The show must go on. In memoria di Freddie Mercury

I’m a shooting star, leaping through the sky / Like a tiger defying the laws of gravity (sono una stella cadente che attraversa il cielo / come una tigre che sfida le leggi di gravità). Cantava così Freddie Mercury nell’esplosivo brano Don’t stop me now, contenuto nell’album Jazz, il settimo dei Queen uscito nel 1978 per la Emi Records. Non potrebbe esserci immagine migliore per rappresentare la parabola artistica e personale di Farrokh Bulsara, vero nome del più straordinario performer che l’Olimpo della musica rock abbia mai conosciuto, una scia luminosa che correndo all’impazzata solca repentinamente il cielo e senza freni raggiunge un punto apicale per poi disintegrarsi, destinata a bruciarsi in un tragitto in cui fagocita la vita in tutti i suoi eccessi, al seguito di un’unica stella polare, che segue come una via maestra: la musica.
Nato a Stone Town (Zanzibar) il 5 settembre del 1946 da una famiglia di etnia parsi e di religione zoroastriana, alla musica Farrokh consacra sé stesso sin da bambino. Il 4 febbraio 1955 inizia a frequentare la St. Peter’s Boys School, un collegio britannico a Panchgani, a sud di Bombay, manifestando predisposizione verso la musica, per l’appunto, oltre a mostrare notevole talento artistico per il disegno e ottima attitudine allo sport: pratica infatti pugilato, corsa, hockey su prato e ping pong. Durante le pause scolastiche vive in compagnia della nonna e di una zia, avvertendo molto la mancanza dei genitori e il senso di solitudine che deriva da questa assenza. Raggiunge il quarto grado di apprendimento di pianoforte, impara a leggere la musica, entra a far parte del coro della scuola e nel 1959 forma la sua prima band musicale, The Hectics.
Nel 1964 è costretto a trasferirsi a Londra con la sua famiglia a causa della rivoluzione che porta all’indipendenza di Zanzibar, dove era ritornato per i continui viaggi e spostamenti dovuti al lavoro del padre, cassiere della segreteria di Stato per le Colonie, e alla sua unione con il Tanganika per formare la Tanzania. Londra negli anni Sessanta si è affermata come città di riferimento del cambiamento, il luogo privilegiato delle nuove mode giovanili in un’epoca di straordinari fenomeni: i Beatles, il fascino di James Bond, la minigonna di Mary Quant e le tendenze in fatto di moda di Soho e Kensington, quella “swinging London” che presto cederà il passo alla ribellione del ’68. I Bulsara si stabiliscono in una casa a Feltham, nei pressi dell’aeroporto di Heathrow; Farrokh si iscrive ad un istituto d’arte e lavora saltuariamente come magazziniere e addetto ai bagagli presso l’aeroporto vicino. Poco dopo aver ottenuto il diploma, si unisce agli Ibex, una band di Liverpool formata inizialmente da Miler Bersin alla chitarra, John Taylor al basso e Mick Smith alla batteria. La seconda metà del 1969 è un periodo economicamente difficile: Farrokh e John Taylor, per guadagnare qualche sterlina, cominciano a vendere vestiti usati a Kensington Market, attività che portano avanti fino al 1971. A fine anni Sessanta si presenta alla bancarella David Bowie che dichiara di non avere soldi. La risposta di Freddie non si lascia attendere: «Tipico di voi musicisti! Se vuoi abbiamo questi gratis», porgendo a Bowie un paio di stivali vintage!
Intanto Bulsara cerca un altro gruppo: il suo potente talento vocale e la sua naturale e straordinaria dote di performer sul palco lo rendono insoddisfatto delle prime esperienze e sempre alla ricerca di nuove musicalità. Nel marzo del 1970 viene ingaggiato dalla band Sour Milk Sea: la sua preponderante presenza e l’apporto di sonorità diverse da quelle a cui i componenti del gruppo sono abituati finiscono col portare alla rottura. Questa frattura sarà per Farrokh il trampolino di lancio verso la conoscenza dei suoi futuri compagni di gruppo nei Queen. Difatti, Bulsara si avvicina a Roger Meddows-Taylor e Brian May, che nell’ottobre del 1968 aveva fondato la band degli Smile, e li convince a fondare un nuovo gruppo del quale disegna lui stesso il logo a stemma reale e al quale nell’aprile del 1970 dà il nome di Queen, cambiando anche il suo in Freddie Mercury: Freddie come il nomignolo che gli veniva dato ai tempi della sua frequenza all’Ealing Art College, Mercury come Mercurio, la divinità che porta agli esseri umani messaggi divini, come farà Farrokh con il suo talento, portatore di messaggi universali, quelli della musica, divinità a cui Freddie ha consacrato tutta la sua vita, al di là del bene e del male.

