Il Tevere e Roma, la piena del 1870 e gli sviluppi successivi

Roma e il Tevere. La città e il suo fiume. Un rapporto necessario benché non sempre idilliaco, come testimoniano le centinaia di epigrafi marmoree sparse per il centro cittadino a perpetua testimonianza delle piene del passato. Fra le tante, il 29 dicembre 1870, a soli tre mesi dall’annessione della città eterna al Regno d’Italia (20 settembre 1870), si verificò l’ennesima, terribile inondazione. Gran parte del centro finì sott’acqua. Il fiume raggiunse i 17,22 metri di altezza presso l’idrometro di Ripetta (operativo dal 1821, poi sostituito durante la costruzione degli argini). La catastrofe spinse il Governo del Regno d’Italia all’impatto frontale con la problematica, antica come la città stessa. Il Ministero dei lavori pubblici istituì un servizio per monitorare i livelli di piena attraverso un certo numero di idrometri, posizionati sui ponti più importanti. Inoltre, venne istituita una commissione per esaminare proposte relative ad interventi da adottare. Dopotutto, neanche due mesi dopo la piena, Roma sarebbe stata eletta capitale, una capitale conquistata al grido di “O Roma o morte”, l’unica città in grado di dare giustificazione storica e identitaria alla nascita del Bel paese e, dunque, non poteva più essere lasciata in balia delle sue fragilità.
La commissione selezionò uno dei progetti candidati alla realizzazione. Tale progetto includeva, fra i vari punti, la realizzazione degli argini (noti come “muraglioni”) e la parziale modifica del corso del fiume per renderlo più regolare. Dopo qualche anno di inattività dovuto all’assenza di risorse, nel 1875 riuscirono a partire i lavori. Infatti, in quell’anno Garibaldi propose una legge che permise di considerare come opere di pubblico interesse gli interventi necessari a proteggere Roma dalle inondazioni. La costruzione dei muraglioni fu ultimata nel 1926.
Nei decenni successivi furono attuati ulteriori interventi. Per esempio, nel 1940, in pieno regime fascista, venne inaugurato in pompa magna (e pubblicizzato come “la più grande opera idraulica del regime”) il Drizzagno di Spinaceto, un canale artificiale che ha portato alla riduzione del corso del Tevere di circa 2,7 tortuosi chilometri, sostituendoli con un rettilineo. Ancora, tra il 1959 e il 1963, venne edificata la diga di Corbara (che diede origine al limitrofo lago artificiale) con il prezioso scopo di contenimento delle acque.
Nel 2001 è stato condotto, dal Servizio idrografico e mareografico nazionale, uno studio completo sulle piene del Tevere. Centinaia di fonti storiche sono state consultate, analizzate, catalogate. Il risultato è un documento dettagliato sulle piene verificatesi, nel corso della storia, nella città eterna. In particolare, per quanto concerne il periodo che va dall’anno 1000 al 1870, risultano essersi verificate 24 piene di portata eccezionale (ovvero di altezza superiore a 16 metri all’idrometro di Ripetta). 21 sono documentate dalle epigrafi sparse per la città e tre sono state individuate, analizzando altre fonti, nel corso della ricerca. Da quanto è possibile apprendere dallo studio, l’ultima piena importante ad aver colpito Roma risale al dicembre 1937 con un’altezza idrometrica a Ripetta di 16,84 m.
I vari interventi attuati durante il Novecento hanno certamente salvato la città dal finire periodicamente sott’acqua. Certo, in alcuni casi, tali interventi hanno richiesto difficili compromessi, fra questi l’abbattimento del porto di Ripetta e di diversi edifici, alcuni dei quali di particolare rilevanza storico – artistica, che costeggiavano il fiume. Inoltre, tutti i ponti hanno dovuto subire alcune modifiche affinché potessero essere allacciati ai nuovi lungotevere.
Per quanto riguarda le ultime piene, di maggiore rilievo (soprattutto per la prossimità temporale) è stata quella del 12 dicembre 2008. In quel giorno la città, come in passato, si  ritrovò con il fiato sospeso. La piena toccò i 12,5 m all’idrometro di Ripetta. Diversi barconi ruppero gli ormeggi e finirono con l’incastrarsi nelle arcate di Ponte Sant’Angelo, creando uno spaventoso “effetto diga”. Recentemente, l’allora capo della Protezione civile Guido Bertolaso ha dichiarato che, nei momenti più critici della piena, venne valutata la possibilità di far saltare il ponte. Fortunatamente l’allarme rientrò e la piena si smaltì naturalmente.

In copertina: immagine tratta dal dipinto La piena del Tevere del 1870, Elihu Vedder (New-York 1836-Roma 1923), conservato al Museo di Roma.

 

Articolo di Ettore Calzati Fiorenza

gJaZLDNROssessionato dalla comunicazione, sostenitore della scienza e dell’importanza del dubbio perché, in fondo, quasi nulla di cui ci crediamo certi è effettivamente tale. Tra i miei interessi principali rientrano anche la letteratura, le arti figurative e la musica. “Le parole sono tutto quello che abbiamo” e per questo faccio del mio meglio per mantenere quelle date, usque ad finem.

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