Diventare un mito senza essere una principessa e senza chiamarsi Sissi

Elisabetta di Baviera (Monaco, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898)
Chi come me, suo malgrado, frequenta i canali televisivi per l’infanzia si sarà sicuramente imbattuta nella serie animata La principessa Sissi liberamente tratta dalla storia di Elisabetta di Baviera. La protagonista è una sedicenne di carattere buono e gentile, con lunghi capelli castano ramati e occhi azzurri, è anche una principessa ed è chiamata da tutti Sissi. Incontra casualmente il suo “principe azzurro”, Franz, se ne innamora e deve lottare per vedere coronato il suo sogno d’amore. Fortunatamente la mia secondogenita quattrenne non mostra particolari attitudini per le principesse, gli amori contrastati e le atmosfere fiabesche altrimenti credo che l’avrei delusa dicendole che la protagonista del cartone animato nella realtà non era una principessa, non era soprannominata Sissi e soprattutto la sua storia fu diversa da come viene raccontata nella serie.
Ad alimentare la fama e i “falsi” miti che ruotano attorno all’immagine dell’ultima imperatrice dell’Impero austro-ungarico contribuì indubbiamente la famosa trilogia di Ernst Marischka girata negli anni
Cinquanta. L’interprete principale fu l’indimenticabile Romy Schneider che, come accade spesso ai personaggi che diventano mito, rimase intrappolata in un ruolo che non solo condizionò la sua carriera, ma anche la sua vita. Per quelle strane e inspiegabili corrispondenze che a volte accadono, come il volto di Romy fece il giro del mondo dando vitalità e corpo all’immagine di Elisabetta, così il destino dell’imperatrice segnò la tragica storia dell’attrice che, come lei, perse un figlio e morì improvvisamente e inaspettatamente.
Innanzitutto Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach nacque a Monaco il 24 dicembre 1837 dai duchi di Baviera, Massimiliano e Ludovica, quindi non principessa, ma duchessa. Pur essendo entrambi discendenti della famiglia reale dei duchi di Baviera, i genitori
appartenevano a due rami diversi: collaterale quello del padre; diretto quello della madre. Il fatto di aver sposato un uomo di rango inferiore impedì a Ludovica di partecipare alla vita di corte, che le era preclusa anche dalla condotta del consorte poco avvezzo all’etichetta e alla vita familiare, ma ben più propenso alle relazioni extraconiugali che gli portarono molti figli illegittimi. La lontananza dalla vita di corte e l’infelicità coniugale non piegarono la forte tempra di Ludovica, ma la portarono a dedicarsi totalmente e personalmente alla cura e all’educazione dei figli, cosa eccezionale per l’epoca nelle famiglie aristocratiche, offrendo a Elisabetta un modello esemplare di affetto materno che lei stessa avrebbe voluto proporre ai suoi figli.
Nonostante la famiglia trascorresse gran parte dell’anno nel palazzo di Monaco, l’infanzia e l’adolescenza di Elisabetta furono allietate dai soggiorni estivi presso Possenhofen, in uno splendido castello circondato da una natura incontaminata, nella quale la giovane duchessa ebbe modo di trovare quella pace e quella serenità che il suo animo eccessivamente sensibile spesso le negava, determinando stati di profonda malinconia che preoccupavano soprattutto la madre. A seguito di uno di essi, Ludovica decise di portare con sé Elisabetta a Ischl, residenza estiva d
ella famiglia reale, dove si sarebbero dovute svolgere le celebrazioni per il compleanno di Francesco Giuseppe, l’imperatore suo nipote e futuro marito dell’altra sua figlia Elena. Durante questo soggiorno, Francesco Giuseppe si innamorò di Elisabetta, preferendola a Elena, e chiese alla madre, l’arciduchessa Sofia, sorella di Ludovica, di prendere come sposa Lisi. Questo era, infatti, il soprannome con cui Elisabetta era chiamata in famiglia e che venne storpiato in Sisi dall’imperatore che mal interpretò la firma della fidanzata nelle lettere che si scambiarono durante i mesi successivi all’incontro. Il termine Sisi venne utilizzato poi nell’intitolazione viennese di un museo dedicato proprio all’imperatrice Elisabetta; mentre il più noto Sissi fu opera di Ernst Marischka che lo scelse come titolo per i suoi tre film.
Il cambiamento radicale di ritmi di vita e la rigida etichetta di corte soffocarono l’animo sensibile e libertario di Elisabetta che manifestò presto questo suo disagio accusando sintomi di natura psicosomatica quali tosse continua, febbre e stati d’ansia. Il rapporto con la suocera fu da subito molto difficile e conflittuale: la donna, legata alla tradizione e all’etichetta, considerava la nuora inadeguata al ruolo a causa dell’educazione semplice e poco aristocratica che le era stata impartita, ma anche per l’indole troppo ribelle. Per questo la costrinse a corsi accelerati di francese, italiano, storia dell’Austria e galateo di corte per tentare di trasformarla in un’imperatrice. Le prime due figlie furono poi tolte a Elisabetta per essere allevate personalmente dalla nonna paterna e ciò venne vissuto dalla giovane madre con profondo turbamento e dolore amplificato anche dall’atteggiamento compiacente di Francesco Giuseppe nei confronti dell’arciduchessa Sofia. Elisabetta comunque non si sottrasse al suo ruolo e adempì ai compiti di rappresentanza che le venivano richiesti, suscitando nei sudditi quella stima e quell’ammirazione che le