Foto 1. I Queen al loro esordio
I Queen

 Comincia così la gloriosa parabola della band rock che ha avuto il maggiore successo commerciale nella storia della musica, che ha venduto 300 milioni di dischi, scalato vertiginosamente le classifiche e organizzato concerti memorabili in tutto il mondo. I loro brani sono ancora oggi indimenticabili, pietre miliari nella storia del rock, cantati dai loro tantissimi fan e dalle generazioni successive che hanno amato la loro musica e le loro canzoni. L’anima ribelle, anticonformista e assoluta della band è Freddie, che, insieme ai suoi compagni, compone canzoni e le offre al pubblico in esibizioni canore e performative da brividi. Somebody to Love, We Are the Champions, Don’t Stop Me Now, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You, Who Wants to Live Forever, I Want It All, The Show Must Go On, Radio Ga Ga, A Kind of Magic, Another One Bites the Dust, I Want to Break Free: sono solo alcune tra le canzoni più note dei Queen, con parole che inneggiano alla libertà di scegliere come vivere, all’energia per affrontare le difficoltà, all’affetto per i tantissimi fan, all’amore. Ma il capolavoro che consacra Freddie e i Queen nell’internazionale tempio del rock è Bohemian Rhapsody, singolo tratto dal quarto album in studio A Night at the Opera. Freddie scrive la maggior parte della canzone nella sua casa a Kensington nei primi mesi del 1975, mentre le registrazioni del brano iniziano il 24 agosto dello stesso anno presso il Rockfield Studio 1 in Galles, dopo tre settimane di prove a Herefordshire. Dopo sei intense settimane di lavoro il risultato è soddisfacente per tutti, così la band consegna alla storia della musica un must che ancora oggi emoziona e fa cantare tutti e tutte. Il brano inizialmente trova ostruzionismo da parte della casa discografica nell’essere pubblicato e trasmesso in radio come singolo, a causa della sua durata di quasi sei minuti, un tempo eccessivamente lungo per un singolo rock dell’epoca. In realtà nel 1971, nel quarto album in studio dei Led Zeppelin intitolato Led Zeppelin IV, era comparsa una traccia della durata di ben otto minuti, motivo per cui non venne mai pubblicata come singolo, ma che è diventata poi un capolavoro assoluto, una delle più belle canzoni rock di sempre: il brano in questione si intitola Stairway to heaven e nonostante la lunghezza ha attraversato illesa e immortale i decenni fino ai nostri giorni.
Stessa sorte avrà Bohemian Rhapsody. Quando Kenny Everett, un DJ amico di Freddie, riesce a farsi dare una copia del brano e inizia a trasmetterlo di continuo, fino a quattordici volte in due giorni, il successo è talmente incredibile che la Emi si vede costretta a pubblicare il singolo il 31 ottobre 1975, nonostante le remore per la lunghezza.

Foto 2.

