Il giornalismo etico di Giuseppe Fava. «A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?».

«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali. Ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!»
(Giuseppe Fava, Lo spirito di un giornale, “Giornale del Sud”, 11 ottobre 1981).

Questo manifesto di giornalismo ha in sé il coraggio di affermare tutto ciò che un o una giornalista dovrebbe essere, tutto ciò che i giornali dovrebbero evitare, tutto ciò che una redazione giornalistica dovrebbe diffondere e incentivare: la ricerca incessante della verità, senza se e senza ma. Proprio in questo recentissimo periodo della storia del nostro Paese ci sarebbe tanto bisogno di un giornalismo civile ed etico, di una voce che si elevi unanime dai quotidiani contro tutto ciò che a priori la comunità civile di un’intera nazione dovrebbe condannare, contro i soprusi, i tentativi di avvelenare l’onestà, le ingiustizie, i ricatti, la corruzione, contro il grande cancro della nostra società italiana: la mafia e tutte le sue declinazioni locali e internazionali. Di fronte agli uomini e alle donne dello Stato che lottano con tenacia, con perseveranza, con ogni mezzo possibile (e impossibile), con giusto accanimento contro la criminalità organizzata e tutto il suo sistema, i primi ad avere l’obbligo morale di sostenere tale lotta dovrebbero essere proprio i giornali. Nulla di tutto questo accade oggi sotto il sole della Repubblica italiana, in cui assistiamo anche alla debacle di tanta parte della classe politica che esercita le sue funzioni a suon di tweet e post su Facebook, su piazze mediatiche in cui chiunque elargisce la sua ricetta della felicità.
È ciò a cui abbiamo assistito in questa recente fine di anno, in una storia che ha il sapore del teatro dell’assurdo. C’è un uomo di nome Nicola Gratteri che di mestiere fa il Procuratore della Repubblica a Catanzaro e lotta contro la ‘ndrangheta, la più potente delle mafie attualmente esistenti in tutto il mondo, che ha le sue ‘ndrine radicate da Nord a Sud Italia. Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 2019 un blitz partito dalla Dda di Catanzaro conduce all’arresto di 334 persone in Italia e all’estero e alla decapitazione di tutte le cosche che operano nella zona di Vibo Valentia: un terremoto che mette in rilievo gli intrighi tra ’ndrangheta, finanza, politica e massoneria. «Dagli atti dell’indagine Rinascita Scott emerge un intreccio criminale. Per gestire ogni singolo affare, si utilizzava quella che viene definita “la potente autostrada universale”: la massoneria. A darle questo nome, l’avvocato Giancarlo Pittelli, ex senatore di Forza Italia, indicato come anello di congiunzione tra i politici e professionisti, la ’ndrangheta e la stessa massoneria. Un “Giano bifronte”, viene definito. Le connessioni oscure che emergono dagli atti d’indagine sono inquietanti: magistrati, politici, ’ndranghetisti, professionisti, rappresentanti delle forze dell’ordine, tutti legati dal rito associativo: “Un coacervo – per usare i termini dell’ordinanza – di relazioni tra i boss della ’ndrangheta e vertici della massoneria”. Tutti, questi ultimi, inseriti in strutture strategiche: dai tribunali agli ospedali, passando per le forze armate e gli istituti bancari. Questi legami sono stati ricostruiti da diversi collaboratori di giustizia» (www.huffingtonpost.it/entry/terremoto-gratteri-in-calabria-contro-ndrangheta-massoneria-e-politica). Un’operazione enorme seguita da un appello di Gratteri ai cittadini e alle cittadine calabresi: «Fino all’ultimo dei nostri giorni dobbiamo lottare e non rassegnarci, bisogna dire basta e avere il coraggio di occupare gli spazi che questa notte vi abbiamo dato. Da oggi dovete andare in piazza, dovete occupare la cosa pubblica, dovete impegnarvi in politica, nel volontariato, in tutto quello che è possibile fare, andare oltre il vostro lavoro».

