Joan Baez. La voce della libertà

La platea del Teatro Lirico di Milano, il 29 maggio 1967, restò sbalordita nell’ascoltare una Joan Baez ironica e poliglotta. Non solo cantò in giapponese la prima strofa della celeberrima Blowin’ In The Wind di Bob Dylan raccontando che l’aveva imparata durante la sua recente tournée in Giappone, ma eseguì con pronuncia perfetta un brano tutto in italiano e da noi ben noto: C’era una ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, di Franco Migliacci e Mauro Lusini, appena portato al successo da Gianni Morandi e fattole conoscere dall’amico giornalista Furio Colombo. La registrazione di quel concerto, pubblicata nel 1970, documenta un pubblico rumoroso e indisciplinato, trattenuto a fatica dalla cantautrice statunitense ma che, una volta decollata l’inconfondibile voce, segue le canzoni in silenzio e, alla fine, prorompe in applausi entusiasti. Sola sul palco con la sua chitarra, Baez presentò i pezzi anche in un decoroso italiano e senza farsi intimidire dall’esuberanza della platea, che interveniva piuttosto sfrenata in risposta alle sue parole. Presentando Vagabondo, disse: «Ho scritto questa canzone per i giovani vagabondi che girano l’America in autostop ma è una canzone triste perché per molti giovani, oggi in America, non c’è nessun posto dove andare», al che il pubblico rispose rumorosamente: «Anche in Italia!». Come in tutti i suoi concerti in giro per il mondo, Baez ci tenne a spiegare e a contestualizzare e così, prima di cantare Ghetto, disse: «Questa canzone parla di un ghetto nero. Un ghetto è dove sono poveri e oppressi, dunque anche qui» e il pubblico apprezzò rumorosamente. Apprezzò anche il suo atteggiamento severo quando, all’ingresso delle forze dell’ordine nel teatro, interruppe Song for David, dedicata al leader del movimento contro l’obbligo di leva David Harris, e disse in italiano: «No! Fuori i carabinieri!».
Come negli altri suoi concerti, Joan Baez aveva esordito proclamando: «Sento sulle mie spalle la responsabilità del mio Paese, aggressore in Vietnam, e intendo oppormi come posso e con tutte le mie forze a questa violenza come a ogni altra violenza», e il pubblico le tributò un’ovazione. Baez sapeva bene di trovarsi al centro di una contraddizione: essere statunitense e insieme pacifista; far parte dello show business e sentirsi erede dei grandi cantori dei poveri come Woody Guthrie, Pete Seeger, Odetta e le infinite voci nere dell’America rurale e industriale; interpretare canzoni di protesta e d’amore insieme a vecchi brani religiosi. Il pubblico del Lirico reagì alla canzone in italiano in parte con sarcasmo: Gianni Morandi era una star che, fino a C’era un ragazzo – censurata dalla Rai perché “in polemica con la politica di uno Stato amico” – aveva cantato un’Italietta sentimentale e piccoloborghese e non era apprezzato da un pubblico contestatore, ma l’interpretazione di Joan Baez fece dimenticare le polemiche: la voce e la chitarra di Joan fusero la canzone insieme a quelle di Bob Dylan, al folk tradizionale e ai suoi stessi brani in un unicum di melodie e di storie pacifiste, spesso spiegate in italiano e accompagnate dall’invito a cantare con lei anticipando le parole delle strofe. Joan Baez, sola con la sua chitarra, alla fine fece a meno anche di quella e chiuse il concerto con un brano a cappella, Donna donna, che finì di conquistare il pubblico.

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Joan Baez nei primi anni Sessanta

Joan Chandos Báez, nata a Staten Island, New York, il 9 gennaio 1941, è figlia della scozzese Joan Bridge, professoressa di letteratura, e del messicano Albert Vinicio Báez, singolare figura di fisico pacifista che rifiutò di lavorare al Progetto Manhattan e di collaborare con l’industria bellica, a quei tempi (e non solo quelli) principale committente di progetti scientifici, preferendo prestare la sua opera alla didattica, all’assistenza sanitaria e all’Unesco. Dal padre Joan ha preso il colorito bruno – costatole diversi problemi negli anni di scuola – e il senso etico e politico, ma la passione per la musica l’ha ereditata dalla zia Tia che nel 1954 accompagnò Joan e le sue due sorelle a un concerto del folksinger Pete Seeger, straordinario musicista che per tutta la vita portò per il mondo le voci della gente povera e oppressa. Insieme alla musica, Joan fece sue anche le istanze di liberazione e le voci di protesta per i diritti civili, contro le armi nucleari, contro la guerra del Vietnam, vivissime in quelli e negli anni seguenti in tutto il Paese.
L’infanzia di Joan e delle sue sorelle si dipanò attraverso mezzo mondo a causa degli impegni lavorativi paterni. Durante il soggiorno in Irak fu colpita soprattutto dalla miseria e dalla violenza subita dai poveri di Baghdad, particolarmente da bambine e bambini. La sua prima contestazione risale ai tempi di scuola, quando fu spesso oggetto di scherno per la sua origine ispanica. La ribellione fu plateale e politica: durante una simulazione di allarme atomico si rifiutò di alzarsi dal banco contestando quella messa in scena «falsa e proditoria». Ne derivarono parecchi guai, ma l’isolamento che ne seguì l’aiutò a riflettere e a coltivare il suo pensiero e la sua voce. Amava cantare accompagnandosi con la chitarra e l’ukulele, divenne molto attiva nel coro della Palo Alto High School e qui avvenne la sua maturazione di cantante, affinò un timbro particolare, una estensione non comune e un vibrato molto personale. L’incontro con l’attivista pacifista Ira Sandperl fece il resto.
A Boston, dopo l’ennesimo trasferimento della famiglia, cominciò a esibirsi in piccoli locali frequentati da studenti, coffee houses in cui si suonava, si discuteva, si tenevano letture pubbliche di testi di rottura, e nei quali imparò ad esibirsi in pubblico. In quei caffè passavano anche celebrità e Joan venne notata e lodata da artisti del calibro della grande Odetta e di Bob Gibson, il quale la invitò alla prima edizione del Newport Folk Festival, dove le fu proposto un contratto da una piccola casa discografica. Il primo disco, Joan Baez, apparve nel 1960 e da allora le partecipazioni a festival e le registrazioni sono state innumerevoli. Dopo l’uscita dell’album, le esibizioni di Joan in tutti i locali del Greenwhich Village registrarono il tutto esaurito.