«Bohemian Rhapsody, con oltre 2 miliardi di ascolti sulle varie piattaforme streaming (Spotify, Apple Music, Deezer, Google Play, Tidal e YouTube), è diventata la canzone più ascoltata in assoluto tra quelle composte nel XX secolo, scalzando dal podio Smells Like Teen Spirit dei Nirvana e Sweet Child O’Mine dei Guns N’ Roses» (https://www.panorama.it/musica/bohemian-rhapsody-queen-significato-perche-canzone-rock-piu-bella-ascoltata-sempre-streaming-nel-mondo/).
Il leggendario brano dei Queen è considerata una delle migliori canzoni rock di sempre per l’originale fusione tra ballad, hard rock e opera. Nel 2000 è stata eletta nel Regno Unito canzone del secolo, il terzo singolo più venduto della storia e il secondo più trasmesso dalle radio inglesi. Nel 2004 è entrata nella Grammy Hall of Fame e nel 2008 è stata votata la canzone più bella di sempre da milioni di persone in più di 40 paesi. Consiglio, per chi non ancora ne avesse avuto l’occasione, la visione del biopic Bohemian Rhapsody uscito in Italia il 29 novembre 2018, vincitore di quattro premi Oscar. Nel film compaiono alcuni errori biografici, criticati dai cinefili più integralisti, ma nonostante ciò sono apprezzabili e davvero intensamente emozionanti sia la straordinaria performance dell’attore Rami Malek che interpreta Freddie Mercury sia le esibizioni musicali, meticolosamente dettagliate, prima fra tutte l’indimenticabile esibizione della band al Live Aid del 1985.
Ma il pubblico ha ormai consacrato Freddie, i Queen e la loro musica: il singolo viene certificato disco di platino, vola in cima alle classifiche e ci resta per ben nove settimane. La sua particolare struttura musicale è la sintesi di cinque parti principali diverse: un’introduzione corale cantata a cappella, un segmento in stile ballata che termina con un assolo di chitarra, un passaggio d’opera, una sezione di hard rock e un altro segmento in stile ballata che si conclude con una sezione di solo piano e chitarra. Il pianoforte che Freddie suona durante la registrazione, curiosità della quale forse non tutti sono a conoscenza, è lo stesso utilizzato da Paul McCartney durante la realizzazione di Hey Jude.
Insieme al brano Innuendo, Bohemian Rhapsody è considerato il punto di svolta della sperimentazione musicale di Freddie, oltre ad essere molto probabilmente il testo con cui il cantante dichiara, attraverso la musica, la propria omosessualità. Un grande atto di coraggio data l’epoca in cui ci troviamo: un immigrato asiatico che negli anni Settanta in Inghilterra rifugge dalle sue origini parsi perché non collimano con la passione per il rock e la sua condizione di gay. Mama, just killed a man / Put a gun against his head / Pulled my trigger, now he’s dead (Mamma, ho appena ucciso un uomo / Gli ho puntato una pistola alla tempia / ho premuto il grilletto e adesso è morto): Farrokh Bulsara ha ucciso sé stesso per dare spazio a Freddie Mercury, un uomo diverso e che non vuole vivere incatenato ma libero. Al di là di ogni plausibile interpretazione, la canzone resta comunque un grande nonsense nel contenuto, ma un’opera artistica non necessariamente deve essere sottoposta al bisturi chirurgico dell’estrapolazione di un significato assoluto e universale, come lo stesso Freddie ha dichiarato: «Penso che le persone dovrebbero semplicemente ascoltarla, pensarci solo un attimo e poi decidere autonomamente cosa dice loro la canzone».
Sono gli anni in cui il performer dei Queen, dopo aver avuto importanti relazioni affettive con delle donne, riscopre il suo orientamento sessuale, che peraltro non conferma mai dichiaratamente, anche se è noto che comincia ad avere rapporti sessuali con gli uomini, soprattutto in concomitanza con la rottura dell’importantissima relazione tra lui e Mary Austin, con cui ha convissuto per sette anni a Londra. Questo però non gli impedirà di continuare ad avere un rapporto strettissimo con Mary, che resterà l’unico vero grande amore della sua vita e alla quale dedica il bellissimo brano Love of my life, per l’appunto.  In un’intervista del 1985 lo stesso Freddie dichiara: «Tutti i miei amanti mi chiedono perché non possono sostituire Mary, ma questo è semplicemente impossibile. Lei è la mia unica amica e non desidero nessun altro. Per me è come se fosse mia moglie». Le domande sulla sua omosessualità sono sempre insistenti, ma Mercury la considera una questione privata e non dà risposte esaustive. È curioso e altrettanto drammatico notare come in questi stessi anni musicisti come David Bowie, Mick Jagger ed Elton John mostrano senza veli la loro ambiguità sessuale e vivono relazioni omosessuali alla luce del sole, senza suscitare le dicerie ed i pettegolezzi che invece investono morbosamente la vita di Freddie. 
Gli anni Ottanta vedono un cambiamento nel look e nella presenza scenica di Mercury: si taglia i capelli e si fa crescere i baffi, seguendo la moda “Castro clone” lanciata a San Francisco dalla comunità omosessuale dell’epoca. Dalla fine del 1982 all’agosto 1983, poco meno di un anno, i Queen si separano per intraprendere esperienze da solisti, per poi ritrovarsi e partecipare al grande evento del Live Aid, un concerto umanitario organizzato da Bob Geldof con la partecipazione dei più importanti artisti internazionali, allo scopo di ricavare fondi a favore delle popolazioni dell’Etiopia, colpite da una grave carestia. È un successo planetario: il gruppo si esibisce al Wembley Stadium di Londra e in una sessione di venti minuti la loro performance consegna alla storia il mito di Freddie Mercury, insuperabile frontman della musica rock.

