Editoriale. Nate e nati sotto il segno della parità. Che sia l’anno delle parole di genere.

Carissime lettrici e carissimi lettori,
come vuole la tradizione scrivo a tutte e a tutti voi i migliori auguri per questo anno ancora neonato.
Che sia un anno pieno di bene, di bellezza e di pace, perché tra etica estetica e buona politica possiamo vivere e portare alle nostre figlie e ai nostri figli, non solo quelli biologici, i segni di un rinnovamento globale, interno a noi e nella realtà comune che avranno il compito di proseguire con l’eterno passaggio di testimone tra le generazioni.
Che sia un anno pieno di giustizia sociale, dove vengano trovate soluzioni per i problemi più planetari della fame e della sete, cominciando dal piccolo passo privato della drastica riduzione degli sprechi personali che sono quelle famose gocce che fanno l’oceano, fino alle ingiustizie più domestiche della mancanza di lavoro, della costrizione delle giovani e dei giovani, spesso con una laurea in tasca, ad andare di nuovo fuori delle loro terre d’origine per lavorare, come un tempo hanno fatto i loro nonni e bisnonni (ma anche tante donne).
Che sia un anno in cui la parola guerra metta più timore e non si copra del pretesto di esportazione della democrazia, perché la democrazia, il governo del popolo non può, non deve nascere dal sangue.
Che sia un anno in cui non dobbiamo auspicare governi forti, uomini e donne soli al comando, perché non c’è mai giustizia dove c’è prevaricazione di una persona che decide per tutti, ma è lì dove può esistere la voce dell’opposizione un’opposizione, anche di piazza, importante sempre, che sia civile e rispettosa dei pensieri altrui. Sia dunque quest’anno anche l’anno i cui i politici nostrani imparino a tenere un comportamento adeguato negli innumerevoli talk show televisivi con la capacità di alternarsi nel dialogo evitando la bagarre del sovrapporsi delle voci, dei toni alti (solo di decibel) delle volgarità, sempre inutili, e della mancanza di rispetto, non solo reciproca, ma anche di chi vorrebbe ascoltare e (posso permettermi?) di pessimo esempio per la parte giovane della società.
Che sia un anno in cui non si parlerà di odio e di muri, che prima di essere fuori, sono dentro di noi. Che sia un anno in cui nessuna sindaca e nessun sindaco sia accusato ed esiliato dal proprio paese perché è stato capace non solo di accoglienza, ma anche di inclusione nel proprio gruppo sociale di chi bussava alle porte dell’aiuto e della disperazione.
Che sia un anno pieno di sorellanza vera tra noi donne. Che sostenendo la strada e le conquiste portate avanti da ciascuna possiamo vivere al fianco e non un passo indietro alla metà del cielo che ci accompagna, nella vita pubblica e privata. Che possiamo insieme tutte essere valorizzate per le nostre capacità e non penalizzate dal genere di appartenenza.
Ma soprattutto che sia un anno nel quale le donne non debbano più essere offese, violentate, minacciate, perseguitate e uccise per mano dei loro compagni di vita. Che siano libere delle loro scelte, come lo debbano essere gli uomini. E che non si facciano più soffrire le bambine e i bambini che troppo spesso assistono alle violenze, anche verbali, e diventano involontari testimoni del sangue versato proprio sul pavimento di casa, il luogo che dovrebbe proteggere. Che non si dica più, come auspica l’autrice di un articolo di questo primo numero della nostra rivista nel 2020, che “le donne sono le peggiori nemiche delle donne” perché è un ulteriore stereotipo che ha solo l’effetto di dividere per non costruire.
Che sia l’anno delle parole di genere nel quale nominare significhi indicare la presenza delle donne e degli uomini nella loro realtà sociale per collocarle e collocarli nel loro ruolo professionale. Dire e scrivere che a dirigere una città c’è una sindaca o un sindaco, che a capo di un cantiere c’è un’ingegnera o un ingegnere, che a difenderci in tribunale è un’avvocata o un avvocato è non solo importante, come dire, per la verità, la constatazione del fatto reale, ma è, e lo deve diventare sempre di più, doveroso. Perché nominare vuol dire dare esistenza a ciò che si nomina, questo è un fattore di cui non se ne deve più fare a meno nella conta del discorso che diventa modo di pensare e di palesare le presenze. Fino ad ora si è nominato solo al maschile, anche quando ad agire era (ed è ancora così purtroppo) una donna.