Nicola Gratteri
Nicola Gratteri

Ma Gratteri non è l’unico uomo di buona volontà della Repubblica italiana. Il 10 febbraio del 1986, in un’aula bunker costruita ad hoc accanto al carcere dell’Ucciardone a Palermo, ebbe inizio il procedimento giudiziario contro Cosa Nostra passato alla cronaca e alla storia con il nome di “Maxiprocesso di Palermo”, che portò a 12 ergastoli su 19 del primo grado e 258 condanne su 360 richieste. Le due storie sembrano preannunciare altrettanti lieto fine, e invece proprio i media e in primis i giornalisti si divisero, allora come oggi, tra sostenitori e detrattori. Sostenitori e detrattori! Capite? Come se la lotta al cancro della nostra società, che ha mietuto e miete più vittime del cancro fisico, avesse bisogno che la società si divida in sostenitori e detrattori, in un dibattito che non ha ragion d’essere, in quanto non si sta ponendo a giudizio la ratifica di una manovra economica, bensì l’opera di uomini e donne dello Stato che sferrano da sempre duri colpi alle mafie e alle loro organizzazioni, ripulendo ogni volta un pezzetto di società da riconvertire alla giustizia e all’onestà. All’epoca del Maxiprocesso ci fu chi sostenne l’impossibilità di processare un’intera organizzazione e che ciò comportasse un enorme spreco di denaro e risorse, oltre ad essere dannoso per l’immagine della città. Dannoso per l’immagine di Palermo processare chi Palermo l’aveva condannata a morte, chi ne aveva decretato il degrado, chi se l’era letteralmente mangiata tra corruzione a tutti i livelli della società e stragi sanguinarie, che avevano lasciato morte nel loro stesso sangue persone come Peppino Impastato, Boris Giuliano, Giorgio Ambrosoli, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Gaetano Costa, Pio La Torre, Giuseppe Fava, Ninni Cassarà, e tantissimi altri e altre dopo di loro! Si fecero addirittura tentativi per spostare fisicamente lo svolgimento del processo da Palermo ad altre Procure, con giudici meno esperti di mafia rispetto al Pool composto da Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta e Giovanni Falcone. Persino lo scrittore Leonardo Sciascia, in un articolo apparso su uno dei “giornaloni” della nazione e che oggi ritengo assolutamente fuori luogo e avulso dal contesto di quanto stava avvenendo, gettò una sorta di ombra oscura sull’operato di questi giudici che tutte si assunsero le responsabilità di quanto stavano compiendo per la Sicilia e per l’intera nazione, responsabilità che nel 1992 hanno pagato con la vita in attentati esemplari per la metodica di Cosa Nostra. Sciascia si chiedeva se fosse stato davvero meritevole promuovere Paolo Borsellino a Procuratore Capo di Marsala a scapito di colleghi con maggiore anzianità di servizio ma meno esperti di mafia: «I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di “magistrato gentiluomo”, c’è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?» (Leonardo Sciascia, I professionisti dell’antimafia, “Corriere della Sera”, 10 gennaio 1987).
