La Seconda guerra mondiale (1943-1945). La Resistenza in Italia e in Europa

Capitolo12.2_indice02_Vitamine

La Resistenza contro il Nazifascismo è un fenomeno generalizzato e multietnico che non si può circoscrivere a nessuna area geografica specifica.
La popolazione francese, ancora traumatizzata dal ricordo della brutalità tedesca durante la I Guerra mondiale e inoltre demoralizzata dall’esito della guerra di Spagna, oppone una resistenza piuttosto debole davanti all’invasione tedesca. La Francia viene divisa tra una parte occupata e una in mano a un governo-fantoccio che fa gli interessi tedeschi. Ma l’immagine della svastica che sventola su Parigi scuote gli animi e riaccende il nazionalismo antitedesco. Charles De Gaulle, generale dell’esercito francese sconfitto, si rifugia a Londra, dove collabora con gli alleati e inizia a organizzare la Resistenza nel momento in cui la Germania è indebolita. Migliaia di giovani formano le bande dei maquis, gruppi armati democratici o comunisti che combattono l’invasione con sabotaggi e una vera e propria guerriglia nei boschi della campagna francese.

1.Componenti maquis a La Tresorerie (Boulogne-sur-Mer)
Componenti maquis a La Tresorerie (Boulogne-sur-Mer)

Dopo l’esperienza spartachista, in Germania è mancata una resistenza di massa contro il regime, che anzi ha goduto di un largo sostegno quasi fino alla fine. Tutti i partiti della sinistra colpiti dalla repressione si sono rifugiati nel silenzio; la propaganda contro il regime è stata portata avanti da un ristrettissimo gruppo di protestanti chiamato La Rosa Bianca, troppo debole e poco numeroso per poter durare. Gli esponenti principali della Rosa Bianca, entrambi ghigliottinati nel 1943 giovanissimi, sono i fratelli Hans e Sophie Scholl. Nell’autunno del 1944, quando la disfatta è ormai imminente, alcuni giovani tedeschi tentano un colpo di mano per assassinare Hitler e mettere fine alla guerra. Ma l’iniziativa fallisce.

2. Hans e Sophie
Hans e Sophie Scholl

Invece la guerriglia della penisola balcanica è forte e determinata. La resistenza albanese e quella greca saranno decisive per la cacciata degli occupanti, tedeschi e soprattutto italiani. Una delle più forti resistenze antifasciste si ha invece in Jugoslavia agli ordini del maresciallo Tito, comunista ma autonomo rispetto a Mosca. Molti nazionalisti in Jugoslavia combattono anche contro l’occupazione italiana dell’Istria e della Dalmazia. In Jugoslavia la Resistenza diventa anche una guerra contro l’Italia per la riconquista delle terre jugoslave assegnate al Regno d’Italia dopo la I guerra mondiale, ovvero la città di Fiume, la Dalmazia e l’Istria fino a Trieste. Migliaia di persone non comuniste di nazionalità italiana (prevalentemente fascisti, collaborazionisti e “repubblichini” ma non solo) vengono espulse dalle zone non più italiane e spesso arrestate dai partigiani di Tito, torturate e gettate nelle cavità naturali di origine carsica note come foibe di cui le Alpi Giulie sono piene. Questo trattamento era già stato riservato in precedenza alle genti di lingua slava da parte del regime fascista nel tentativo di italianizzarle forzatamente. Dopo la fine della guerra, gli accordi internazionali assegneranno alla Jugoslavia le province di Lubiana (attuale Slovenia), Pola, Fiume e Zara (attuale Croazia) e parte di quelle di Gorizia e Trieste: la redistribuzione delle terre contese determina l’allontanamento delle decine di migliaia di famiglie italiane che hanno abitato l’Istria e la Dalmazia tra il 1919 e il 1945. La vicenda delle foibe sarà poi strumentalizzata in chiave nazional-vittimista dai movimenti neofascisti italiani.

