arrestati e condannati: lui era morto in carcere, lei era stata rilasciata dopo alcuni anni di reclusione. Alla morte del piccolo, gli altri due fratelli erano stati separati: la secondogenita adottata e il fratello maggiore aveva disertato il servizio militare facendo perdere le sue tracce anche se i medici militari gli avevano diagnosticato una grave schizofrenia. Il collegamento tra l’omicidio della donna e villa Monkswell viene spiegato dal sergente attraverso il ritrovamento vicino al cadavere di un quaderno in cui erano stati scritti due indirizzi, quello del primo omicidio e quello della villa stessa, insieme al testo della filastrocca Three blind mice. Dopo le rivelazioni sconvolgenti del sergente Trotter, padroni e ospiti della pensione non celano la loro apprensione che aumenta quando anche la linea telefonica risulta interrotta. Proprio mentre si cerca di comprenderne le cause, si consuma il secondo omicidio, quello della Signora Boyle, anche lei strangolata come la prima vittima e legata alla vicenda dei tre bambini: si scoprirà, infatti, che era la giudice del Tribunale dei Minori, responsabile dell’affidamento dei tre fratelli. Perché l’assassino concluda la sua opera, si dovrebbe consumare ancora l’ultimo omicidio visto che i topi ciechi della filastrocca erano tre, sicuramente si tratta di qualcuno legato alla triste vicenda del bambino morto e ora nel salotto di villa Monkswell: chi sarà? E soprattutto chi fra i presenti è l’assassino?

Per saperlo basterebbe fare un salto al St. Martin’s Theatre magari proprio il 25 novembre quando si festeggia il 67° anno di messa in scena di un testo che lascia con il fiato sospeso fino alla fine perché forse aveva ragione Agatha Christie quando diceva: «La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi» e da oggi anche i suoi lavori teatrali.

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Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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