Nicola Gratteri e l’operazione “Rinascita Scott” non stanno subendo diversa discutibile sorte: nessuna prima pagina su giornali nazionali come “La Repubblica”, “La Stampa”, “Il Carlino”, “Libero”, “Il Secolo XIX”, “Quotidiano Nazionale”; “La Verità” di Vittorio Feltri dedica la prima pagina alla crisi del cenone aziendale. Si leggono invece commenti e polemiche di tal sorta: «Sacrosanto colpire la ’ndrangheta ma, attenzione, i processi non sono show. L’ultima maxi-inchiesta di Nicola Gratteri impressiona per numeri (260 arresti) e ambizioni. Ma bisogna ricordare che la Procura di Catanzaro ha il più alto numero di indennizzi, e tende a eccedere con la custodia cautelare. La giustizia si vede dai risultati, prima che dai proclami» (Linkiesta, 20 dicembre 2019); nel titolo del “Riformista” le parole del post Facebook della deputata Pd Enza Bruno Bossio: «Gratteri arresta metà Calabria. Giustizia? No, è solo show. Le grandi operazioni di cui abbiamo parlato non hanno sconfitto la ‘ndrangheta anzi le hanno consentito di crescere sino a diventare la setta criminale più ricca e agguerrita di Europa. Nello stesso tempo ha trasformato la Calabria in una grande caserma in cui non sembra esserci grande rispetto per lo Stato di diritto e per la libertà delle persone» (20 dicembre 2019);  l’Unione delle Camere penali sul silenzio dei grandi giornali, sottolineato dallo stesso Gratteri: «Forse sono alunni soltanto prudenti che, dopo aver consultato Wikipedia, si sono ricordati del tempo in cui la Corte di Appello confermò le condanne per solo 8 imputati dei 125 soggetti arrestati nell’operazione Marine con la quale il super PM diceva di aver sgominato la mafia a Platì. Oppure dell’esito del processo denominato “Circolo formato” dove tutta la classe politica di Gioiosa Marina fu ammanettata, la città fu commissariata, e poi al processo furono tutti assolti. O ancora, dell’operazione “Metropolis”, quella con la quale Gratteri aveva affermato di avere affossato le ‘ndrine della Locride, che si concluse con sole 3 condanne su decine di arrestati» (lacnews24.it, 26 dicembre 2019). A completare il quadro le pesantissime critiche arrivate dal Procuratore Generale, Otello Lupacchini, che ha lamentato scarsa collaborazione tra la Direzione distrettuale antimafia, guidata appunto da Gratteri, e la Procura Generale, oltre ad accusare gli uomini della Dda di procedere con operazioni spettacolari che successivamente vengono ridimensionate: «Almeno in questo anno – ha dichiarato Lupacchini – i risultati sono stati molto al di sotto delle aspettative. Quando si catturano tante persone che poi vengono rimesse in libertà o si censurano i provvedimenti, non da parte mia ma da parte della Corte di Cassazione, tacciandoli di pregiudizio accusatorio e di evanescenza indiziaria. Non ha visto come son finite tutte le indagini del signor Gratteri?». Associazione Nazionale Magistrati, Area (il principale gruppo di consiglieri togati al Consiglio Superiore della Magistratura), Magistratura Indipendente, Movimento 5 Stelle difendono l’operato di Gratteri: l’Anm afferma che «ogni esternazione che si risolva in una critica dei provvedimenti giudiziari, non argomentata e non fondata sulla conoscenza degli atti, rappresenta una lesione delle prerogative dell’autorità giudiziaria, una delegittimazione del suo operato, e può, nel caso di specie, implicare, in ragione del ruolo ricoperto da chi l’ha resa, un’inaccettabile forma di condizionamento dell’autonomia e indipendenza dei titolari delle indagini e incidere sulla serenità dei magistrati chiamati ad occuparsi dei relativi accertamenti nelle diverse fasi processuali» (“Il Fatto Quotidiano”,  27 dicembre 2019).

