L’amaro in bocca

Finisce la sfilata, finiscono i discorsi pieni di retorica, uomini che quotidianamente praticano il sessismo si tolgono le cravatte rosse, i fiocchetti rosso o rosa, qualcuno più audace usa il latte detergente della compagna per togliere lo sbaffo fatto col rossetto sulla guancia, si depongono negli armadi le scarpette rosse e i vari strumenti di celebrazione del 25 novembre e si cominciano a tirare fuori gli addobbi per l’albero e il presepe.
Ormai questo è il 25 novembre, una celebrazione, una passerella di buone intenzioni che in genere restano tali (quando non mandano anzi messaggi contrari), la fiera della retorica, la sagra delle banalità e dei luoghi comuni (anche se tutti/e dicono che bisogna contrastare gli stereotipi).
Il 25 novembre è stata diffusa l’indagine Istat dal titolo: “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale” 
https://www.istat.it/it/archivio/235994 e tante e tanti si sono sdegnate/i vedendo quei numeri. Ma ci dice davvero qualcosa che già non sapessimo questa indagine? Non lo vediamo il sessismo diffuso? Non li sentiamo i commenti agli atti di violenza? Non ascoltiamo cosa dicono molti giovani maschi nelle scuole? Per me sono state molto chiare le parole di una ragazzina di scuola media che al termine di un incontro mi ha detto: «I nostri compagni non ci rispettano».
La verità è che come ormai è stato sdoganato il razzismo, da un po’ è in atto anche lo sdoganamento del sessismo nelle più varie forme. Le sentiamo tutti/e le terribili narrazioni della violenza, li ascoltiamo
(tutti) i commenti sugli atti di violenza verbale verso le donne che siano politiche, comandanti di navi o sorelle di ragazzi pestati a morte dai carabinieri. E non è cosa recente il continuo attacco sui social subito da Laura Boldrini quando era Presidente della Camera.
Siamo cercando di liberarci dalla cultura patriarcale o stiamo assistendo a fortissimi tentativi di restaurazione del patriarcato? Ce lo ricorda la giunta di Forlì che pensa che la parità delle donne non faccia parte della famiglia tradizionale, me lo ha ricordato l’ennesimo tentativo di mettermi a tacere di un tizio che non ha accettato che abbia detto che mi disturbava la richiesta di permesso al marito, geloso, della concorrente a La prova del cuoco, nella trasmissione andata in onda proprio il 25 novembre.
Marianna, un’amica insegnante, femminista, l’altro giorno ha discusso in classe la piramide della violenza, ed ecco cosa ha raccontato: «Tutti erano pronti a condannare i piani alti della piramide (femminicidio, stupro, violenza fisica e verbale). I problemi iniziavano scendendo verso la base: la violenza psicologica, quella domestica, la violenza insita nel linguaggio. Non tutti riuscivano a riconoscere con facilità la violenza che si nasconde in questi piani. E a percepire davvero l’acqua in cui nuotiamo tutti e tutte, il grande mare del patriarcato.
Per molti miei studenti, le loro ragazze non hanno il diritto di vestirsi come vogliono (no scollate, no minigonne troppo corte – la lunghezza ovviamente è soggettivamente definibile). I cellulari possono anzi devono essere controllati. I servizi domestici è giusto li facciano le donne, perché gli uomini lavorano 8/10 ore al giorno».
Su tutto questo si innesta poi la brutta comunicazione, quella fatta a fin di bene usando però luoghi comuni, usando le solite immagini di sangue e lividi, come se la violenza fosse solo fisica, come se un viso livido potesse suscitare sana rabbia e ribellione in una donna vittima di violenza (anche le pubblicità dei detersivi se cominciano con dei panni sporchi poi finiscono con panni puliti!). Manca quasi sempre la narrazione della libertà, dell’autodeterminazione, della forza di non restare in silenzio. Si pensa che fare un video o un manifesto sia più importante per mostrare creatività fine a stessa piuttosto che creatività che possa realmente incidere. Ecco, io mi domando se chi fa questi video si chieda a chi desidera parlare, chi vuole realmente raggiungere, se il pubblico che plaude alle iniziative da 25 novembre o se le donne vittime di violenza.
E arriviamo così al video voluto dall’Associazione italiana calciatori e dalla Divisione Calcio Femminile Figc (https://video.repubblica.it/cronaca/non-denunciarlo-lui-ti-ama-l-inquietante-spot-in-difesa-delle-donne-vittime-di-violenza/348595/349180?ref=fbpr&fbclid=IwAR1JDoTvAOVqwkksSucanBoqHEBGV9Wy0N1PlOaQOtWWlbN2t4RArg2sypU) in cui una donna parla ad un’altra donna dicendole che è inutile denunciare, dicendole frasi tipo: «Non è detto che ti diano ragione», «hai anche tu delle colpe», «a volte sembra che lo provochi». Dopo 40 secondi dello stesso video la donna appare con il volto tumefatto. Chi apprezza il video dice che è una provocazione, ma abbiamo bisogno di provocazioni o di messaggi reali? Tanto più che la stessa indagine Istat di cui parlavo ci racconta quanto questi pensieri siano diffusi, quanto donne e uomini realmente credono che le donne vittime abbiano colpe, che possano provocare. E, ahimè, che molto spesso alle donne vittime viene dato torto è tristemente vero. Amiche, amici chi conosce donne vittime di violenza sa che probabilmente non sono in grado di capire che è una provocazione perché queste sono idee diffuse e consolidate, non provocazioni. E poi dov’è la violenza verbale, psicologica, economica? Sappiamo bene che è diffusissima e che ha preceduto per settimane, mesi o anni ogni femminicidio. E poi c’è il messaggio finale, in un video che sembra essere rivolto alle donne, #Facciamogliuomini che non si capisce assolutamente come sia in relazione. Un hashtag che avrebbe avuto senso se si fossero mostrate immagini positive di uomini. Sul sito chi ha realizzato il progetto spiega:
«#FACCIAMOGLIUOMINI mira alla comunicazione preventiva e all’educazione dell’uomo, agendo anche su chi ha sbagliato, affinché prenda piena coscienza del gesto compiuto e possa riflettere sul proprio vissuto» ma niente di ciò emerge né da questo video né dall’altro realizzato (https://facciamogliuomini.it/25-novembre-2019-giornata-internazionale-per-leliminazione-della-violenza-contro-le-donne/) in cui c’è l’ennesimo messaggio di omertà, di sopraffazione, di silenzio, di paura.
Quando si capirà che se si vuole insegnare il rispetto bisogna mostrare il rispetto e se si vuole insegnare la ribellione bisogna mostrare la ribellione?

 

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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