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La copertina del primo album in cui compare Joan Baez, 1960, e quella del più recente, Whistle Down the Wind, 2018

Non si può parlare di Joan Baez senza citare Bob Dylan. La cronaca ha attinto a piene mani dalla loro storia professionale e affettiva, ricamando (indebitamente) sulle vicende private, quindi è ridondante ripercorrerla (anche perché è assai difficile trovare fonti su donne famose che non affibbino un bel pezzo della loro celebrità a un uomo). Joan e Bob, nei primi anni Sessanta, hanno spesso cantato e suonato insieme. Lei aveva raggiunto il successo prima di lui e lui già scriveva canzoni geniali, ma molti brani di Dylan, bisogna riconoscerlo, li ha cantati meglio Joan: l’album doppio Any Day Now, del 1968, contiene 16 pezzi tutti di Bob e splendidamente interpretati.
Il successo commerciale, come talvolta accade, mise Joan in difficoltà perché il suo pubblico di elezione, ovvero l’ambiente giovanile, contestatore e underground, iniziò a diffidarne. Era ora di dare una direzione più decisa alle canzoni: non più ballate folk ma brani di forte contenuto sociale e politico, che parlassero di guerra, di bombe, di miseria, di solitudine, di ripudio del Sogno Americano costruito sui consumi. Le canzoni di Bob, che lei definì «originali, fresche, brusche, grezze» furono un materiale ideale. I loro duetti si fondarono sul contrasto fra la voce angelica di lei e quella abrasiva di lui, fra la forma elegantissima e i temi bruscamente politici. Gli anni Sessanta stavano entrando nel pieno di quella stagione di rivolte per cui diventarono (giustamente) famosi e Joan e Bob ne furono gli interpreti più veri. Le canzoni di protesta dilagarono e divennero un genere seguito ovunque, perfino in Italia dove ben poche persone le capivano (qui i Rokes incisero brani di Bob Dylan che quasi tutti presero per simpatiche canzonette beat). La ricerca di Dylan, profondamente poetica e personale, lo portò a esplorare mille strade, a cercare suoni nuovi e versi impeccabilmente innovativi che lo condussero al premio Nobel, mentre quella di Baez era di un sempre maggior impegno politico senza il quale la sua voce e la sua chitarra le sarebbero sembrate vuote.
Al festival di Woodstock, nel 1969, Joan tornò al folk ma scelse quello più combattivo: interpretò Joe Hill, una poesia del 1925 di Alfred Hayes musicata da Earl Robinson nel 1936 e dedicata all’omonimo musicista e sindacalista anarchico ucciso innocente dal plotone d’esecuzione nel 1915, che aveva fatto della canzone un’arma di lotta.

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Joan Baez e Bob Dylan

Il successo era ormai internazionale e le tournée all’estero si moltiplicarono. Joan sembrava avere una particolare predilezione per l’Italia e nel 1970 Ennio Morricone le affidò The Ballad of Sacco e Vanzetti, colonna sonora del bel film di Giuliano Montaldo. La storia dei due anarchici tornò alla ribalta in tutto il mondo grazie al film e alla canzone, divenuta una bandiera di liberazione, che ancora oggi è cantata in molte manifestazioni. Si sentiva forte e chiara anche nelle strade di Milano, il 14 dicembre scorso, nella Catena musicale per Pinelli.
Nel 1972 Joan fu invitata nel Vietnam del Nord in piena guerra e lì, per undici giorni, si trovò sotto i bombardamenti statunitensi. Registrò esplosioni, raffiche, pianti e ottenne di visitare soldati americani prigionieri perché, sebbene avversari politici, erano loro ora a essere in difficoltà.
Dopo l’11 settembre 1973 incise un album in spagnolo dedicato alle vittime del colpo di Stato fascista in Cile, con brani di Victor Jara e di Violeta Parra e interpretato anche da Mercedes Sosa, cantrice delle storie dei desaparecidos argentini. Ha cantato clandestinamente nei paesi sudamericani che l’avevano messa al bando, nelle carceri, nella Spagna appena dopo la morte di Franco; ha cantato per i diritti delle persone omosessuali e a Sarajevo dilaniata dalla guerra.
Nel 2018 ha annunciato il suo ritiro dalle scene perché, a settantotto anni, sentiva che la sua voce era un po’ affaticata. Ma poco prima aveva scritto ed eseguito in pubblico Nasty Man (“Uomo sporco”), una canzone ferocemente ironica dedicata a Donald Trump.
Anche se lontana dalle scene, Joan Baez resta un’icona della intransigente ribellione all’ingiustizia e della speranza in un mondo migliore. C’è da augurarsi che altre voci raccolgano il suo testimone nonostante i cupi segnali che ci stanno assordando.

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Joan Baez in concerto a Roma nel 2015

 

 

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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