Il manifesto del giornalismo etico, con cui ho esordito nell’incipit di questo mio contributo, è stato scritto da Giuseppe Fava in un articolo dell’11 ottobre 1981, in cui il giornalista indicava le linee guida che avrebbe dovuto seguire la redazione del quotidiano che era stato chiamato a dirigere, il “Giornale del Sud”, «idea editoriale maturata all’interno dell’ambiente imprenditoriale, politico e giornalistico della Catania di quegli anni» (da fondazionefava.it). Fava aveva raccolto intorno a sé una squadra di giovani cronisti e croniste inesperte, tra cui suo figlio Claudio, ma i cui animi erano stati infervorati da questo uomo, originario di Palazzolo Acreide, che faceva della sua penna un’arma per la denuncia del malaffare di Cosa Nostra.
Nato il 15 settembre 1921, lo stesso giorno e mese della nascita e della morte di don Pino Puglisi, figlio di un maestro e di una maestra di scuola elementare e nipote di nonni contadini, tra i migliori allievi del liceo classico Gargallo a Siracusa, Pippo si laurea in giurisprudenza nel 1943, ma non essendo entusiasta della professione di avvocato diventa giornalista professionista nel 1952. La sua carriera giornalistica è intensa: dal 1950 al 1951 è capocronista a “Sport Sud”, dal 1951 al 1954 capocronista al “Giornale dell’isola” e al  “Corriere di Sicilia”, dal 1957 al 1958 capocronista dell'”IsolaUltimissime”, dal 1959 al 1978 caporedattore di “Espresso sera”, collaboratore ed inviato speciale del settimanale “Tempo Illustrato”, della “Domenica del Corriere” e di “Tuttosport”, dal 1980 al 1981 direttore del “Giornale del Sud”. Su quest’ultimo escono editoriali e articoli coraggiosi, con denunce di fatti e azioni criminali e di nomi e cognomi senza veli, senza timore e con l’obiettivo unico di svegliare le coscienze e offrire sempre e solo la verità. Per un anno il “Giornale del Sud” pubblica articoli, inchieste, editoriali senza sosta, fino a quando l’avversione di Fava all’installazione di una base missilistica a Comiso (poi effettivamente realizzata), la sua presa di posizione a favore dell’arresto del boss Alfio Ferlito e l’arrivo di nuovi imprenditori al giornale, segnano il declino di questa esperienza. I nuovi editori sono Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci, Giuseppe Aleppo, Salvatore Costa, «tipi ambiziosi, astuti, pragmatici», come il figlio di Pippo, Claudio, spiega in La mafia comanda a Catania. Infatti si scopre successivamente che Lo Turco e Graci frequentano il boss Nitto Santapaola. Iniziano anche atti minatori contro la rivista: Pippo riesce a scampare a un attentato ordito con una bomba contenente un chilo di tritolo. In seguito, la prima pagina del “Giornale del Sud” che denuncia alcune attività del boss di Cosa Nostra Alfio Ferlito viene sequestrata prima di essere mandata in stampa e censurata, mentre Fava è assente.
Quello che Fava e i suoi collaboratori e collaboratrici hanno subito è una vera e propria violazione dell’art. 21 della nostra Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Il 5 agosto 2015 il figlio di Pippo, Claudio Fava, ha presentato al riguardo alla Commissione parlamentare antimafia una Relazione sullo stato dell’informazione e sulla condizione dei giornalisti minacciati dalle mafie.

