Vito Mancuso, il coraggio di essere liberi

La prima volta che ho incontrato il pensiero di Vito Mancuso è stato attraverso la lettura di  una recensione del suo libro L’anima e il suo destino. Fui immediatamente attratta non solo dal titolo, ma dalle considerazioni miti e penetranti di questo teologo che parla sempre con il sorriso e con compostezza. Mi sembrò una boccata d’aria fresca il suo lento ma inesorabile argomentare, la sua totale assenza di giudizio morale nei confronti del prossimo, la sincera ricerca della verità, la sua capacità di mescolare tanti tipi di linguaggi: da quello filosofico a quello scientifico, passando per quello poetico.
Il suo modo di parlare della libertà, di Dio, dell’incontro con il prossimo, della Natura, me lo rendevano terapeutico come Bonhoeffer, Etty Hillesum, don Gigi Verdi della fraternità di Romena, padre Alex Zanotelli. Mi piace molto l’idea di questo Dio liminale, periferico, che incontro dove io incontro profondamene il mio sé. Così, un giorno mi si presentò l’occasione di ascoltarlo di presenza a Rimini, durante un convegno, e compresi che non esiste nessuna differenza tra il teologo e l’uomo, tra il suo modo di guardarti e le parole che scrive. Allora, stavo leggendo Io amo, piccola filosofia dell’amore e chiedendogli di firmare la mia copia, lui scrisse: « A Giovanna e al suo cuore».
Guardandomi con molta dolcezza, mi strinse la mano.
Ritrovo ancora gli appunti di allora: «L’“humanitas”, intesa come idea di Luce, come Nostalgia dell’idea di Luce è stata il filo conduttore della relazione di Vito Mancuso che intende l’Educazione come la sintesi dialettica di Logos e Caos. Il primo non va inteso come la ragione che calcola ma come una forza che genera armonia. Il secondo, è l’energia allo stato puro, primordiale e informe. In questa prospettiva, la Pedagogia ha il compito di portare ordine ma senza annullare il caos, essenziale poiché ci dà lo slancio vitale. Così l’azione didattica si traduce nella possibilità di educare la mente e il cuore conducendo l’allievo all’idea di Bene, Bellezza, Giustizia».
I tre concetti che ritornano, specie negli ultimi libri, di Mancuso sono la libertà, l’armonia, la Natura.
Partiamo da una domanda: perché ci vuole coraggio a essere liberi? Intanto perché bisogna liberare il pensiero da tre prigioni di cui, generalmente, non abbiamo consapevolezza: il rumore (ossia quel continuo rimuginare della mente), l’ego (cioè la proiezione di noi sul mondo, di quello che pensiamo di essere, dell’eccessiva importanza che ci attribuiamo), l’ideologia (la dipendenza dalle dottrine altrui che costituiscono il comodo approdo alla difficoltà di pensare). Aperte queste gabbie, l’uomo può dirsi libero quando ha maturato verso sé stesso e il mondo un atteggiamento creativo, responsabile e consapevole. Solo allora la vita, dice Mancuso, avrà la leggerezza del respiro. È possibile, dunque, che la vita non sia così brutta e malvagia come l’abbiamo immaginata, continua ancora il teologo, piuttosto siamo stati noi nella nostra incurante superficialità a non essere stati capaci di capirla e interpretarla nel modo giusto.
Ma c’è una via privilegiata che ci conduce alla gioia della vita? Cos’è quella profondità che non si lascia mai afferrare e che interpella la nostra ultima solitudo? Infatti, argomenta il teologo, il compito che la vita ci consegna non si esaurisce nel vivere una vita matrimoniale, possibilmente serena, nell’essere genitori, nella vita religiosa, nel ventre di tutti i possibili amori, o nelle multiformi esperienze emotive. L’approdo che cerca la nostra ultima solitudo sfugge ai pacchetti già pronti che oggi ci suggeriscono come amare, come stare bene, quale partito politico scegliere, come essere tristi, insomma delle formule che, servendosi di stimoli continui, stanno omologando gli esseri umani consegnandoli ad uno stato di noia perenne.
Dunque? Mancuso ci suggerisce un’altra via: non quale sia il senso ultimo del nostro essere, ma da chi andare per avere quella risposta. Quando noi, quasi con veemenza, vogliamo in certi momenti della nostra vita che qualcuno ci spieghi il senso di qualcosa che sfugge alla nostra logica, in realtà cosa stiamo chiedendo se non una semplice ricostruzione razionale che dia significato a ciò che ci sfugge e che ci genera angoscia? Quando chiediamo il senso, noi chiediamo un luogo protetto dalla tempesta. Invece, il senso non è la staticità, il senso è il movimento, è cammino, è un’immagine che si costituisce aggiungendo nuova soggettività. Il senso non è un semplice processo mentale ma un’intuizione rivelatrice nel momento in cui siamo pronti a riceverne i doni. Il movimento chiama in causa il corpo, che per Mancuso, diventa il luogo con il quale esperisco l’armonia della natura e di me stesso. L’armonia è la relazione tra Logos e Caos, cioè una logica che tende all’aggregazione tra le parti, come anticipato prima. Dunque, l’armonia non rientra nelle formule all-inclusive, ma è il cuore della libertà dell’uomo che sa di essere soggetto alla precarietà, ma sente dentro il desiderio di conquistarLa e di rinnovarLa attraverso le sue esperienze. Scrive ancora Mancuso: « quando nei diversi sistemi di cui facciamo parte si raggiunge l’armonia, il nostro essere si riempie di compiutezza e nasce dentro di noi una particolare dolcezza interiore. Personalmente, non conosco nulla di più nobile e di più vero per l’esistenza di un essere umano».
Sono stata molto fortunata nell’aver sperimentato quella relazione appagante di armonia in un luogo a me caro e che considero, da qualche anno, la mia patria poetica.
Marzamemi è quel luogo prodigioso della natura che, qualche anno fa, fissai in questi versi:

Ritrovarmi
Nei dintorni
Di una intima gioia
che argentina traluce
dalle profondità marine
e vagare tra segreti confini
come un branco di acciughe
lampeggianti
appena un filo sotto
la superficie dell’acqua.

La libertà, intesa come percezione dell’armonia, non significa escludere il dolore o peggio edulcorarlo, non significa non pensare alla morte o peggio pensarla solo con il terrore, ma solo prendere atto che possono esistere momenti di rara gioia, intensa partecipazione con il Tutto che ci appartiene a cui apparteniamo e che è, magnificamente, gratificante.

 

Articolo di  Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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