Una vita per l’inclusione. La figura straordinaria di Mirella Antonione Casale

Il 4 agosto 1977 veniva approvata in Italia la legge 517, capace di superare la cultura discriminatoria e ghettizzante della scuola gentiliana, con le sue classi differenziali e l’esclusione degli alunni disabili dai percorsi scolastici comuni. Grazie a questa legge, infatti, alla fine degli anni Settanta nasce finalmente in Italia – Paese ancora oggi all’avanguardia su questi temi – la figura dell’insegnante di sostegno, risorsa fondamentale per permettere ai bambini con disabilità di frequentare le classi comuni della scuola pubblica, assieme a tutti gli altri scolari e scolare. Artefice di tale rivoluzione fu una donna straordinaria, Mirella Antonione Casale, che a 52 anni cambiò per sempre la nostra pubblica istruzione, regalando una vera uguaglianza a tutti i piccoli cittadini e cittadine, e in particolare a quelle scolare e scolari “speciali” che volevano e dovevano crescere insieme alle/i loro coetanee/i.
Nata il 12 dicembre 1925 a Torino, dove ha lavorato e vissuto sino al 1988, laureata in Lettere classiche nel 1949, questa donna rivoluzionaria ha insegnato nella scuola media e nell’istituto tecnico in provincia di Vercelli e poi a Torino, fino al concorso di preside, che vinse nel 1968. In qualità di Dirigente presso la scuola media “Camillo Olivetti”, qualche anno dopo iniziò in alcune classi la sperimentazione del tempo pieno. Donna piena di energie, attivista e convinta sostenitrice di una scuola flessibile, capace di accogliere tutti, fin dal 1971 inserì in via sperimentale alunne e alunni con disabilità intellettive e psico-fisiche nelle classi comuni del tempo pieno, prima ancora dell’approvazione della già citata legge istitutiva 517/1977. Ma per capire a fondo il senso dell’impegno di Mirella Antonione Casale per l’inserimento delle persone con disabilità, bisogna fare un passo dentro la sua vita privata, ascoltando le parole che lei stessa utilizza per raccontare un pezzetto della sua storia di madre: «L’impulso a occuparmi di disabilità intellettiva e/o relazionale lo devo a una mia esperienza personale che mi causò un grandissimo dolore, il maggiore della mia vita. Seppi contenerlo facendo normalmente la mia vita scolastica, senza far sentire agli alunni la sofferenza che avevo dentro. Il 26 ottobre 1957, mia figlia Flavia – che non aveva ancora compiuto sei mesi – si ammalò d’influenza “asiatica” con febbri fortissime e sviluppò una gravissima encefalite virale, seguita da coma, che ne danneggiò moltissimo il cervello, con previsione e poi certezza di morte. Per cui, dall’ospedale ove era stata ricoverata, fu dimessa per venire a morire a casa, nel suo lettino, ovviamente continuando le cure prescritte che non sortivano alcun effetto e con una previsione di decesso entro la stessa sera, oltreché con un quadro terrificante del “dopo” – se per caso avesse superato la crisi – ciò che tuttavia veniva ritenuto impossibile. A casa consultammo un anziano pediatra, noto a Torino per la sua capacità e disponibilità umana, che cambiò la medicina con una nuova appena messa in commercio, specifica per i lattanti. E così, in pochi giorni Flavia si svegliò dal coma, riprese conoscenza e gradatamente anche l’uso della gamba destra, perché aveva avuto un’emiparesi. Sapevamo delle gravi conseguenze che avrebbero portato le numerose lesioni cerebrali. Al primo anno di età cercai sia nelle strutture pubbliche sia in quelle private un intervento riabilitativo di ginnastica per la deambulazione e poi anche per il linguaggio, ma nessuno, neanche quando aveva compiuto tre-quattro anni, volle occuparsi di lei, perché non capiva i comandi e non collaborava. Medici specialisti, quali neuropsichiatri infantili, neurologi e pediatri, nonché alcuni amici, mi consigliavano di metterla in un buon istituto, vista la sua gravità, prima dei diciotto mesi di età, per evitare la sofferenza del distacco da noi, ma io mi rifiutai sempre di farlo e dopo dieci anni, mio marito – che in un primo tempo era d’accordo con quei consigli – disse di aver accettato di buon grado la mia decisione». Nel 1994, Flavia morì a causa di un melanoma. Mirella, che è anche scrittrice e poeta di talento (prova ne sono i premi vinti in concorsi nazionali), le dedicò allora questa toccante poesia intitolata A Flavia.