Claudio Fava
Claudio Fava

All’interno di essa, l’audizione di Milena Gabanelli, conduttrice del programma televisivo Report, ha fatto emergere il delicato aspetto delle querele temerarie e dell’abuso nel ricorso alla causa civile per danni al fine di intimidire i giornalisti e le giornaliste: «Se si assume il fatto che la libertà di informazione è un valore che va tutelato e preservato, bisogna, secondo me, punire con sanzioni esemplari chi interviene temerariamente sul giornalista per tappargli la bocca. Il parametro giusto, io credo, potrebbe essere quello di prendere come riferimento il danno che viene chiesto. Nel diritto anglosassone la lite temeraria verso il giornalista è un condizionamento della libertà d’informazione. Pertanto, viene punita in maniera esemplare».
Fava viene licenziato dal “Giornale del Sud”, ma insieme ai suoi cronisti e croniste non si arrende e fonda la cooperativa Radar per finanziare un nuovo progetto editoriale: una rivista mensile intitolata “I Siciliani”. Con solo due rotative Roland di seconda mano e molte idee, il gruppo pubblica il primo numero nel novembre 1982. Nel gennaio del 1983 Fava scrive un bellissimo e spietato articolo dal titolo I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, in cui emerge cristallina e senza mezzi termini la denuncia di una realtà che non può più riguardare solo la Sicilia, ma l’Italia intera: «L’Italia è uno strano paese in cui si sperimentano bizzarre onorificenze, per le quali cavaliere del lavoro invece di essere un bracciante, anche analfabeta, che per trent’anni si è spaccata la vita in una miniera tedesca pur di riuscire a costruirsi una casa a Palma di Montechiaro, è invece un appaltatore che riesce a trovare fantasia e modo di moltiplicare la sua ricchezza. Tutto questo in un paese dove la gestione e la moltiplicazione della ricchezza, la grande fortuna economica o finanziaria, per struttura stessa della società politica, deve fatalmente passare attraverso un compromesso costante con il potere, con i partiti che sostanzialmente amministrano la nazione, con gli uomini politici o gli altissimi burocrati ai quali i partiti delegano praticamente tale funzione, lo spirito di nuove leggi e decreti, la scelta delle opere pubbliche, la assegnazione degli appaltiChi afferma il contrario è candidamente fuori dal mondo oppure è un amabile imbecille. Esiste infatti una realtà innegabile: perché la mafia possa amministrare le sue migliaia di miliardi, debbono pur esserci imprese private ed istituti pubblici, uomini d’affari o di politici capaci di garantire l’impiego e la purificazione di quell’ininterrotto fiume di denaro. Se tutti i cavalieri di Catania e di Sicilia, tutta l’imprenditoria dell’isola fa parte della struttura mafiosa che la si sradichi e distrugga con tutti i mezzi della giustizia. Se solo alcuni di loro sono dentro la mafia, allora bisogna colpire soltanto loro, implacabilmente, eliminandoli dalla società, e rilasciando così agli altri, ai superstiti, una possibilità politica e morale di continuare l’opera di evoluzione tecnica che per molti versi stava trasformando la Sicilia. Colpire tutti, anche gli innocenti, equivale a non colpire nessuno lasciando quindi i mafiosi nel loro ruolo; significa egualmente il trionfo della mafia. La mafia che finalmente si identifica con lo Stato!». Scrive poi dell’ingenuità del generale Carlo Alberto dalla Chiesa nel non essersi abbastanza tutelato e aver lavorato nel nascondimento, ingenuità che gli è costata la vita: «Avrebbe dovuto preparare la battaglia, chiuso in un bunker, protetto da cento carabinieri e da ogni diavoleria elettronica, e invece viaggiava su una macchinetta con la giovane moglie accanto e solo un povero agente di scorta. Lo uccisero con una facilità irrisoria, a colpo sicuro, (se è vero quello che finora ha detto la magistratura) con due rozzi killer, proprio manovali della mafia fatti venire da un’altra provincia della Sicilia e addirittura dalla Calabria». Non è stato però un sacrificio vano, la lotta alla mafia è cominciata, sta prendendo via via coscienza nella società civile, la strada è lunga ma i passi cominciano a muoversi: «Dalla Chiesa morì, ma il suo colpo tremendo lo aveva già vibrato, forse proprio con la sua ingenua retorica, indicando con discorsi e proclami a tutta la Nazione, clamorosamente, quello che tanti altri, anche ministri, anche altissimi ufficiali e magistrati sapevano e però non dicevano, cioè dov’era il groviglio di serpenti, e quali dunque i mezzi per portarli allo scoperto e schiacciarli» (Giuseppe Fava, I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, da “I Siciliani“, gennaio 1983, in
fondazionefava.it).