erano negate a corte. I diversi viaggi di Stato, compiuti insieme al marito, le furono estremamente utili innanzitutto per influenzare il consorte rivendicando per sé i ruoli di moglie e madre che spesso le venivano negati a causa delle eccessive ingerenze della suocera; ma anche per comprendere quanto l’immagine della monarchia asburgica si fosse deteriorata in Paesi in cui lo sviluppo di un forte sentimento patriottico andava di pari passo con la rivendicazione dell’indipendenza. Tra le concessioni che Elisabetta riuscì a ottenere dal marito, ci fu quella di poter condurre con sé le figlie durante i viaggi di Stato, ma quello in Ungheria per lei e per l’imperatore fu tragico in quanto persero la loro prima figlia Sofia a causa di una fulminea malattia. L’atroce sofferenza per la morte della bambina e il lacerante senso di colpa portarono l’imperatrice a lunghi e ostinati digiuni alternati con estenuanti allenamenti fisici; questa condotta, che si sarebbe ripresentata costantemente nella vita di Elisabetta, ha fatto ipotizzare che fosse affetta da una grave forma di anoressia nervosa. Tutto ciò la portò ad abdicare al suo ruolo di madre affidando completamente la secondogenita alle cure della nonna paterna.
La nascita del terzogenito, Rodolfo, non migliorò lo stato di salute dell’imperatrice che trovava un po’ di sollievo solo frequentando la sua famiglia d’origine. Dopo la
Seconda guerra d’indipendenza italiana, che causò all’Impero austro-ungarico la perdita della ricca Lombardia, i rapporti coniugali tra Francesco Giuseppe ed Elisabetta si deteriorarono a seguito anche dei presunti tradimenti di lui; Elisabetta sprofondò in una delle sue crisi peggiori a seguito della quale e delle gravi complicazioni polmonari il medico di corte consigliò un lungo periodo lontano da Vienna che fu trascorso a Madeira dove sembrò riprendersi. Rientrata a Vienna, visse un periodo meno tormentato accanto al marito, con cui concepì un’altra figlia, e ricevette un importante riconoscimento venendo incoronata regina d’Ungheria, terra a cui era molto legata.
La fine degli anni
Ottanta fu però nuovamente segnata dalla tragedia: prima la morte di Ludwig di Baviera, cugino a cui era molto legata, e poi il suicidio del figlio, erede al trono, Rodolfo, trovato morto insieme alla sua amante. Da quel momento l’imperatrice decise di vestirsi di nero, di disertare il più possibile la corte viennese e di dedicarsi quasi completamente ai viaggi. Fu proprio durante uno di essi, a Ginevra, il 10 settembre 1898, che venne uccisa dall’italiano Luigi Licheni, che l’accoltellò. Il presunto anarchismo dell’assassino quale movente è oggi messo in discussione da alcuni studiosi che sostengono che in realtà Licheni avesse voluto compiere un gesto in grado di dare importanza al suo nome o addirittura che con esso avrebbe voluto simbolicamente punire la madre che l’aveva abbandonato.
Elisabetta di Baviera aveva sessanta anni. Aveva passato la sua vita cercando di essere all’altezza di un ruolo che le andava troppo stretto e lo aveva fatto coltivando in modo ossessivo la sua bellezza alla ricerca di una perfezione fisica che potesse compensare quel costante senso di inadeguatezza e di vuoto interiore che provava a corte, prima, e ben presto anche accanto al marito. Non molti sanno che ebbe un’intensa passione,
tenuta segreta, e cioè l’amore per la poesia, in particolare per quella di Heinrich Heine. Alla lettura affiancò anche la scrittura che la portò alla stesura di un diario il cui destinatario era un’anima del futuro. Si firmava Titania, la regina delle fate della commedia di Shakespeare Sogno di una notte di mezza estate, e continuò fino alla morte del figlio Rodolfo. Lasciò i suoi scritti alla dama di compagnia con il compito di affidarli ai suoi parenti affinché venissero pubblicati sessant’anni dopo, negli anni Cinquanta del XX secolo, ma in realtà ciò accadde solo nel 1980 grazie a Brigitte Hamann, una delle sue più appassionate biografe.
Anche se non le viene riconosciuto un grande valore artistico, la poesia di Elisabetta aiuta a comprendere chi fu o tentò di essere,
divisa fra un’opinione pubblica che vide in lei l’immagine di una principessa triste, titolo che, come abbiamo visto, non aveva, e le cronache di corte che condannavano il suo comportamento anticonformista e libero ritenendolo inadeguato.

Solitaria vago in questo mondo,
alla gioia, alla vita da tempo ho voltato le spalle;
con nessuno condivido la mia vita,
mai vi fu alcuno che mi abbia capita
(da Alle anime del futuro)

 

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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