Dian Fossey, una vita per i gorilla

«Quando capisci il vero valore della vita, di ogni vita pensi meno al passato e lotti per difendere il futuro».
Queste parole possiamo considerarle il testamento di Dian Fossey, la naturalista americana, che dedicò la sua vita, fino all’estremo sacrificio, alla tutela dei gorilla di montagna, sottraendoli all’estinzione.
Forse sembrerà stravagante che una donna americana decida di trasferirsi in Africa e lì trovi quello che dà un senso alla vita. Nell’immaginario collettivo, i gorilla sono delle creature che incutono timore perché considerati aggressivi. Dian ci mostrò che ogni essere vivente interagisce attraverso delle regole e che, rispettandole, è possibile stabilire una relazione.
Ogni anno sul nostro pianeta si estinguono diverse specie di piante e animali senza che questo venga considerato una perdita. Infatti, ciò che è lontano da noi, ciò che non intacca la nostra quotidianità, ciò che non ci riguarda emotivamente è come se non esistesse. Così senza accorgercene la Terra sta diventando sempre più povera delle sue risorse ambientali e naturali e questo accade il più delle volte per cinico interesse e per cattiveria, perché, come diceva Fossey, siamo lontani dal comprendere il vero valore della vita.
Nel luglio del 2015, su tutti i Tg mondiali, fecero il giro le immagini del dentista americano Walter Palmer appassionato di caccia sportiva, volato dagli Usa fino allo Zimbawe per uccidere, con arco e frecce, Cecil, un raro leone che viveva in riserva. Le foto pubblicate anche in tutti i siti Internet mostravano il corpo del leone privo di vita, accucciato e inerme quasi fosse sprofondato in un sonno improvviso, e alle spalle il medico americano che baciava la moglie con sguardo trionfante. Uccidere un animale che vive in un’area protetta significa avere una grande quantità di denaro per corrompere le guardie, servendosi dei bracconieri che lucrano su questi sporchi assassini di animali indifesi. Scorrendo le immagini postate sulla rete si può trovare un ampio e orrido catalogo di questi presunti uomini e donne forti che trovano una perversa soddisfazione nell’uccidere esseri viventi: si va dal cacciatore tedesco che paga a una guida del luogo ben 53 mila euro per uccidere, sempre in Zimbawe, l’esemplare di elefante più grande al mondo, per arrivare alla cacciatrice americana che dal Sud Africa, in jeans e maglietta leopardata, posta sui social il suo trofeo, cioè una rarissima giraffa nera.
Secondo “The Guardian” le statistiche dimostrano che più di 1,7 milioni di trofei sono stati venduti in tutto il mondo tra il 2004 e il 2014 – e almeno 200.000 di questi animali sono considerati dalla Iucn a rischio di estinzione.
Dian Fossey lavorava in un ambiente non differente da quello appena descritto e in Africa ci era arrivata quasi per caso per la prima volta nel 1963.
Ci era rimasta sette settimane, durante le quali aveva visitato il Kenya, la Tanzania, il Congo e lo Zimbawe. A rendere quel viaggio una svolta nella vita di Fossey furono però due incontri in particolare. Il primo fu quello con il primatologo statunitense George Schaller in Tanzania dove stava conducendo uno studio pioneristico sui gorilla di montagna: «Credo che fu quello l’istante in cui ebbi la percezione che sarei tornata in Africa, a studiare i gorilla di montagna», scrisse anni dopo Dian nel suo best seller Gorilla nella nebbia (1983). Il secondo incontro chiave fu quello con Louis Leakey, un altro famoso zoologo.
L’infanzia di Dian non era stata particolarmente felice: l’assenza del padre alcolista e la freddezza del patrigno e della madre la fecero rifugiare nella compagnia del suo pesciolino rosso e nella lettura dei libri sugli animali, infatti sognava di diventare veterinaria. Fu grazie al sostegno economico degli zii che riuscì a studiare e diventare terapista. Probabilmente è grazie alla competenza che aveva acquisito nelle dinamiche relazionali con i bambini disabili che sarà in grado di entrare in empatia con i gorilla. Dian li osserva minuziosamente, comprende il loro linguaggio, studia come si comportano in branco, fino ad essere accettata da loro non come una estranea  ma come un membro della loro famiglia. In questo modo aveva ricreato la famiglia che aveva perso e quella che non aveva mai avuto nella comunione rispettosa tra gli esseri umani e la natura, tra gli esseri umani e gli animali. Scrive ancora la primatologa: «l’uomo che uccide un animale oggi, è l’uomo che domani ucciderà la gente che lo disturberà». Dian conosceva tutti i gorilla della zona e aveva stretto con loro un rapporto filiale, soprattutto con Digit, leader di uno dei sottogruppi che lei amava di più. Il 31 dicembre 1977, la vita della donna cambiò drasticamente perché Digit, orribilmente mutilato, venne trovato senza vita. La situazione peggiorò quando poche settimane dopo altri due gorilla furono uccisi mentre proteggevano il loro cucciolo, che morì a sua volta per le conseguenze dell’aggressione. Da quel momento in poi la ricercatrice dedicò tutte le sue energie alla lotta ai bracconieri e anche alle organizzazioni internazionali che puntavano ad aumentare il turismo nella zona. Il 26 dicembre 1985 Dian Fossey venne uccisa nella sua capanna sui Monti Virunga a colpi di machete. Riposa nel piccolo cimitero dei gorilla nel cortile di quello che resta del suo campo di Karisoke, a pochi passi dalla tomba di Digit. Il suo epitaffio recita: «Nessuno amò i gorilla più di lei».
Quali gli insegnamenti da trarre da questa storia? Intanto, quello di avere una passione, l’unica vera linfa vitale che porta avanti la vita; non smettere di costruire sé stessi anche quando si è soli e in frantumi; trovare sempre un nuovo punto di vista che ci aiuti a capire chi è diverso da noi anche se appartiene ad una specie diversa. Bob Campbel, il fotografo del “National Geographic”, che seguì e documentò il lavoro di Dian per tre anni dice che «nessuno mai come lei aveva avvicinato i gorilla di montagna con tanta naturalezza e comunione». Come fare memoria di Fossey? Lei ci ha mostrato la possibilità di comprendere una grammatica diversa che lega ogni essere vivente di questo pianeta, l’unica casa che abbiamo di cui non siamo gli onnipotenti e deliranti proprietari quanto piuttosto i custodi dell’enorme bene che ci è stato consegnato. Ci ha indicato la via dell’armonia e della pacifica convivenza, il rispetto per tutte le forme di vita diversa dalla nostra.
Ma la strada è ancora molto lunga.
Scrive Tiziano Terzani: «Che errore è stato allontanarsi dalla natura! Nella sua varietà, nella sua bellezza, nella sua crudeltà, nella sua infinita, ineguagliabile grandezza c’è tutto il senso della vita».

 

Articolo di  Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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