Questo dovrebbe essere il fine ultimo di ogni forma di condivisione mediatica e soprattutto dovrebbe essere il sostegno a chi si batte in prima linea per far emergere tutto il marcio della società e per smascherare il “groviglio di serpenti” che si annida in essa. Per questo da cittadina mi indigna il fatto che la stampa, i media, la magistratura stessa, si pronuncino con pesanti attacchi e tentativi di spostare il focus su polemiche inutili e sterili in relazione a chi, al di là del ragionevole dubbio e dei tre gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento giudiziario, si impegna per smascherare una realtà, per dire una verità da più e più voci evidenziata, urlata, ribadita, eviscerata: “la mafia è una montagna di merda”, è il cancro della nostra società, denunciato da molti intellettuali e scrittori, posto al centro della ricerca di un antidoto da parte di giudici che ad esso hanno dedicato l’intera esistenza, sacrificandola anche con la morte, contrastato sempre di più da tante donne ribelli al sistema sociale e familiare mafioso. I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa è un’inchiesta-denuncia sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi: Carmelo Costanzo, Gaetano Graci (agrigentino di nascita), Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi come Michele Sindona. Con coraggio e senza giri di parole, Fava collega i cavalieri del lavoro con il clan del boss mafioso Nitto Santapaola.
Aver nominato gli innominabili gli costerà la vita. Il 28 dicembre 1983 rilascia la sua ultima intervista a Enzo Biagi nella trasmissione Film Story in onda sulla Televisione della Svizzera Italiana (https://www.youtube.com/watch?v=2a89Km8mGi0): «Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante».
La sera del 5 gennaio del 1984 alle 21,30 Pippo parcheggia la sua Renault 5 davanti all’ingresso del teatro Verga di Catania, dove si è recato a prendere la nipotina che quella sera recita in Pensaci, Giacomino! Sta per aprire la portiera quando un killer gli spara cinque proiettili calibro 7,65 attraverso il finestrino, che gli trapassano collo e nuca.
Così Cosa Nostra mette a tacere la seconda voce intellettuale – se vogliamo del tutto escludere Pier Paolo Pasolini – dopo Peppino Impastato, ucciso il 9 maggio 1978. Come già era accaduto per Peppino, anche per Pippo si fantasticano ipotesi di omicidio passionale o per motivi economici, date le difficoltà in cui versava la redazione dei “Siciliani”, nonostante l’evidenza della situazione. Le istituzioni avallano tali scellerate congetture: il sindaco Angelo Munzone evita di organizzare una cerimonia pubblica con la presenza delle cariche cittadine, ribadendo che la mafia a Catania non esiste, l’onorevole Nino Drago preme per una chiusura rapida delle indagini, «altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al nord». Alla cerimonia funebre nella chiesa di Santa Maria della Guardia sono poche le persone presenti a dare l’ultimo saluto al giornalista: giovani e operai, il questore, alcuni membri del Pci e il presidente della regione Santi Nicita. Solo nel 1998, dopo un’accurata ripresa del caso da parte della magistratura, si è concluso a Catania il processo per l’assassinio di Pippo Fava, denominato “Orsa Maggiore 3”: condannati all’ergastolo il boss mafioso Nitto Santapaola, ritenuto il mandante, Marcello D’Agata e Francesco Giammuso come organizzatori, Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola. L’ergastolo è stato confermato nel 2003 dalla Corte di Cassazione solo per Santapaola e Ercolano. Le rivelazioni del pentito Avola hanno svelato che Santapaola organizzò l’omicidio per conto di alcuni «imprenditori catanesi» e di Luciano Liggio, la “primula rossa di Corleone”, il maestro di Riina e Provenzano, tra i principali imputati del Maxiprocesso, ma la giustizia non ha condannato nessuno di questi come mandante dell’agguato mafioso.
Il giorno dopo l’omicidio, nel solco dello spirito di verità del suo fondatore, collaboratori e collaboratrici dei “Siciliani” si riuniscono come se nulla sia accaduto, e nello stesso mese di gennaio esce l’articolo Un uomo, a firma di tutta la giovane redazione: «“Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa”. Forse mezzo milione, forse di più: il tizio, con l’altro tizio e quello che doveva dare il segnale, era là ad aspettare e ha alzato la 7,65 e ha sparato. Professionale. Certo, in una villa di Catania, s’è brindato, quella notte. Forse ha avuto il tempo di guardarlo negli occhi. Non pensiamo spaventato. Forse, impietosito. Sapendo benissimo che il tizio pagato – uscito forse da un miserabile quartiere, uno di quelli che lui non era riuscito a salvare – sparava anche contro se stesso, contro la propria eventuale speranza. Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c’è ancora un sacco di lavoro da fare per i prossimi dieci anni. Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi. Se qualcuno vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti facciamo da soli, tanto per cambiare. Va bene così, direttore?».