Foto3
Londra 1986

Il 9 agosto 1986 i Queen si esibiscono dal vivo nel parco di Knebworth per l’ultima volta, l’ultimo concerto di Freddie davanti a 120.000 spettatori. L’anno successivo si sottopone ai test del sangue che confermano Hiv e sindrome dell’Aids ma decide di non rivelare subito la verità ai suoi amici e familiari e continua a registrare brani e lavorare con l’unica linfa che lo tiene in vita fino all’ultimo: la musica. Rivela le sue reali condizioni di salute ai compagni della band e ai suoi amici solo nel 1987, continuando a non rilasciare dichiarazioni ufficiali, nonostante le diffuse voci e congetture che circolano per le sue evidenti condizioni di degrado fisico. In quegli anni affrontare la malattia non è semplice da nessun punto di vista: molte persone sono convinte che l’Hiv possa essere contratto solo dai maschi gay e che sia in fondo la naturale conseguenza di una vita dedicata al vizio e agli eccessi. Questo pregiudizio era stato diffuso dalla teoria del “Paziente Zero” – successivamente dichiarata falsa da studi scientifici – che collegava la diffusione dell’Aids a Gaëtan Dugas, uno steward franco-canadese dell’Air Canada e assiduo frequentatore della comunità gay, per diversi anni ingiustamente accusato di aver portato la malattia negli Stati Uniti. Di vizi e di eccessi Freddie ne ha vissuti molti, di ogni genere, forse alla ricerca di una strada per colmare quel vuoto, quel senso di solitudine che probabilmente lo assale quando ha consapevolezza della sua grandezza sul palco ma fragilità nella vita. Non ha però mai smesso di credere nella forza della musica: essa anima ogni singolo istante fino all’epilogo di un’esistenza vissuta al massimo delle sue possibilità. Non ha rimpianti Freddie, ha vissuto realizzando il sogno di diventare un grande performer, un cantante unico che con la sua voce baritonale cantava da tenore leggero, attribuendo la sua estensione vocale all’iperdontia di cui soffriva, essendo nato con quattro incisivi oltre la norma, difetto che non ha mai voluto correggere per timore di modificare tale potente estensione. Il 22 novembre del 1991 insieme a Jim Beach, manager dei Queen, rilascia un comunicato stampa in cui rivela la sua malattia: «Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell’Hiv e di aver contratto l’Aids. Ho ritenuto opportuno tenere riservata questa informazione fino a questo momento al fine di proteggere la privacy di quanti mi circondano. Tuttavia, è arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa terribile malattia». Dopo poco più di ventiquattr’ore, alle 18:48 del 24 novembre, Freddie muore all’età di 45 anni nella sua casa di Logan Place a causa di una broncopolmonite aggravata dall’Aids. Ai funerali, svoltisi al Kensal Green Cemetery con rito zoroastriano, sono presenti soltanto trentacinque persone: tra queste i genitori, la sorella Kashmira con il marito, i compagni di band John Deacon, Brian May e Roger Taylor, Mary Austin e i cantanti Elton John, Michael Jackson e David Bowie. Per sua volontà viene cremato, le ceneri affidate a Mary, amica e compagna di sempre, alla quale Freddie ha rivelato anche il desiderio di tenere segreto il luogo della sepoltura.
Sono convinta che alla canzone We are the champion, pubblicata nel 1977, Freddie abbia consegnato profeticamente il suo vero e proprio testamento spirituale, di uomo e artista: I’ve paid my dues / Time after time / I’ve done my sentence / But committed no crime / And bad mistakes / I’ve made a few / I’ve had my share of sand / Kicked in my face / But I’ve come through / And I need to go on and on and on and on / We are the champions – my friend / And we’ll keep on fighting till the end […] You’ve bought me fame and fortune / And everything that goes with it / I thank you all / But it’s been no bed of roses no pleasure cruise / I consider it a challenge before the whole human race / And I ain’t gonna lose (Ho saldato il mio debito / ripetutamente, / ho scontato la mia pena, / ma non ho commesso alcun crimine / e di grossi errori / ne ho commessi pochi. / Ho avuto la mia manciata di sabbia / tirata in faccia / ma ce l’ho fatta. / E noi intendiamo andare avanti e avanti… / Noi siamo i campioni amici miei / e continueremo a combattere / fino alla fine, / noi siamo i campioni […] Mi avete portato fama e fortuna / con tutto quanto ne consegue, / vi ringrazio tutti, / ma non è stato tutto rose e fiori, / non è stato un viaggio di piacere. / Lo considero una sfida / di fronte all’intera razza umana / e non la perderò).
La morte ha definitivamente collocato Freddie Mercury nel paradiso del rock, dove mi piace immaginare che si diverta con la musica insieme a tantissimi suoi amici e amiche: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Elvis Presley, John Bonham, John Lennon, Kurt Cobain, Bob Marley, Michael Jackson, Amy Winhouse, Prince, Dolores O’Riordan, per ricordare solo alcuni nomi. Sono lì, tutti e tutte insieme, in un angolo di cielo solo a loro dedicato, perché al di là del bene e del male, al di là delle loro vite vissute con il piede piantato sull’acceleratore, senza schemi, senza riserve, senza sottomissione alle regole del perbenismo e dei benpensanti, volontariamente o accidentalmente spezzate, ciò che hanno donato al mondo è unico: la magia della musica che con il suo linguaggio universale non conosce barriere, muri, divisioni, ma solo ponti e legami indissolubili che creano amore, e le donne e gli uomini che amano sono sempre destinati all’eternità.

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...