Che sia un anno pieno di viaggi perché la conoscenza di altri luoghi porta a capire la ristrettezza del limitarsi ai propri confini. Perché uscendo dalle nostre “faccende” vediamo che il nostro non è l’unico dei mondi possibili e senza dubbi il migliore. Quando vi auguro il viaggio non mi riferisco solo a quello reale fatto fisicamente spostandosi in un altro luogo, più o meno lontano dalla nostra casa, con bagagli e mezzi di trasporto, anche qui auguriamoci il più ecosostenibili possibili. Ma parlo anche di quel viaggio, anzi, di quegli innumerevoli viaggi fatti sedute e seduti in poltrona, sul divano, a termosifoni o caminetto acceso, ora che fa freddo, semmai anche già sotto le coperte, a costo zero. Sono i viaggi che facciamo accompagnati da un buon libro, guardando un film d’autore, che ci fanno vivere altre vite, visitare mondi anche fantastici, che rimandano ad altre metafore di viaggio. Ma parlo anche dei sogni, quelli belli, fatti abbracciate e abbracciati a noi stessi per capire meglio che cosa vogliamo in questo nostro viaggio che è la vita.
Dunque buon anno nuovo! Seppure secondo la tradizione popolare in questo 2020 già particolare nel suo aspetto grafico, specchio di se stesso nelle due parti che ne compongono la cifra, c’è un richiamo all’aspetto funesto: è bisestile. La cosa nascerebbe dall’antica Roma che fissava al mese di febbraio (mensis feralis) i riti funebri e di purificazione (ne è rimasta traccia nella quaresima dei cristiani che in buona parte si svolge in questo mese) e la celebrazione delle Terminalia in onore di Termine, il dio dei confini. Sarebbe proseguita poi, dopo una maledizione del nonno del Savonarola nel XV secolo, in tempi più recenti a causa di alcune infauste coincidenze (i terremoti, tra il 1908, il 1968 e 1976 di Messina, del Belice e del Friuli, ma non era bisestile il 1980, l’anno in cui tremò la terra in Irpina, mentre nel 2012, che invece era bisestile, non si spense per sempre l’umanità come era stato predetto!)
Crediamo, chiaramente che la continuazione tra un giorno e quello successivo sia simbolica e che tutto, avvenimenti e destini, proseguano il loro corso senza subire drastiche sterzate cominciando dall’attimo successivo alla mezzanotte dell’ultimo giorno di dicembre. Gli astrologi e le astrologhe avranno fatto puntualmente le loro considerazioni indicando, segno per segno dello zodiaco, i favoritismi del cielo, i mesi più adatti a fare scelte economiche, lavorative, amorose a seconda dell’ascendenza, se non addirittura della data e dell’ora della nascita, del cielo sotto il quale è avvenuta la nostra venuta al mondo, quella dei nostri cari e anche delle bimbe e dei bimbi che durante questi dodici mesi vedranno la luce del sole e degli astri tutti. Chi sarà il preferito tra l’ariete e i pesci? A chi le stelle faranno raccomandazioni di porre cautela nell’impresa o, invece, a chi daranno incitamento a mostrare audacia in amore? Staremo a vedere e controlleremo strada facendo non dimenticandoci un salutare sorriso e un pizzico di ironia!
Intanto più in là, alla fine di gennaio, precisamente il giorno 25, inizierà l’anno nuovo cinese che questa volta sarà, dopo l’ultimo del 2008, quello del Topo (gli altri sono stati il 1912, 1924, 1936, 1948, 1960, 1972, 1984 e 1996). Secondo l’oroscopo i nati sotto il cielo di questi anni, e dunque anche chi nascerà nei prossimi mesi, sono gentili, arguti, versatili e coraggiosi, senza discriminazioni tra maschi e femmine. Si mostrano più affiatati con i nati negli anni del Bue, del Drago e del Coniglio, mentre andrebbero meno accordo con quelli del Cavallo e del Gallo. Comunque per i cinesi questo 2020 sarà un anno abbastanza positivo e questo, a crederci o no, sicuramente mette serenità!
Le astronome e gli astronomi, continueranno, invece, a scrutare il cielo con i loro strumenti, intendendolo solo come materia pulsante e viva, ma non influenzante il destino. Durante questo 2020 saranno osservate ben due eclissi solari: una, quella del 21 giugno, visibile anche dall’Europa e un’altra alla fine dell’anno, il 14 dicembre. Altro segno, quello delle eclissi, non certo positivo per i superstiziosi tutti! Sicuramente la scienza darà tanto quest’anno al mondo. Per noi donne, lo abbiamo già detto, di buonissimo auspicio è stata la rielezione a capo del Cern di Ginevra della professoressa Fabiola Gianotti che ci indica la speranza che è il valore e non il genere a guidare le scelte di chi viene messo al comando. E intanto Maria Pia Ercolini, ideatrice di Toponomastica femminile (donna dell’anno per la parità, per il supplemento D di Repubblica) e la professoressa Graziella Priulla sono entrate a far parte dell’elenco votato per le migliori femministe del 2019 appena concluso.