3. Le foibe
Le foibe

In Italia i partiti diversi da quello fascista sono stati messi al bando nel 1925 con le leggi fascistissime. Il leader comunista Antonio Gramsci, principale teorico dell’Internazionale, era stato arrestato per le sue idee prima ancora che il suo partito fosse dichiarato illegale. Con l’avvicinamento tra il regime fascista e il Vaticano, anche il Partito Popolare di ispirazione cattolica ha rinunciato a osteggiare il governo. Le leggi razziali e l’alleanza con la Germania hanno fatto perdere consensi a Mussolini, ma la repressione è ancora abbastanza forte da tenere sotto controllo il Paese. Nel 1943, quando è chiaro che l’Italia fascista sta perdendo la guerra e che le promesse di gloria fatte da Mussolini erano false, il malcontento torna a farsi sentire. Nei primi mesi del 1943 tutte le principali città e basi militari italiane (tranne Venezia) subiscono pesanti bombardamenti inglesi. A marzo a Torino esplode il primo sciopero di massa dell’Italia fascista. A giugno l’esercito americano sbarca in Sicilia e la popolazione locale non si oppone. Mussolini sta perdendo anche la fiducia di chi nella guerra ci aveva creduto. Il 19 luglio l’ultimo bombardamento inglese si abbatte sul quartiere romano di San Lorenzo, importante scalo ferroviario della capitale.

4. San Lorenzo
Roma. San Lorenzo dopo il bombardamento

Con lo sbarco in Sicilia il consenso verso il regime è ai minimi storici. Subito dopo la sfiducia a Mussolini del 25 luglio, il Re lo fa rinchiudere in una prigione in Abruzzo, ma viene liberato dai soldati tedeschi e condotto in Lombardia, dove è incaricato dalla Germania di ricostruire uno Stato fascista nel Nord Italia. Così nel settembre 1943 nasce la Repubblica Sociale Italiana con capitale Salò: il Fascismo è tornato a sostenere idee repubblicane come prima del 1921, ma stavolta Mussolini è solo un fantoccio di Hitler e non ha più nessun potere decisionale.
Quando l’8 settembre i tedeschi invadono l’Italia in seguito alla notizia dell’armistizio, l’esercito si ritrova senza capi né ordini in una situazione di totale sbandamento. Quando il 10 settembre i tedeschi arrivano a Roma, il Re è già scappato a Brindisi su un’imbarcazione americana senza lasciare una figura di riferimento al suo posto. I soldati italiani catturati vengono fatti prigionieri dai tedeschi e deportati con l’accusa di tradimento. Molti di questi soldati riescono a sfuggire ai rastrellamenti, tengono le armi e si nascondono in montagna. Qui si formano le prime brigate partigiane. Sono composte da ex soldati ed ex ufficiali e molti civili, quasi tutti giovanissimi. Nelle bande partigiane è fondamentale il ruolo delle donne: molte di loro combattono insieme agli uomini, altre gestiscono i rifornimenti di viveri e le comunicazioni tra i gruppi armati nel ruolo di staffette, altre ancora offrono sostegno logistico e nascondigli nei paesi e tra la popolazione civile.

5. Partigiane e partigiani
Partigiane e partigiani

Alla Resistenza italiana partecipano tutte le correnti politiche antifasciste collaborando insieme. E di nuovo molte delle formazioni combattenti sono egemonizzate dai partiti: le Brigate Garibaldi obbediscono al Partito Comunista, le Brigate Matteotti rispondono al Partito Socialista e le Brigate Giustizia e Libertà fanno riferimento al Partito d’Azione, laico e antiliberista ma disobbediente a Mosca. Sono numerose anche le formazioni cattoliche, liberali e persino monarchiche e badogliane; il vecchio Partito Popolare rinasce con il nuovo nome di Democrazia Cristiana. L’Unione Sovietica riconosce il governo Badoglio. Tutti i partiti, incluso quello comunista, vengono riconosciuti da Washington ed entrano in trattative con il “governo di Brindisi”, creato da Badoglio e dal Re sotto il controllo americano. Stalin ordina a Togliatti, leader del PCI, di entrare nel governo Badoglio e rinunciare alla pretesa che il Re responsabile della guerra e della dittatura abdichi, cosa che invece stava a cuore al dirigente comunista. Così sotto la guida di Pietro Badoglio nasce il primo governo di unità antifascista con sede a Salerno: questa riconciliazione tra il PCI e le forze monarchiche e liberali prende il nome di «svolta di Salerno». Da questo nuovo accordo nasce il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), che organizza la Resistenza. Con la svolta di Salerno, il Partito Comunista ha di fatto rinunciato alle posizioni rivoluzionarie per cui era nato ed è entrato in un governo borghese.
Nel Nord Italia vengono istituite varie Repubbliche Partigiane, piccoli territori che si sottraggono al dominio nazifascista formando per brevi periodi Città-Stato autonome con governi propri. La più famosa di queste è la città di Alba, sulle colline piemontesi delle Langhe, la cui esperienza è narrata da Beppe Fenoglio nel racconto I ventitré giorni della città di Alba; nella Libera Repubblica Partigiana della Val d’Ossola la comunista milanese Gisella Floreanini diventa Ministra dell’assistenza sociale prima ancora che le donne abbiano ufficialmente ottenuto il diritto di voto in Italia.