I Siciliani, 7 gennaio 1984
I Siciliani, 7 gennaio 1984

Nella prefazione all’uscita della rivista “I Siciliani”, Fava scriveva parole attualissime e che dobbiamo fare nostre, dalle quali ripartire per riscrivere tutta la storia del nostro Paese: «I Siciliani vengono avanti nel grande spazio della informazione e della cultura, nel momento preciso in cui il problema del Meridione è diventato finalmente, anzi storicamente, il problema dell’intera Nazione. Lo spaventoso lampo di violenza, che una dopo l’altra, ha reciso la vita di uomini (Mattarella, Costa, Pio La Torre, dalla Chiesa) al vertice della società, ha drammaticamente rappresentato e spiegato la dimensione della mafia e della sua immane potenza. Ma questo lampo ha svelato una verità più alta e tragica: la mafia è dovunque, in tutta la società italiana, a Palermo e Catania, come a Milano, Napoli o Roma, annidata in tutte le strutture come un inguaribile cancro, per cui l’ordine di uccidere dalla Chiesa può essere partito da un piccolo bunker mafioso di Catania, o da una delle imperscrutabili stanze politiche della capitale. E dietro la mafia, quel lampo sanguinoso ha fatto intravedere altri problemi immensi che per decenni sono stati considerati soltanto tragedie meridionali, cioè, secolari, inamovibili, distaccate dal corpo vivo della Nazione e di cui semmai il Paese pagava il prezzo di una convivenza, e che invece appartengono drammaticamente a tutti gli italiani, costretti a sopportarne il danno, spesso il dolore, talvolta la disperazione. Tutto quello che accade a Milano, Roma, Venezia, Torino, nel bene e nel male, appartiene anche ai meridionali, ai siciliani. Quello che accade nel Meridione e in Sicilia, il bene e il male, la paura, il dolore, la povertà, la violenza, la bellezza, la cultura, la speranza, i sogni, appartiene a tutta la Nazione» (I Siciliani perché, gennaio 1983).

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Autoritratto, 1975 (particolare)