Noi ci auguriamo e vi auguriamo che l’anno a venire metta al centro la parola “La parola  – si trova scritto in un sito di carattere esoterico, Visionealchemica – è un razzo che percorre i mondi, scatenando forze ed entità e provocando effetti poderosi, che risultano irrefrenabili sia nel bene che nel male”. Questo a prova simbolica che un linguaggio corretto porta a una visione corretta della realtà, la indica e la spiega, la interpreta.
Cosa celebreremo e ricorderemo in questo 2020? Sarà l’anno delle Olimpiadi a Tokyo, dei campionati europei di calcio (quello maschile!), dell’Expo a Dubai e, soprattutto, dell’uscita, più volte posticipata, della Gran Bretagna dalla Comunità europea: il 31 gennaio sarà il giorno della Brexit. In Italia le elezioni regionali (tra gennaio e la primavera) fanno presentire, per alcuni, serie ripercussioni a livello governativo, della politica del Paese intero, una debolezza o, al contrario, un rafforzamento a seconda del risultato. Sarebbe molto bello, invece, che quest’anno ritornassero alle urne e all’impegno sociale le ragazze e i ragazzi da troppo tempo rimasti in una situazione del privato e dei social alienanti.
Il 2020 sarà l’anno in cui si continuerà a celebrare quel genio totale che fu Leonardo da Vinci. Seppure è nel 2019 che ne abbiamo ricordato il cinquecentenario della morte sarà l’anno appena iniziato a continuare a ricordarlo fino al 15 aprile, giorno del suo compleanno. Ma questo sarà anche l’anno di Raffaello, il pennello di Urbino che morì, a soli trentasette anni e nel giorno del suo compleanno, il 6 aprile 1520.
Parleremo sicuramente di personaggi di prestigio come Ludwig Van Beethoven (a duecentocinquanta anni dalla nascita, il 16 dicembre 1770), del noto scrittore Dickens (anniversario della morte, nel 1870) o di Vladimir Il’i
č Ul’janov, meglio conosciuto, amato e odiato, come Lenin il promotore della Rivoluzione d’ottobre. Il cinema celebrerà due grandi: Federico Fellini e Alberto Sordi, nati entrambi cento anni fa.
Comincia oggi, sulla nostra rivista un nuovo appuntamento che ci accompagnerà per tante settimane, forse anche per un anno intero. Sarà una sorta di appendice a Le Mille, il bel libro scritto a più mani da tante toponomaste e curato da Ester Rizzo, toponomasta di Licata e il supporto di Barbara Belotti da Roma e Laura Candiani da Pistoia. Sono le storie delle donne celebri che, come succede spesso ragionando con l’editore durante la messa in opera del libro, sono rimaste fuori, pur essendo non meno importanti di quelle comprese nella stampa finale. Le pubblicheremo qui, cominciando dalla storia di Eva Mameli, la madre di Italo Calvino, la prima donna a ottenere in Italia la libera docenza in Botanica.
Saranno storie tutte da leggere perché, come ha scritto nell’introduzione Maria Pia Ercolini riguardo al volume al quale comunque queste storie che pubblicheremo qui appartengono a pieno diritto:
’l’obiettivo è quello di riequilibrare la nostra storia e la nostra cultura recuperando quello che le donne hanno realizzato, pensato, inventato nel tempo. È un viaggio nella storia femminile, una storia spesso taciuta, costellata di sconfitte, di divieti e obblighi, irta di ostacoli, chiusa in spazi angusti difficili da aprire, trasmessa spesso con disattenzione”.
Ci siamo dilungate molto sull’anno che verrà con gli auguri di speranza e di aspettativa. Mi scuso dunque con voi che leggete e soprattutto con chi ha scritto gli articoli di questo numero della rivista se non mi soffermerò, come al solito, a indicare il contenuto e sollecitarne la lettura. Solo un’eccezione per un articolo, quello che ci racconta dettagliatamente la mostra di Natal’ja Sergeevna Gon
čarova, a Palazzo Strozzi, a Firenze che, aperta alla fine di settembre, chiude i battenti tra otto giorni (il 12 gennaio) ed è davvero ricca di opere e bella da vedere!
Buona lettura a tutte e a tutti e buona scoperta di questo numero!

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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