«Sereni mi fissano / i tuoi chiari occhi / con candida fiducia. / E la tua mano è nella mia. / Tu che ignori il male / tu che esprimi il bene / dai calore al mio cuore / e il tuo sorriso è gioia. / Era gioia: ora tace per sempre. / Non più accarezzerò / il prato fiorito dei tuoi capelli, / non più sentirò / il breve riso fanciullo. / Lento si sgrana il rosario / dei ricordi vissuti e immaginati / e tu non rispondi / al mio grido disperato / che si perde nelle tenebre / della sera».
Questa madre più volte ferita ha saputo vivere la sua esistenza con una forza, una determinazione e una intelligenza che solo le grandi anime posseggono. La sua biografia è un elenco infinito di incarichi e ruoli istituzionali o volontaristici, di iniziative e proposte, di progetti. Dal 1960 al 1966 è stata consigliera d’amministrazione, nominata dalla Provincia di Torino, dell’Istituto Buon Pastore (rieducativo per le ragazze difficili e di sostegno per le ragazze madri). Dal 1972 al 1980 è stata giudice onoraria presso il Tribunale dei Minori di Torino e dal 1985 al 1999 consigliera di maggioranza al Comune di Torre Pellice.  Dal 1977 al 1982 è stata comandata dal Ministero della Pubblica Istruzione presso il Provveditorato agli Studi di Torino per coordinare e seguire l’integrazione scolastica dei disabili: negli anni 1963-1965 aveva frequentato un corso biennale di specializzazione dell’Università in psicologia-pedagogia. Dal 1964 è iscritta all’Anffas (Associazione nazionale di famiglie di disabili intellettivi e/o relazionali – onlus) a Torino, dove ha ricoperto nel corso degli anni cariche locali (presidenza), ma anche nazionali (vicepresidente e presidente del Collegio dei Probiviri). Accanto agli impegni istituzionali e non, Mirella Antonione Casale porta avanti un costante lavoro di diffusione della cultura della disabilità e dell’inclusione, attraverso incontri pubblici ma anche la pubblicazione di testi. Il bambino handicappato e la scuola, edito da Bollati Boringhieri nel 1991, scritto insieme a Pierangela Peila Castellani e Francesca Saglio, resta il più conosciuto.
Ora verrebbe da chiedersi, cosa rimane, oggi, della stravolgente e magnifica spinta inclusiva che dalla fine degli anni Sessanta mise profondamente in crisi il sistema ghettizzante e classista sul quale si basavano le istituzioni e la società?
Uomini e donne come Franco e Franca Basaglia, don Lorenzo Milani, Franca Falcucci, Mirella Casale cosa hanno lasciato al nostro secolo e come noi abbiamo saputo accoglierne l’eredità?
La scuola dell’inclusione è una realtà sancita dalla legge e formalmente riconosciuta da più di quarant’anni. Non sempre, tuttavia, ciò si traduce in una reale partecipazione delle alunne e degli alunni disabili alla vita scolastica. C’è infatti una profonda differenza tra lo “stare in” e il “far parte di”. L’istituzione scolastica ha una storia che la condanna, purtroppo, a una certa formalistica rigidità. È nata con l’intento di formare classi di cittadini medi (uso volutamente soltanto la declinazione maschile del termine), di fornire una base comune di conoscenze, è nata, cioè, sull’idea di un alunno standardizzato, utilizzando peraltro come paradigma operativo quello della valutazione