6. Gisella Floreanini
Gisella Floreanini

La Resistenza italiana è fatta da più guerre contemporaneamente. Anche la sinistra internazionalista prende parte a una guerra patriottica contro l’occupazione tedesca; in gran parte si tratta anche di una guerra civile interna a un popolo che si combatte tra italiani fascisti e italiani antifascisti; e l’altro elemento da non dimenticare è che molti partigiani stanno portando avanti anche una guerra anticapitalista che, una volta abbattuto il Fascismo, dovrebbe poi trasformarsi in Rivoluzione sociale. Ma l’alleanza tra comunisti e partiti borghesi mette un fermo alle speranze rivoluzionarie.
Il 27 settembre del 1943 Napoli insorge. Nel giro di quattro giornate di lotta armata, le formazioni partigiane e la popolazione civile riescono a cacciare i tedeschi. Quando i soldati americani raggiungono la città, non c’è niente da liberare. Vista la sconfitta, la repressione nazista si fa ancora più spietata: per ogni tedesco morto saranno fucilati dieci italiani.
Tra le formazioni partigiane dobbiamo ricordare i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), piccole bande comuniste che agiscono nelle grandi città con “attentati” e sabotaggi ai danni delle strutture logistiche e delle persone responsabili dell’occupazione. Quella degli attentati è l’unica guerra possibile quando i rapporti di forza non consentono guerre “canoniche”; ma i tedeschi, colti alla sprovvista da questi attacchi, reagiscono con una violenza ancora superiore. A Venezia viene trovato un soldato annegato in un canale perché ubriaco e il comando tedesco risponde fucilando sette uomini a caso fatti uscire dalle proprie abitazioni nel luogo che tuttora si chiama Riva de i Sette Martiri.
A marzo del 1944 i GAP romani nascondono un ordigno esplosivo nei cassonetti della spazzatura al passaggio di una colonna tedesca presso via Rasella causando trentatré morti tra i soldati nemici: il comandante tedesco Priebke come rappresaglia ordina che trecentotrentacinque italiani, in maggioranza molto giovani, scelti a caso nelle carceri tra oppositori politici e detenuti comuni siano trucidati presso le grotte note come Fosse Ardeatine, poi i loro corpi sono nascosti facendo saltare le cave con delle mine. A Marzabotto, Chiavari, Sant’Anna di Stazzema, si registrano altri eccidi. Il 6 giugno 1944 Roma insorge. Si combatte nelle strade di tutti i quartieri. La popolazione civile, insieme alle bande partigiane, caccia l’invasore; solo più tardi arrivano gli americani e trovano una città distrutta ma già liberata.
L’avanzata verso Nord è lenta e faticosa. Mussolini travestito da soldato tedesco tenta di scappare in Svizzera ma viene riconosciuto e arrestato dai partigiani.

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Bologna, 25 aprile 1945

Il 25 aprile 1945 il CLN proclama l’insurrezione generale in tutto il Nord Italia. Milano insorge e i tedeschi scappano. Tre giorni dopo si libera anche Venezia. Il Duce viene fucilato e appeso per i piedi in piazzale Loreto a Milano (dove pochi giorni prima i fascisti avevano trucidato un gruppo di partigiani), contrariamente a quanto richiesto dai vertici alleati: l’accordo tra i capi partigiani e lo Stato Maggiore dell’esercito d’oltreoceano era di arrestare Mussolini ma consegnarlo vivo, invece chi lo arresta non si fida e preferisce eliminarlo subito per evitare sorprese. Sorprese che non sono escluse, dal momento che numerosi gerarchi nazisti saranno poi responsabili delle dittature latinoamericane dei decenni successivi. Con la morte di Mussolini la guerra italiana è finita.
È finita la guerra di liberazione ma molti partigiani comunisti e anarchici vorrebbero proseguire la lotta armata antifascista e trasformarla in Rivoluzione sociale anticapitalista. Tra il 1945 e il 1946 sarà il PCI, ormai parte della struttura borghese del nuovo Stato, a far deporre loro le armi, minacciando in caso contrario un intervento militare nei loro confronti con l’appoggio delle truppe angloamericane ancora presenti in Italia.

In copertina. Anna Magnani in una scena del film Roma città aperta, 1945

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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