Pippo Fava è stato anche autore di teatro, di narrativa, di saggistica e pittore (ha dipinto anche un bellissimo ciclo dedicato alle donne), per la sua poliedrica produzione ha vinto diversi premi nazionali e internazionali. Per chi voglia approfondire questa sua ricchissima letteratura, il punto di partenza per la ricerca può essere il sito della “Fondazione Giuseppe Fava”, nata nel 2002 con l’intento di mantenere viva la memoria e l’esempio di Pippo e che non riceve finanziamenti dallo Stato. Nando dalla Chiesa ha scritto: «Credo davvero che, sia pure con le migliori intenzioni, si faccia un torto a Giuseppe Fava classificandolo tra i giornalisti uccisi dalla mafia. Con Fava è stato ucciso un intellettuale, uno specifico modo di intendere la funzione dell’intellettuale nella Sicilia degli anni Ottanta» (Introduzione al libro Pippo Fava. Cronaca di un uomo libero, di Rosalba Cannavò).
Pippo Fava è stato la voce della coscienza che si ribella all’ingiustizia, la voce che ha veicolato parole potenti, fortissime, vere e proprie pallottole di verità. La forza della parola è quanto di più prezioso possediamo noi esseri umani, la forza della denuncia sociale può creare movimenti di coscienze che insieme dicono no a tutto ciò che avvelena e uccide il nostro Paese. Nel caso del movimento antimafia è fondamentale che la parola della denuncia venga posta al centro e che le future generazioni vengano istruite ad ascoltare per creare gli anticorpi necessari a debellare il cancro della criminalità organizzata. È necessario, inoltre, che svolgano un ruolo positivo anche la politica, intesa come movimento delle poleis, e la magistratura, come lo stesso Nando dalla Chiesa suggerisce nel suo Manifesto dell’Antimafia, invitando a uscire fuori da una pericolosa accidia che porta il Paese nel baratro della corruzione e nel trionfo del male in tutti gli strati della società: «se all’accidia della politica e dell’imprenditoria si aggiunge quella complessiva della magistratura, il Paese rimane privo di argini operativi contro le organizzazioni mafiose esattamente come si trovò senza argini contro Cosa Nostra negli anni Settanta. Davvero tale è l’inconsistenza civile e morale del Paese che, pur con quella sanguinosa esperienza alle spalle, ci si predispone a riviverla su scala allargata, regalando ai clan le praterie del Nord ricco e progredito?» (Manifesto dell’Antimafia, Einaudi, Torino 2014, p. 102). I consigli di dalla Chiesa sono poi molto concreti e attualissimi: «costringere anche i più tiepidi esponenti dell’ordine giudiziario a prendere atto dell’inadeguatezza della magistratura; scuotere il Consiglio superiore della magistratura, indurlo a intervenire sulla formazione ma anche a verificare con senso di responsabilità biografie e relazioni ambientali dei giudici; ottenere un monitoraggio delle sentenza della Cassazione; interessare la stessa Commissione parlamentare antimafia: nulla di meno è necessario nell’odierna situazione per tutelare nell’unica forma costituzionalmente prevista il principio di legalità» (cit., p. 103).
A giugno 2019 il Csm è stato letteralmente travolto da un’inchiesta sulle trame di nomine ad esso interne e sull’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara. Forse è il caso di rimettere al centro le parole e l’operato di Pippo Fava, per il bene del nostro Paese ferito e umiliato: «In Sicilia la mafia, cioè l’immensa, tragica, oscura forza criminale nasce così per sostituire lo Stato assente, per determinare leggi proprie al posto di quelle leggi che lo Stato non riesce a imporre, cioè stabilire comunque un ordine, una sia pur barbara regola di vita. E se lo Stato improvvisamente si appalesa, lo abbatte; e se qualcuno cerca legittimamente di rappresentarne leggi e giustizia, lo corrompe e lo fa suo, altrimenti lo uccide» (Mafia e camorra: chi sono, chi comanda, da “I Siciliani”, marzo 1983). Non vogliamo e non dobbiamo, però, arrenderci: da cittadine e cittadini abbiamo il dovere e il diritto di chiedere sempre che si ponga al centro la verità su tutti i fatti che riguardano le nostre comunità cittadine, l’intero Stato e le istituzioni. Solo così il sacrificio di Pippo e di tutte le vittime di mafie come lui non sarà stato vano ma, come un seme gettato nella terra, prima muore e poi porta molto frutto: «A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?».

Prima che la notte, film diretto da Daniele Vicari, con Fabrizio Gifuni, trasmesso in prima visione su Rai 1 il 23 maggio 2018
Prima che la notte, film diretto da Daniele Vicari, con Fabrizio Gifuni, trasmesso in prima visione su Rai 1 il 23 maggio 2018

Per saperne di più:

  • http://www.fondazionefava.it
  • Giuseppe Fava, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana
  • Claudio Fava, La mafia comanda a Catania 1960-1991, Laterza, Roma-Bari 1992
  • Rosalba Cannavò, Pippo Fava. Cronaca di un uomo libero, Cuecm, Catania 1990
  • Nando dalla Chiesa, Manifesto dell’Antimafia, Einaudi, Torino 2014
  • Giuseppe Fava, A che serve essere vivi: tutto il teatro, Bietti 2014

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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