della performance, del risultato finale. La scatola, ancora oggi ahimè, per quanto molte leggi e riforme abbiano tentato di aprirla, resta rigida, serrata, quasi ingabbiata nella sua stessa struttura. L’inclusione vera, a queste condizioni, è difficilissima. Se fossimo davvero capaci di valorizzare tutte le intelligenze, di utilizzare una pluralità di linguaggi, di rimodellare gli spazi, di considerare l’alunna o l’alunno non per quello che fa e produce ma per quello che ha da dare al gruppo classe e alla società; se noi insegnanti sapessimo pensare davvero in termini di funzionamento della persona, di barriere e facilitatori ambientali (come ci invita a fare l’Icf), se fossimo disposti a co-costruire il percorso educativo con le nostre alunne e alunni, allora, forse, potremmo fare inclusione. Farla per davvero, dico. Ma dovremmo partire da lontano, dalla formazione stessa e dalle modalità di reclutamento del personale docente. I saperi psicopedagogici, ancor prima di quelli docimologici, dovrebbero costituire l’ossatura attorno a cui far crescere la figura professionale dell’insegnante, arricchendola di teoria della comunicazione efficace e della relazione educativa. Oggi ho ancora colleghi che lavorano con la sola finalità di preparare gli e le studenti all’esame di Stato. Che ancora usano espressioni come “essere indietro coi programmi”, che cavillano sul mezzo voto, che entrando in classe mi chiedono di uscire con il ragazzo o la ragazza problematici perché loro “devono poter fare lezione”. Cosa? La lezione migliore che puoi fare, caro/a collega, è insegnare ai tuoi studenti che ognuno di noi ha qualcosa da dare agli altri e che imparare a convivere in maniera creativa e proficua con la diversità è una forma altissima di intelligenza sociale. Ma tu forse, esimio/a collega, non ci sei ancora arrivato/a. Tuttavia ti arroghi il diritto di rifilare dei due o dei tre ad alunni che non ritieni all’altezza della tua proposta formativa. Allora ti chiedo, collega: sei davvero sicuro che il problema siano loro?
Mirella Antonione Casale è una donna straordinaria, che ha contribuito in maniera decisiva a costruire una cultura dell’accoglienza e dell’eguaglianza di diritti. Non tutti, lo vediamo ogni giorno, siamo all’altezza delle sue aspettative e del suo progetto, né del compito educativo che ci è affidato. Un giorno la mamma di un alunno dislessico, confrontandosi col marito sulle rigidità che, a suo avviso, alcuni insegnanti avevano nei confronti del ragazzino, si sentì rispondere «Non puoi pretendere che lo amino come lo amiamo noi».
Su questa frase Francesca Magni ha costruito la trama di un libro molto interessante, edito da Giunti nel 2017, Il bambino che disegnava parole. Una cosa sola vorrei dirti, cara Francesca: tuo marito ha centrato un tema fondamentale, quello dell’amore per i nostri ragazzi e ragazze. Però ha torto. Continua a pretendere dagli insegnanti di tuo figlio quel saper voler bene intelligente che, solo, aiuta a crescere. Se un docente non ha a cuore i suoi alunni, allora ha sbagliato mestiere. Credimi, io ne ho avuti tanti di colleghi e colleghe capaci di darlo, quel tipo di amore, a tutti i loro studenti e studentesse. Ho addirittura conosciuto Dirigenti Scolastici che avevano a cuore più di un migliaio di ragazzi e ragazze, tanto da conoscerli tutti per nome e saperli amare uno ad uno, ciascuno in un modo diverso. È grazie a queste persone se la scuola italiana, per quanto piena di mancanze e contraddizioni, non è ancora morta e ancora lotta, ogni giorno, per poter diventare davvero la scuola di tutti/e e di ciascuno.
La scuola che ancora sogna Mirella Antonione Casale.   

 

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

 

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